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Roberto Andò in una fotografia di Lia Pasqualino.

Il personaggio: Roberto Andò

Cinema, teatro, letteratura, opere liriche: Roberto Andò eccelle in vari campi come regista, sceneggiatore e scrittore. Passione, competenza, rigore ne caratterizzano l’impegno artistico. Direttore del Teatro Mercadante di Napoli e regista, negli ultimi anni, di Conversazione su Tiresia al teatro greco di Siracusa, interpretato e scritto da Andrea Camilleri, dello spettacolo Studio su Storia di un oblio di Laurent Mauvignier, con Vincenzo Pirrotta, di “Winter Journey” al Massimo di Palermo, firmato con Ludovico Einaudi e Colm Tóibín, e dell’opera buffa rossiniana Il turco in Italia al Teatro alla Scala, solo per citare alcuni titoli, Andò ha diretto sette film.

http://www.lanavediteseo.eu/item/il-bambino-nascosto/

ll prossimo, Il bambino nascosto, è tratto dal suo ultimo romanzo, edito da La nave di Teseo, e il primo ciak è previsto il 31 agosto, con set a Napoli e Roma. Dopo Viva la libertà, dal suo romanzo Il trono vuoto (Bompiani), Roberto Andò (fotografia di Lia Pasqualino in evidenza, N.d.R.) scrive, in questo caso con lo scrittore e poeta Franco Marcoaldi, e dirige ancora un film ispirato a un suo libro. Prodotto da Bibi Film di Angelo Barbagallo (quarto titolo con il produttore), il protagonista è Silvio Orlando e, sulla scia del precedente confronto cinema/letteratura, saranno valorizzate le peculiarità dei due differenti linguaggi.

Toni Servillo e Roberto Andò, sullo sfondo il ritratto di Berlinguer, sul set del film Viva la libertà: fotografia di Lia Pasqualino. “Ho inserito Berlinguer perché credo che sia uno di quelli che ha saputo meglio proiettare la vita vera nella trama della politica”, ha dichiarato il regista e scrittore.



Conversazione con Roberto Andò

(Buona parte del testo è tratto dal libro di Marco Olivieri, La memoria degli altri. Il cinema di Roberto Andò, Edizioni Kaplan, 2013 e 2017, n.d.r.).

Un pomeriggio festivo, in una Palermo bagnata dalla pioggia. Roberto Andò si racconta nella casa dei suoceri: Antonio Pasqualino, il quale frequentò assiduamente il principe di Lampedusa, e la moglie danese Janne Vibaek, antropologa, che dopo la morte del marito ha diretto per anni il Museo Internazionale delle Marionette.

Edizioni Kaplan e pagina Fb.

Con lo spirito riflessivo che lo caratterizza, in un’abitazione ricca di elementi artistici, compreso un teatrino dell’opera dei pupi nel salotto, tratteggiando con un movimento sinuoso delle mani scenari e visioni, Andò ripercorre il suo cinema. L’indomani dovrà rientrare a Roma.

«La mia famiglia era borghese. Mio padre, Elio, era un medico ospedaliero piuttosto noto a Palermo, primario di Ortopedia all’Ospedale civico. Mio nonno Roberto, anch’egli medico, era un intellettuale che aveva militato nel Partito Comunista ed era stato durante il fascismo punto di riferimento per i partigiani in cerca di rifugio. Mia madre, Antonietta, è la figlia maggiore di un’agiata famiglia – gli Indovina – di commercianti. È stata lei a trasmettermi la passione per la lettura e per l’arte. Devo molto alla sua sensibilità artistica. Lei è anche una notevole pittrice dilettante. Mia sorella, Silvana, è stata la mia dolce compagna di giochi nell’infanzia e nell’adolescenza. Ha qualche anno in più di me ed è anche lei una personalità complessa, piena di interessi intellettuali e artistici.

Franco Indovina, il regista scomparso nell’incidente di Punta Raisi, è mio zio, una figura cui devo molto, anche se è andata via troppo presto.

La mia educazione scolastica è trascorsa nelle scuole bene della città: l’Istituto di suore S. Anna per le elementari, che ho detestato, e dalle medie al liceo il Garibaldi. Sono stato uno studente brillante con poco sforzo e negli ultimi anni i miei interessi intellettuali e artistici già ben definiti – ero l’ideatore del cineclub della scuola – mi facevano disertare le noiosissime sedute scolastiche: preferivo restare a casa a leggere. Posso dire di aver trascorso la mia adolescenza e giovinezza, fino ai sedici, diciassette anni, a leggere, furiosamente. Da qui la mia formazione letteraria. Un retroterra che non ho mai abbandonato, neppure quando si è aggiunta la cinefilia più agguerrita, frequentando il Cineforum Casa Professa e il Cineclub La Base di Palermo. È lì che ho potuto scoprire il grande cinema, dall’espressionismo tedesco al grande cinema russo, al free cinema inglese e a Buñuel.

