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Dalla pagina Fb di M. A. Ferraloro.

23 luglio 1957: la morte del principe e la sua nascita letteraria

Il 23 luglio 1957, 63 anni fa, moriva Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il principe fino alla fine sarà sostenuto dalla vitalità della letteratura, nella Palermo della seconda metà degli anni Cinquanta, quando scriverà la parola fine al suo romanzo, Il Gattopardo. Un romanzo pubblicato postumo da Feltrinelli. Né va dimenticata un’altra perla letteraria come il racconto La sirena, o Lighea.

Michel Bouquet (Lampedusa) nel film di Roberto Andò: foto di Lia Pasqualino

Il film di Roberto Andò

L’essenza del mondo lampedusiano si trova a Palermo, capitale di un regno perduto per sempre dall’aristocrazia. A rappresentare visivamente questo senso di disfacimento è un film del 2000, Il manoscritto del principe, con la regia di Roberto Andò (per un’analisi complessiva Marco Olivieri, La memoria degli altri. Il cinema di Roberto Andò, Edizioni Kaplan, fotografie di Lia Pasqualino, N.d.R.). Una storia per immagini dedicata alle passioni trattenute che investono in un triangolo sentimentale e letterario il maestro, negli ultimi anni della sua vita, e i due allievi: Francesco Orlando e Gioacchino Lanza (nella finzione Marco Pace e Guido Lanza). L’immagine dell’aristocratico, interpretato da Michel Bouquet, che vaga tra le rovine nobiliari, incarna il simbolo di un mondo finito. Non a caso, lì, tra gli squarci della memoria, un raggelante personaggio (impersonato dallo scrittore e regista Michele Perriera) afferma che “i Lampedusa sono morti tutti”.

In effetti, il palazzo degli avi era stato bombardato nel 1943, a suggellare una distruzione anche psicologica ed economica. Come si evince dalla pellicola prodotta da Giuseppe e Francesco Tornatore, la decadenza investe pure l’abitazione dove Giuseppe Tomasi e la moglie, la psicoanalista Licy Wolff (sullo schermo una sensuale e inquietante Jeanne Moreau), vivono negli anni Cinquanta. Fingono di preservare gli antichi fasti ma diversi dettagli, dai tremori per il freddo in casa alle tracce di erosione del tempo, non smettono di ricordare l’indigenza degli aristocratici. Una condizione messa in ombra nelle rievocazioni storiche dal successo postumo del Gattopardo, mentre il privilegio di prendersi cura della memoria dello scrittore è stato affidato al figlio adottivo, Gioacchino Lanza Tomasi, musicologo e intellettuale raffinato, dopo la morte nel 1982 della spigolosa e riservatissima Wolff.

Roberto Andò e Jeanne Moreau in una foto sul set di Lia Pasqualino

Il manoscritto del principe ha ricevuto unanimi consensi dalla critica e apprezzamenti anche da parte di esponenti significativi del cinema e della cultura, compresi i diretti interessati. Appena uscito il film, un entusiasta Andrea Camilleri ne ha lodato «l’eleganza, la discrezione, il pudore» e il coraggio nel rifiutare ogni concessione spettacolare.

Senza l’incontro da giovanissimo con Leonardo Sciascia, il rapporto fra il maestro e gli allievi non sarebbe stato così ricco di sfumature. È lo scrittore ad avere insegnato ad Andò che in Sicilia «la scrittura è innanzitutto delazione», con «il risentimento ferito, foriero di vendetta, rivolto a chi rivela ciò che deve rimanere taciuto». Un’accusa che accomuna Sciascia e Tomasi di Lampedusa: gli scrittori più significativi per l’identità siciliana sono segnati da una non appartenenza rispetto al proprio ambiente e considerati alla stregua di traditori. Così sarà per Il gattopardo e per Le parrocchie di Regalpetra.

