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“Messina non è un problema politico, è un problema antropologico”

Oggi lo conosciamo anzitutto come presidente dell’Accademia Filarmonica di Messina, di cui dice: “è una gloriosa associazione che risale al 1948 e che riesce ad agire tra mille difficoltà con un livello artistico degno delle più illustri associazioni musicali d’Italia. Senza falsa modestia posso dire che, data la risposta del pubblico, l’Accademia Filarmonica è una delle realtà culturali più vitali della città”.

Molti, però, lo ricordano come magistrato. Marcello Minasi (Messina, classe 1944) è entrato in magistratura nel 1970 e ci è rimasto fino al 2010. Ha chiuso la carriera con il grado di presidente di sezione della Corte di Cassazione “ma con le funzioni effettive – sottolinea – di sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Messina”. È stato per cinque anni Pretore di Castelfiorentino, per sei anni pretore penale a Reggio Calabria, per otto consigliere della Corte d’Appello di Reggio Calabria, per tre presidente della Corte d’Assise e della sezione penale del Tribunale di Palmi, per tornare, quindi, fino alla fine della carriera, a Messina.

Dal “più bel chilometro d’Italia” al “caso Messina”

Se a Marcello Minasi si chiede quali siano state per lui le inchieste che gli sono rimaste impresse, immediatamente gli viene in mente l’inchiesta sulla Giunta Provinciale di Reggio Calabria, con il conseguente blocco dei lavori e stop alla “tentata distruzione della passeggiata a mare di Reggio Calabria”, definita – ricorda – “il più bel chilometro d’Italia” da D’Annunzio. E, ancora, ecco il processo sulla cosiddetta “ndrangheta delle tre Calabrie” per il quale Minasi è stato relatore della sentenza e che è considerato il maxiprocesso della ‘ndrangheta; il processo alla cosca dei Pesce a Palmi; l’inchiesta per l’assassinio del giornalista Beppe Alfano e quella per l’assassinio di Graziella Campagna; il caso del prof. Parmaliana; l’avocazione del processo sulla farmacia del Policlinico che è stato all’origine del “caso Messina” (impossibile dimenticare le dichiarazioni della commissione antimafia sul “verminaio”, ndr).

Palamara, la Giustizia e la Costituzione

E la Giustizia oggi? Il “caso Palamara” – dice Minasi “fa quasi tenerezza”. Entrato in magitratura “esattamente 50 anni fa”, Minasi non esita a dire che se allora non gli ci volle molto per accorgersi di come andavano le cose, è certo che “andavano peggio di adesso”. Era evidente una sorta di “vocazione ancillare della magistratura nei confronti del potere politico allora monoliticamente democristiano e poi social-craxiano”. Bastava toccare anche marginalmente “il potere” per attirarsi procedimenti disciplinari.  La differenza con la situazione odierna “è che allora vi era la corrente di sinistra di Magistratura democratica che attuava in maniera serrata un’azione di denuncia e di affermazione della legalità sia con interventi sui criteri di avanzamento in carriera sia con le critiche articolate e ben motivate sulle distorsioni nell’esercizio della giurisdizione”.  “Purtroppo, però, anche Magistratura Democratica negli anni ’90 – aggiunge Minasi – andò progressivamente assimilandosi alle prassi deteriori del correntismo”.

Il caso Palamara dunque “scopre una prassi in atto da molti anni, grazie alla casuale intercettazione (grazie al nuovo sistema del ‘troian’) di colloqui telefonici attraverso i quali si svolgevano le contrattazioni.  Adesso la strategia dell’establishment è quella di scaricare tutto sul singolo o sui singoli, ma il gioco potrebbe non funzionare, perché il capro espiatorio reagirà e l’opinione pubblica è decisamente meno stupida di quanto i potenti possano pensare”.

È pur vero comunque che, “malgrado tutto, un valoroso gruppo di giudici è riuscito a salvare la democrazia e la legalità e ad arginare il potere mafioso anche a costo della propria vita. Questo importante risultato è stato reso possibile dal meccanismo istituzionale della nostra Costituzione che tutela l’indipendenza dell’Ordine giudiziario in maniera molto rigida”.