R. Andò ha diretto Roberto Herlitzka nella pièce “Minetti” di Berhard, foto di Lia Pasqualino.

L’altra grande tappa nella mia formazione è la conoscenza di Leonardo Sciascia, il mio maestro, del quale ricordo sempre la disponibilità e la naturalezza con la quale parlava di letteratura. Per un periodo lo incontravo quasi ogni giorno, nel primo pomeriggio, nella sua casa di Villa Sperlinga, e parlavamo di libri, spesso mi regalava quelli che voleva che leggessi. È stato lui a chiedermi se scrivevo e a spingermi a mostrargli le mie prime prove. Ė stato lui a farmi collaborare con il Giornale di Sicilia, Il Globo (di cui Sciascia era titolare della critica cinematografica, io ero il suo vice), Reporter e il settimanale Fine Secolo, diretto da Adriano Sofri. La nostra frequentazione è continuata quando divenne deputato per il Partito Radicale, a Roma. Lì la nostra amicizia si intensificò, sino ai suoi ultimi giorni.

Ma l’incontro più importante della mia vita è quello con Lia Pasqualino, mia moglie. Ha rappresentato una vera svolta, la nostra continua ad essere una grande storia d’amore.  È una fotografa di valore, allieva di Letizia Battaglia. Abbiamo una figlia, Giulia, bravissima attrice, una intelligenza e una sensibilità in cui posso riconoscere al meglio i miei slanci giovanili, la mia curiosità onnivora, la voglia di conoscere».

R. Andò e Lia Paqualino a Marzamemi, dal profilo Fb del regista.

Come una dissolvenza, nel suo racconto, avviene il passaggio al suo percorso di regista: «Diario senza date nasce dal desiderio di interrogare una Palermo che viveva un punto di non ritorno dopo le stragi mafiose. Si tratta di un film-saggio, genere non praticato in Italia, e di una ricerca poetica di frammentiche utilizza il diario come forma paradossale, nel tentativo di realizzare una possibile autobiografia di una comunità, premessa per una ricostruzione.

La prima traccia sono gli appunti di quello che diventerà il libro Diario senza date o della delazione. Mi sono ispirato a film come gli undici episodi di Heimat (Edgar Reitz, 1984) e Allemagne 90 neuf zéro (Germania nove zero, Jean-Luc Godard, 1991), oltre che a un cineasta come Hans-Jürgen Syberberg, cui non a caso avevo chiesto di interpretare il ruolo del regista. Il suo Hitler, un film sulla Germania è un grandissimo tentativo di procedere a una sorta di un’autocoscienza collettiva della nazione tedesca, tra saggio e ricostruzione fantastica.

Andò con Gianfelice Imparato e Carolina Rosi, pagina Fb del regista, per le prove di Ditegli sempre di sì di Eduardo De Filippo.

 Come la convivenza con il nazismo aveva dilaniato la coscienza del popolo tedesco, così, in Sicilia, ci si può interrogare sulle conseguenze dell’essere scesi, giorno per giorno, a patti con la mafia. Bruno Ganz, con il suo sguardo e la sua voce meravigliosa, è stato il complice partecipe di una ricognizione su Palermo come città emblematica del male.

Tra reportage e finzione, ho frugato dentro l’anima di Palermo come luogo della riservatezza ma anche teatro di una spiccata autoanalisi. Ho scelto di raccontare Palermo dentro un gioco di sguardi che è il gioco del cinema, per indagare su una realtà attratta dall’estetica della rovina e da una grande debolezza morale. Mi viene in mente un’affermazione di Sebald: “Ricavando effetti estetici o pseudo-estetici dalle rovine di un mondo devastato, la letteratura contravviene alla propria legittimazione”.

La testimonianza di Vincenzo Consolo nel film è particolarmente importante perché, nella sua ultima fase come scrittore, egli ha espresso l’impossibilità tragica del narrare. La sua è una prosa poetica, la quale individua, come unica forma narrativa per agguantare la verità, quella che intreccia finzione e verità. Diario senza date segue questo modello.