La scrittura e il cinema rappresentano dunque un’occasione preziosa per denunciare in chiave artistica il vuoto e l’orrore, la Sicilia assuefatta all’omertà mafiosa (da qui la delazione contro il silenzio che gli ingiusti vorrebbero imporre) e il degrado antropologico della nazione italiana. Così si esprime l’autore su Palermo: «Pure quando ci vivevo, mai mi sono sentito stabile e residente in questa città, come se ogni giorno dovessi lasciarla, volessi andare via». Forse era semplicemente questo che voleva raccontare: «La paura di non appartenere più a un luogo».

Un’altra figura fondamentale è quella del poeta Lucio Piccolo, cugino di Tomasi di Lampedusa, nel film interpretato da Leopoldo Trieste. L’attore è straordinariamente verosimile per adesione interpretativa, in un impasto indovinato di tragico e buffo. Per il regista, il mondo dei Piccolo esprimeva la più assoluta refrattarietà alla cura e l’estrema resistenza aristocratica all’interpretazione della psiche. Come psicoanalista freudiana, nella Palermo degli anni Cinquanta, la principessa Licy compie infatti un tradimento di classe, introducendo un elemento di rottura sociale. Al pari dell’alterità letteraria di Lampedusa, anche lei è un’intrusa.

Leopoldo Trieste e Roberto Andò sul set in una foto di Lia Pasqualino

I recenti studi di M. A. Ferraloro

Un viaggio nel pensiero del principe lo compie Maria Antonietta Ferraloro. Già autrice nel 2014 di Tomasi di Lampedusa e i luoghi del Gattopardo, finalista al premio Brancati, la studiosa siciliana ha poi pubblicato nel 2017 L’opera-orologio. Saggi sul Gattopardo, sempre per Pacini Editore, e Il Gattopardo raccontato a mia figlia per La Nuova Frontiera Junior.

Il libro di M. A. Ferraloro

Nel primo libro, al centro della riflessione era la permanenza di Tomasi di Lampedusa a Ficarra, un paese sui Nebrodi, nell’estate del 1943, tra lo sbarco degli Alleati e le rappresaglie tedesche.  Un luogo sino ad allora sconosciuto agli appassionati della geografia lampedusiana ma ben identificabile nella sua biografia. Di rilievo l’episodio della morte di un soldato tedesco, avvenuto proprio a Ficarra e poi trasformato, nel Gattopardo, nel ritrovamento del cadavere di un giovane borbonico, tra senso di morte e disfacimento. Un’intuizione, quella di Ferraloro, che spiega l’analisi dei testi in rapporto ai territori e agli spazi vissuti e rielaborati nell’opera letteraria, secondo la teoria del cronotopo di Michail Bachtin.

Nel secondo libro, la studiosa rende ancora più serrata l’indagine sulla scrittura del Principe. E se Tomasi sosteneva che fosse possibile smontare un’opera letteraria come si fa con un orologio, seppure riconoscendo che nei testi dei grandi maestri qualcosa sfugge al controllo razionale, così l’autrice sviscera il mondo di Lampedusa, pur custodendo con rispetto il mistero del genio.

Scritti su Lampedusa

“C’è un paesaggio interiore, una geografia dell’anima; ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita”, osserva l’autrice irlandese Josephine Hart. Ecco, nel caso dello scrittore siciliano e dei suoi misteri esistenziali e letterari, è  più affascinante ripercorrere una geografia interiore, assieme alla Biografia per immagini e allo sguardo sui Luoghi del Gattopardo che Gioacchino Lanza Tommasi ha pubblicato per Sellerio, nel suo tentativo di sfidare l’amnesia che avvolge Palermo. Libri come Ricordo di Lampedusa seguito da Da distanze diverse (Bollati Boringhieri) dell’allievo e critico magistrale Francesco Orlando, Il Gattopardo, i racconti, Lampedusa di Giuseppe Paolo Samonà (La Nuova Italia) e l’appassionante Il principe fulvo di Salvatore Silvano Nigro (Sellerio) sono lampi nell’oscurità. Tentativi di sfidare i segreti della creazione artistica di Tomasi.

