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Genova e lo smart working: alta la percentuale di donne negli uffici comunali e regionali

L’esperienza dello smart working coinvolge la maggior parte dei dipendenti comunali e regionali.

Genova – L’esperienza dello smart working (lavoro agile), del telelavoro, come molti esperti del settore preferiscono definirlo, è ampiamente utilizzata nei principali uffici pubblici di Genova, sopratutto dall’alta percentuale delle donne.

Dopo il crollo del ponte, nel 2018, con la Valpolcevera e il ponente ligure isolati per mesi, lo si è testato per “emergenza”.

Poi, il coronavirus, lo ha definitivamente sdoganato, con il distanziamento sociale e l’imperativo di ridurre il rischio contagi, tanto che è diventato, per molti, il solo modo di continuare l’attività lavorativa.

Il lavoro da remoto ha permesso a otto milioni di italiani di continuare a lavorare in sicurezza nel momento peggiore dell’epidemia da coronavirus, quando il lockdown rendeva estremamente difficili, se non impossibili, gli spostamenti.

E’ entrato nelle nostre case, inizialmente, quasi con euforia: parole come webinar , zoom meeting, video chiamate e aperitivo virtuale sono entrate nel quotidiano e, addirittura, favorendo il miglioramento dei rapporti con i colleghi a distanza. I genitori hanno avuto la possibilità di occuparsi di più della famiglia, dei figli, rimasti a casa con le scuole chiuse, e di seguirli con l’apprendimento a distanza.

Smart working: Regione e Camera di Commercio

Anche la Regione  Liguria e la Camera di Commercio di Genova hanno aderito a questo strumento, già dopo la tragedia del Morandi, e i numeri ora si sono rinforzati: in Regione il telelavoro coinvolge, da quando c’è il coronavirus, l’80% dei dipendenti, direttori compresi, che lavorano e  fanno formazione da casa, e alla Camera di Commercio il 90%.

Smart working: Comune di Genova

Il Comune di Genova coinvolge 2500 lavoratori (il 50%), mentre “mille, il 22%, sono in sede perché per alcuni settori è necessaria la presenza fisica. Le donne sono più digitalizzate degli uomini.

Lo smart working piace alla maggioranza dei lavoratori, il ministero lo individua come il futuro delle pubbliche amministrazioni,  pur tra mille resistenze culturali ancora da superare.  Sì, come se lo smart working non fosse lavoro: un equivoco che esisteva prima, che si pensava superato, e che invece è sempre in agguato.  Eppure, da molte indagini, è emerso come in smart working molti dipendenti si siano ritrovati a lavorare, addirittura, di più, tra casa e lavoro.

Allo stato attuale, però, il Decreto Rilancio permette ai genitori con figli al di sotto dei 14 anni di potersi avvalere dello smart working solo fino al 31 di luglio. Dal primo agosto si tornerà alla legislazione ordinaria, che prevede un accordo tra lavoratore e datore di lavoro per consentire l’applicazione dello smart working, che invece con i decreti per l’emergenza è stato adottato senza accordo, per motivi di sicurezza, su iniziativa delle aziende, ma con i costi dei dispositivi (pc, cellulari) e degli abbonamenti internet a carico dei dipendenti.

Il Comune di Genova, intanto, pensa di prorogarlo fino a dicembre, attrezzandosi per estenderlo ancora di più. Insomma, lo smart working, è davvero la rivoluzione portata dal virus.

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