Altra presenza significativa è quella di Sciascia, così proteso a capire la realtà malata di questo Paese, dato che il disagio oggettivo della realtà erano il suo rovello e la sua ossessione, da dichiarare paradossalmente di non avere un subcosciente. In realtà, come dimostrano romanzi labirintici come Il contesto e Todo modo, Sciascia è lo scrittore più metafisico che abbiamo avuto.

Bruno Ganz e Moni Ovadia in Diario senza date: foto di Lia Pasqualino

Con i documentari, invece, ho raccontato delle personalità che hanno in comune l’essere testimoni e l’essere eroi della forma. Per me Wilson (Robert Wilson – Memory/Loss. Frammenti di una biografia poetica) è un punto di riferimento dal quale trarre ispirazione in ogni campo – lui che ha rivoluzionato il teatro mondiale, creando un alfabeto nuovo grazie a un inedito rapporto tra spazio e suono – mentre Webern (Per Webern. 1883-1945: Vivere è difendere una forma) era un mago musicale che ha ispirato profondamente l’avanguardia. Mi piaceva raccontare quest’uomo schivo, vittima di un incidente fatale a guerra finita, utilizzando solo la sua musica. Nelle sue poche composizioni troviamo un distillato del Novecento e un grande sforzo di sintesi che rovescia gli schemi vigenti, ospitando dentro l’opera anche il silenzio, come in altri modi farà anche John Cage. Non è facile realizzare un film su un musicista e io ho cercato di valorizzarlo come compositore del frammento, demiurgo di un mondo nuovo musicale che si muoveva nel solco di una libertà post-romantica, attraverso immagini che raccontassero la sua realtà. Soprattutto la natura, da lui così amata, con le montagne, le foglie, i ghiacciai.

Micaela Ramazzotti e Alessandro Gassmann in Una storia senza nome, foto di Lia Pasqualino.

Pinter (Ritratto di Harold Pinter) è uno scrittore della memoria e dell’impegno politico senza retorica, capace di un lavoro profondo (mai dichiarato) sul linguaggio, che deriva da Beckett. Potrei dire che Pinter e Rosi (Il cineasta e il labirinto – Incontro con Francesco Rosi) sono artisti che hanno scelto la forma per raccontare la tragedia e il dolore del mondo, interrogandosi sempre con rigore su quale fosse la forma espressiva e narrativa più adeguata. Per entrambi, questa forma è un magistero che viene distillato attraverso una grandissima consapevolezza politica e morale.

Io ho avuto un legame personale con Francesco Rosi, decisivo per la mia formazione grazie a film capitali come Salvatore Giuliano e Le mani sulla città. Un regista del Sud che ha trovato una strada insuperata, sul piano del linguaggio cinematografico, per raccontare il Meridione d’Italia e che rappresenta, ancora oggi, un modello.

Da parte mia, ho sempre optato per il romanzesco, già avviato da Visconti con La terra trema, film che sigla per il grande regista la definitiva fuoriuscita dal realismo. Il romanzesco è un’opzione dell’immaginazione che insegue l’aspetto congetturale della vita, quella zona che si colloca tra i fantasmi del passato e il non detto. Il romanzesco sfida Dio confutando l’irrevocabilità del passato e per fare questo sceglie l’aspetto ipotetico della vita, pur non disertando affatto la realtà.

Per me è fondamentale lo sforzo di sottrarre gli individui all’opacità in cui tutti siamo condannati, disseppellendo gli elementi nascosti, come nel Manoscritto del principe. Lampedusa rappresenta un mio fantasma personale e dalle parole di Orlando e Lanza Tomasi traspare un ritratto antitetico, alla Rashōmon. Per Gioacchino, Lampedusa incarna il mondo degli affetti. Orlando tratteggia, invece, un signore feudale e cattivo che ha lasciato talmente dolore da non poterne parlare.

Michel Bouquet nel Manoscritto del principe: fotografia di Lia Pasqualino

Ricostruisco gli ultimi quattro anni di Tomasi di Lampedusa e perfino il commento al romanzo (“casto e perverso”) di Orlando/Marco Pace, da parte del principe, corrisponde ai contenuti della vera lettera, malgrado io non l’avessi mai letta prima di girare il film. Merito della capacità dell’arte di cogliere ciò che è vero. Ė il disagio a interessarmi e da qui parte la ricostruzione perché, come afferma Marías, ogni forma di biografia è un oltraggio. Un oltraggio che, però, ci restituisce qualcosa degli altri.