In lui, come scrive Maria Antonietta Ferraloro nel saggio L’opera-orologio, “la dimensione esistenziale del narratore e dei suoi personaggi è più importante di ogni ideologia o delle varie ipotesi che pure trovano spazio nel libro”. La grande letteratura rende simultaneamente comprensibili l’esperienza del passato e quella del presente e possiede “profondità, problematicità, fascinazione”, in una dimensione della Storia dove domina l’universalità della sofferenza umana. Altro che manifesto dell’eterno conservatorismo del Sud d’Italia. E, se “uomini e animali soggiacciono a una medesima sorte di dolore, morte e dissoluzione”, lo scrittore vede “l’uomo come l’animale più fragile del creato”, scrive Ferraloro. Da qui una sofferenza che può diventare persino salvifica, recuperando un sentimento ancestrale di condivisione e conforto.

La ricerca nei resti del passato

G. Lanza, L. Piccolo e G. Tomasi di Lampedusa, dall’archivio della fondazionepiccolo.it.

A sua volta, Mario Vargas Llosa (Premio Lampedusa 2013 dopo il Nobel nel 2010), come ricorda Nigro nel suo Principe fulvo, sottolinea che “non c’è Storia perché non ci sono causalità né, pertanto, progresso” in Tomasi. È lo stesso Nigro a evidenziare che “la scrittura del Gattopardo è carica di fantasmi da esorcizzare”: dai fascisti alla nostalgia per la casa perduta a Donnafugata, “congelata nella memoria” e “vasta quanto un bosco da favola nell’infanzia”, e al ricordo dei bombardamenti a Palermo, con la distruzione del Palazzo Lampedusa, immortalato nei Ricordi d’infanzia (Feltrinelli). Se nel soffitto della sua amata abitazione, gli Dèi si credevano eterni, “una bomba fabbricata a Pittisburg doveva nel 1943 provar loro il contrario”, osserva amaramente il Principe.

Allora diventa più naturale cercare Tomasi di Lampedusa non nei luoghi del passato ma nelle macerie, nei resti di ciò che un tempo splendeva e ora è affidato alla polvere, come fa emergere Roberto Andò nel Manoscritto del principe. Oppure, oltre che a Santa Margherita di Belice e a Palma di Montechiaro, è possibile scorgerne qualche traccia nei segni degli antichi fasti palermitani. Ombre, illusioni, nella consapevolezza che solo la scrittura può essere eterna. Un tesoro letterario da tramandare ad allievi promettenti, in opposizione alla vacuità del mondo.

Se Leonardo Sciascia aveva come faro la letteratura francese, Tomasi vedeva in quella anglosassone un punto cardinale, senza dimenticare la passione per Stendhal. A unire due figure così differenti, intuisce Andò, non solo regista ma anche scrittore (Il trono vuoto, Bompiani, e Il bambino nascosto, La nave di Teseo) e allievo di Sciascia, era un sentimento tragico della Storia, secondo il pensiero di Pascal.

Fantasmi e sogni romanzeschi, come in un passo shakespeariano, accompagnano l’eredità del Principe e il solo modo per onorarla è quello di leggere i suoi scritti, sottraendo l’autore all’etichetta di chi lo tratteggia come figura emblematica di un Sud condannato alla sconfitta.

In realtà, come rimarca Javier Marías, Premio Lampedusa 2014, Il Gattopardo è un libro eterno, “di un’eternità umana come dice il protagonista”, l’immortale principe Fabrizio. Quest’opera non appartiene ai luoghi della Sicilia ma a un immaginario sconfinato. E se tutti ricordano il film di Luchino Visconti, con Claudia Cardinale e Alain Delon nei panni di Angelica e Tancredi, travolti per sempre in un valzer dei sensi immortale, c’è chi come Alberto Anile e Maria Gabriella Giannice sostiene che il regista “trasformò un romanzo di «di destra» in un successo «di sinistra»”(Operazione Gattopardo, Le Mani), secondo gli schemi dell’epoca.

Tuttavia, da tempo la scrittura di Lampedusa è stata sottratta ai meccanismi mentali da “guerra fredda” per assurgere a una dimensione secolare. Quella di labirinti letterari che non conoscono dimore facilmente identificabili, né passi certi e prevedibili.

P. Briguglia, M. Bouquet e G. Lupano in una fotografia di Lia Pasqualino dal film “Il manoscritto del principe”.

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