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paghetta

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Si fa presto a dire «paghetta». Paghetta sì o no? Che fine ha fatto nel tempo?

Paghetta sì o no? Che fine ha fatto nel tempo?

C’era una volta “la paghetta”: ve la ricordate? Un tema tanto dibattuto in molte famiglie: sono numerosi i genitori che si interrogano sull’opportunità di dare qualche soldino ai proprio figli, sull’età in cui sia sensato iniziare ad elargirla e sui metodi più adatti per insegnare loro come gestirla con intelligenza.

Quanti sono i genitori che versano ancora ai propri figli una paghetta? E poi quanto danno loro? E ogni quanto tempo? E per fare cosa? Che significato aveva e ha, se ce l’ha ancora? Come sono cambiate le abitudini?

Dal “Mamma, papà, me lo compri? alla “paghetta” e al “dopo paghetta” qual è stata l’evoluzione? Come lo hanno vissuto i genitori e trasferito, a loro volta, ai propri figli? Uno strumento di punizione (“ti tolgo la paghetta”) o l’occasione “sana” per insegnare ai figli la responsabilità al risparmio e l’autonomia più adulta oltre al valore di ciò che si desidera comprare (“metti da parte per …”)?

Che l’alfabetizzazione finanziaria dei ragazzi possa partire efficacemente partire dal gioco prima e dall’erogazione di cifre, anche modeste, è opinione molto condivisa. Certo, per molti è prioritario arrivare a fine mese con le risorse a disposizione e, difficilmente, una famiglia media riesce a risparmiare qualcosa. C’è da dire che i figli delle famiglie italiane sono quelli con le mani più bucate ricevendo più soldi dei loro coetanei europei (siamo battuti solo dall’Austria). Ma gli italiani, si sa, hanno nel proprio retroterra culturale l’attitudine al risparmio, per le necessità e per tutti i “non si sa mai…” legati ai rischi da affrontare e a tutte le eventualità future.

L’uso educativo del risparmio, in altre parole, non è sconosciuto ai risparmiatori di casa nostra. Ma il come è il punto più delicato. Da un lato c’è la spinta a spendere, e non di risparmiare, di contribuire cioè alla crescita economica al consumismo. E così, sul fronte educativo, i comportamenti prevalenti oggi sono questi: se il bambino vuole qualcosa facciamo in modo che (se) lo comperi, se il ragazzo esce la sera deve avere una certa quota di soldi, a prescindere da tutti i sacrifici che, poi, i genitori fanno per assicurarla.

Un soldino per crescere. Allora, è preferibile un fisso settimanale al “genitore bancomat”.

I bambini cominciano ad acquisire una capacità di riconoscimento dei soldi attorno al sesto, settimo anno di vita; in un’età in cui le competenze mentali necessarie sono ancora precarie e confuse relativamente a pensieri magici e concretistici. Solo intorno ai 10-11 anni, con l’ingresso della scuola secondaria, i ragazzini e le ragazzine sono in grado di capire il senso del denaro. Consegnare una paghetta settimanale o mensile è, allora, decisamente meglio del genitore bancomat.

Con che cadenza e soprattutto con quale cifra è consigliabile iniziare?

Secondo il parere degli esperti, per i bambini delle scuole secondarie, 11-12 anni, 5/8 euro, a cadenza settimanale, possono essere sufficienti. Per i ragazzi più grandi e, con la prima superiore, intorno ai 14-16 anni, si può passare ai 15/20 euro, su base mensile, alzando il tiro man mano si presentano i primi allontanamenti organizzati con gli amici, le prime vacanze di gruppo.

Anche perché la paghetta, deve servire anche per la ricarica telefonica, per tutti gli acquisti “extra” dei figli, di ieri e di oggi: dalle merendine alle figurine e ai giornalini all’uscita al cinema con gli amici più grandi.

Poi, come non ricordare, c’era la paghetta condizionata o incrementata in virtù  di alcuni servizi che il figlio poteva compiere dentro casa, eccetto le attività domestiche che dovevano rientrare nella routine e nella condivisione dei compiti (rifare il letto, sparecchiare la tavola etc.), e non potevano o dovevano, allora come oggi, tradursi in un riconoscimento economico sennò il rischio di equivocare l’insegnamento educativo era ed è fortissimo.

Cosa è rimasto di tutte queste gocce di memoria oggi, e al tempo del Coronavirus, dove tutto si è ribaltato quanto a ritmi, abitudini, esigenze e consumi?

Ci raccontate la vostra esperienza di genitori, ieri e oggi? Sì, perché “del doman non v’è certezza”: il Magnifico docet.

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