La figura di Tomasi di Lampedusa, come la racconto io, è romanzesca, potrebbe essere uscita da un romanzo di Henry James. Inizialmente pensato in bianco e nero, il film rappresenta anche una riflessione sul tema del talento in relazione alla Sicilia, con la sua civiltà dell’autocensura e le sue intelligenze sterili che bruciano come in una sorta di autocombustione. Una civiltà della perfidia e del controllo reciproco, nella quale l’unico progetto è il veto, frutto di un’intelligenza sottile ma distruttiva.

Jeanne Moreau nel Manoscritto del principe: foto di Lia Pasqualino

Francesco Orlando, il quale pubblicò troppo tardi il suo romanzo, La doppia seduzione, aspettandosi più riscontri e decidendo di non inserire le cinque pagine di prefazione del principe, mi chiese di non fare cenno nella sceneggiatura ad alcuni aspetti personali. Questa reticenza mi ha permesso di rendere il film ancora più infuocato di desideri non espressi. Ho messo in scena una storia triangolare amorosa tramite i codici magri, secondo la definizione di Lampedusa. Il mio modello era la poetica dell’implicito. La cinepresa percorre questo labirinto di anime in cui ognuno cerca di acciuffare l’immagine dell’altro e tutti se la consegnano solo in ritardo.

Gioacchino Lanza Tomasi ha inizialmente mostrato delle resistenze verso Il manoscritto del principe. Come ha ammesso nel nostro primo confronto pubblico, all’Università di Princeton, su iniziativa della docente Gaetana Marrone, si era rivolto alla grande sceneggiatrice Suso Cecchi D’Amico per impedirne la realizzazione. Questo ha ancora di più rafforzato la tenacia di Tornatore come produttore e la stessa Cecchi D’Amico ha poi scritto una prefazione alla sceneggiatura. Il figlio adottivo del principe, a Princeton, ha pronunciato un bellissimo discorso sugli scheletri negli armadi, rivelando il suo timore di riaprirli. Io gli sono molto grato per avere sostenuto i valori formali del film in ogni occasione pubblica, sin dall’anteprima palermitana.

Per Sotto falso nome, invece, mi sono ispirato al film L’inquilino del terzo piano di Roman Polanski, alla figura dell’artista Christian Boltanski e alla personalità inquietante di Romain Gary. Quest’ultimo vinse il premio francese Goncourt con due differenti pseudonimi e pubblicò postumo il romanzo Vita e morte di Émile Ajar. Gary viveva questa vertigine anche attraverso continui incontri libertini, al pari del mio protagonista. Come ci hanno insegnato i grandi scrittori ebraici, l’identità è un’invenzione. Alla fine della storia, sedotto dalla figlia dello scrittore suicida, Daniel rifà lo stesso gesto dell’amico, anche se mi piace che permanga l’ambiguità e molti spettatori pensino che sia stata la donna a ucciderlo.

Locandina di Sotto falso nome.

Con Viaggio segreto ho chiuso un ciclo sulla memoria. In Ricostruzioni ho intravisto un grande tema che sentivo da qualche parte oscuramente appartenermi. Aveva i tratti di quella che si può definire una grande storia, dove confluiscono temi universali e sfondi da tragedia greca – penso ad Elettra – con uno spiazzante gioco tra la memoria e l’oblio.

Alessio Boni, protagonista di Viaggio segreto, con R. Andò, foto di Alba Donati, profilo personale del regista su Fb.

Era una storia incentrata sull’emozione, sul dolore e sulla possibilità di salvezza. Ma soprattutto mi è sembrato subito chiaro che c’era la possibilità di trasporre questa storia in Sicilia, dove i sottintesi della vicenda e il suo senso potevano trovare altri echi. Mi fa molto piacere che Josephine Hart abbia dato del film un giudizio entusiasta, nonostante le evidenti libertà rispetto al romanzo. Nei molti confronti con gli psicoanalisti, soprattutto di scuola freudiana, tutti hanno trovato corretta la necessità che il personaggio di Ale non conoscesse la verità sul suo passato, mentre lo psichiatra Massimo Fagioli, verso il quale avevo un certo sospetto, interpretò il film come una sconfitta dell’analisi freudiana.

Andrea Camilleri e Roberto Andò, dalla pagina Facebook del regista.

Subito dopo avrei voluto completare una sorta di autopsia della civiltà siciliana, raccontando le vicende del giornale L’Ora di Palermo, un approdo salvifico per tanti giovani grazie alla direzione ventennale di Vittorio Nisticò. Un’esperienza di formazione preziosissima al pari di quella vissuta, in un ambiente antitetico, dagli allievi del principe. Un’occasione per raccontare le occasioni perdute e il tema della libertà di stampa, affrontando la crisi di oggi attraverso il passato.