A Messina quel glorioso “Tribunale del malato”

Marcello Minasi ha nel suo “curriculum” un’attività che tante volte, anche di recente, anche durante l’emergenza sanitaria per il COVID-19, diversi cittadini hanno rimpianto: l’impegno sociale con i Tribunale dei diritti del malato di Messina che è stato “certamente tra le più significative esperienze della mia vita”.

“Il Tribunale dei diritti del malato a Messina ha praticamente chiuso negli anni Novanta”, dice Minasi. Altri tentativi di farlo rivivere – sotto l’egida di “cittadinanza attiva” – “si sono risolti in attività senza sufficiente forza d’urto e di critica. Oggi la Sanità è divenuta – salvo alcune meritevoli eccezioni –  uno dei campi di sfruttamento da parte della politica delle potenzialità clientelari ed economiche del settore ed è stata definitivamente sottratta, quanto alla amministrazione, alle competenze specifiche del personale sanitario”.

Il Comitato nato per “Salvare l’ospedale Piemonte”

Tuttavia, Marcello Minasi resta ancora in prima linea. Sua la presidenza del comitato spontaneo “Salvare l’Ospedale Piemonte” che di recente ne ha scongiurato la chiusura.

Proprio in questa esperienza si registra uno degli aneddoti che costellano la vita dell’ex magistrato. Il quale, in occasione di una protesta pubblica del Comitato, è stato denunciato. Peccato che, come poi ufficialmente accertato e ammesso, esattamente nel momento in cui si svolgeva la protesta “incriminata”, Minasi fosse a colloquio, insieme con altri delegati del Comitato, in Prefettura.

Ma dai tempi del Tribunale del malato a oggi nella Sanità cosa è accaduto? Qualcosa di fondamentale, di “sovrastante”, risponde lui. Ovvero “l’inefficienza e le lungaggini nell’erogazione dei servizi” che rappresentano un danno e una ragione di ansia per tutti i cittadini. Anche se “non si deve sottovalutare il fatto che vi siano dei settori di notevole e conclamata eccellenza”.

“A Messina una innata incapacità di risolvere i problemi”

Sulla situazione degli uffici giudiziari a Messina, Marcello Minasi ha poco da aggiungere rispetto alle denunce – anche in commissione parlamentare, del Procuratore Capo che ha lamentato gravissime insufficienze di organico e di strutture. Ma una sottolineatura la fa. “Le carenze di organico e di strutture sono una caratteristica piuttosto diffusa in tutte le sedi giudiziarie, ma a Messina sono accentuate da una innata incapacità di risoluzione di problemi: si faccia l’esempio del problema dell’edilizia giudiziaria risolta a Reggio Calabria con l’edificazione e il funzionamento di tre strutture (una enorme e faraonica) mentre a Messina continuiamo con l’uso di Palazzo Piacentini edificato dal fascismo”.

“Da Messina i giovani scappano: ecco una vera diaspora”

Minasi ha due figli, entrambi “emigrati”. Uno in Francia, l’altro nel centro Italia. “Genocidio a parte – conclude oggi amaro – il fenomeno della diaspora degli italiani all’ estero è paragonabile alla diaspora degli armeni, popolo geniale, come gli italiani, che hanno lasciato tracce in tutti i paesi del mondo.  Faccio l’esempio più noto: Charles Aznavour francese-armeno. Il genocidio armeno lo compirono i turchi, il genocidio italiano lo h metaforicamente fatto la classe politica italiana”.

“Messina e la ‘messinesità’: un discorso troppo lungo”

Last but not least, Minasi come vede Messina oggi? “Messina richiederebbe un discorso troppo lungo ed elaborato. Sono quarant’anni che studio questo strano fenomeno della ‘messinesità’. Qui condenso il problema con una frase da me usata nel corso di un talk show e che divenne un tormentone in una delle televisioni private di Messina e addirittura per la strada: Messina non è un problema politico, è un problema antropologico”.

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