Ho scritto la sceneggiatura con Angelo Pasquini e il giornalista Francesco La Licata. Da questa storia emerge il ruolo della Sicilia come laboratorio di un giornalismo straordinario e dell’ambiguità, quando il Partito Comunista Italiano chiude L’Ora e rinuncia a un progetto di liberazione che aveva dimostrato grandi capacità di autonomia dallo stesso Pci. Si tratta di una speranza infranta di influire sulla società. Un’intelligenza siciliana al servizio dei fatti che fu interrotta dal partito, rinunciando a un progetto politico di cambiamento nel Sud d’Italia.

La tempesta di Shakespeare.

La produzione era affidata alla Sciarlò dei fratelli Tornatore e alla Medusa, ma quest’ultima ha bloccato il film per tre anni, nonostante l’apparente adesione, forse per una sorta di estraneità programmatica verso il senso politico di quella vicenda.

Il romanzo Il trono vuoto, invece, dal quale ho tratto il film Viva la libertà, è un capitolo narrativo nuovo che coincide con la scoperta di un tono, in parte, da commedia. Racconto il legame negato con la psiche come metafora di un Paese malato.

https://www.bompiani.it/. Premio Campiello opera prima.

Quando, ventenne, ho conosciuto Sciascia, pensavo che la scrittura sarebbe stata la mia prima attività. Solo ora sento di aver superato questo veto che mi ero inflitto da solo.

Dal romanzo al film.

Dal romanzo al film, non avrei mai fatto Viva la libertà se Toni Servillo non avesse aderito al progetto. Ci voleva un volto come il suo, l’intelligenza rigorosa dei suoi tratti, nello stesso tempo ipotetica e realistica, per incarnare l’essere duplice che, sequenza dopo sequenza, si confronta nel film attraverso il match tra i due gemelli. Toni è stato un complice, confermando la fondatezza di quella definizione che Francesco Rosi usò a proposito di Gian Maria Volontè, quando lo definì un “attore creatore”. Quanto alla Sinistra italiana, ho voluto raccontare la sua crisi attraverso lo sdoppiamento dei due personaggi perché è il doppio la parte che deve ritrovare dentro di sé per risorgere. Citando Camus, si può dire che quando la speranza non c’è occorre inventarla. Io l’ho fatto, in fondo, concependo questa storia sul piano letterario e poi cinematografico.

Toni Servillo nel film Le confessioni, foto di Lia Pasqualino

Le confessioni nasce, invece, dalla figura anomala del monaco certosino Roberto Salus, interpretato sempre da Toni Servillo.  Un personaggio che impone un andamento spiazzante. In occasione di un G8, Salus viene invitato misteriosamente e trova il suo antagonista nel direttore del Fondo monetario internazionale, impersonato da Daniel Auteuil. Lui è un demiurgo che muove i destini di un regno impenetrabile e oscuro: l’economia. L’emblema di un culto al tramonto, quello di un potere che ha iniziato a navigare senza rotta. Da qui un film che parla del potere, del silenzio e del segreto.

Roberto Andò e Daniel Auteuil sul set del film Le confessioni, foto di Lia Pasqualino.

Nel film successivo, Una storia senza nome, tra grottesco e commedia, il furto (davvero avvenuto a Palermo) della Natività di Caravaggio è il pretesto per realizzare un film sul cinema e per ridare al cinema la centralità perduta.

Renato Carpentieri e Micaela Ramazzotti in Una storia senza nome, foto di Lia Pasqualino.

Nella storia ci sono una vera sceneggiatrice che si nasconde e un falso sceneggiatore, sullo schermo Micaela Ramazzotti e Alessandro Gassmann, un produttore che prova a portare avanti la storia e un dispositivo investigativo che cerca di arrivare a una verità. Il tutto con il gusto di seguire una storia complessa, nel segno di un artigianato sublime e di un gioco di specchi enigmatico.

Locandina di Una storia senza nome.

Ora Il bambino nascosto, dal mio omonimo romanzo, sarà una nuova avventura cinematografica. Pur mantenendo il cuore del libro, un uomo che nasconde un bambino e lo protegge istintivamente dall’ambiente camorristico, tra le poesie di Kavafis e un incontro inatteso, ci saranno modifiche significative. Questa volta è una città come Napoli al centro vitale del film che sto per girare».


Il volume Le confessioni

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