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BIDEN vs. TRUMP, ‘Covid’ vs. ‘Law and Order’

Son passati tre giorni dalla conclusione della convention del partito repubblicano e una settimana dalla chiusura di quella dei democratici, dunque è tempo di tirare le somme. Cosa abbiamo capito dei pretendenti allo Studio Ovale? Quale strategia hanno? A chi si rivolgono e a chi altro vorrebbero parlare? Scopriamolo.

Son passati tre giorni dalla conclusione della convention del partito repubblicano e una settimana dalla chiusura di quella dei democratici, dunque è tempo di tirare le somme. Cosa abbiamo capito dei pretendenti allo Studio Ovale? Quale strategia hanno? A chi si rivolgono e a chi altro vorrebbero parlare? Scopriamolo.


Prima di iniziare l’analisi, mettendo a confronto i due candidati alla presidenza, può essere utile fare una premessa. Nel mondo del marketing, di cui la propaganda politica fa parte, ci sono essenzialmente due modi per proporre un prodotto al pubblico. Uno, il più classico ed etico, è quello di raccontare quanto è bello e buono quello che si vuole vendere, l’altro invece è insinuare che i beni prodotti dagli altri non abbiano la stessa qualità. Questa seconda modalità si chiama pubblicità comparativa ed è consentita purché il messaggio non sia ingannevole. Qui in Europa tale strategia comunicativa è più soft rispetto agli Stati Uniti dove invece i confronti sono più espliciti. Ecco, questa seconda modalità è proprio quella che si adopera in politica e nel caso specifico nella campagna elettorale americana ora in corso.


Se per vendere un pollo o uno shampoo generalmente si cerca di essere “politicamente corretti” e lanciare solo messaggi positivi, stimolanti, per pubblicizzare un uomo politico non si bada troppo al bon ton, anche in un periodo come questo in cui gli strateghi consigliano di scegliere una narrazione che non spaventi chi è preoccupato per il virus e il futuro. Così ora negli Stati Uniti abbiamo due candidati alla Casa Bianca che differiscono fra loro su un’infinità di punti ma hanno certamente in comune una cosa, la propria disponibilità a tirare giù l’avversario con ogni mezzo disponibile. Magari un candidato può essere un po’ più composto e l’altro più agitato ma alla fine, andando oltre alle apparenze, sono entrambi impegnati a demolirsi a vicenda.



STRATEGIA:

Dunque quale è la tattica scelta dall’uno e dal’altro per cercare di far soccombere l’avversario? Il partito democratico, nella sua interezza, ha puntato tutto un tema, l’epidemia di Covid. Secondo loro il modo più logico per far traslocare Trump fuori dalla Casa Bianca è quello di dire tutti assieme e a gran voce che l’attuale presidente ha sbagliato ogni cosa nell’affrontare l’arrivo del SARS-CoV-2 sul suolo americano. Tutti, a qualunque ora del giorno e della notte, da qualsiasi punto cardinale devono ripetere lo stesso concetto: Trump ha mancato di leadership nell’affrontare il Covid e ora il Paese è nei pasticci senza quasi sapere come tirarsene fuori, perché quello che dovrebbe essere il comandante in capo si propone invece come negazionista. I democratici, per poter sostenere questa tesi, si appoggiano a dichiarazioni rilasciate mesi fa dallo stesso Trump, che all’epoca era intento nell’affermare “il virus sparirà, andrà via come per miracolo”. Come altra prova a supporto di questa tesi c’è poi la riluttanza dell’attuale presidente nel dire ai cittadini di indossare la mascherina e praticare il distanziamento. Il fronte dei democratici poi prosegue imputando all’incapacità di Trump il grave bilancio delle vittime.
In realtà, caricare sul conto di Donald Trump il totale delle vite americane perse a causa del Covid nonché la scomparsa di milioni di posti di lavoro è forse un po’ azzardato, soprattutto senza che vi sia un processo a valutare prima e stabilire poi come si siano svolti i fatti, ma in campagna elettorale si opera in regime di eccezione, come in guerra.


La campagna di Trump invece ha scelto come arma preferenziale contro l’avversario la tematica della legge e dell’ordine. Il presidente e i suoi repubblicani stanno infatti concentrando tutta la loro potenza di fuoco sul convincere gli americani che con Joe Biden gli Stati Uniti non sarebbero più sicuri e che lo stesso candidato Dem sarebbe null’altro che un cavallo di Troia, per introdurre alla Casa Bianca i radicali di sinistra.
Per cercare di capirsi subito con il loro più probabile elettorato, i repubblicani hanno iniziato ad affermare che Biden è intenzionato a togliere il secondo emendamento dalla costituzione, impedendo di fatto ai cittadini la detenzione di armi. Gli Stati Uniti sono un Paese nel cui passato c’è il vecchio e selvaggio west dunque quell’emendamento per molti, soprattutto nelle aeree più rurali, non è negoziabile.
Le armi negli USA sono simbolo di libertà, di sicurezza e tirarle in ballo procura un’immediata attenzione, come del resto hanno un forte impatto anche la violenza nelle strade, i danneggiamenti e i saccheggi di proprietà private durante le manifestazioni. Scandire il motto “law and order” imputando al proprio avversario debolezza e incapacità è la più semplice delle tattiche. A questo però va pure aggiunta un’altra considerazione; l’assunto è errato e il candidato dei Dem non ha mai dichiarato di voler cancellare il secondo emendamento.


Un altro fronte su cui i due contendenti hanno scelto posizioni strategiche differenti è l’economia. Trump vuole ricreare milioni di posti di lavoro nell’industria andando in deroga a qualsiasi trattato per la salvaguardia dell’ambiente mentre Biden afferma che lui i nuovi occupati li vuole creare in un industria più avanzata e sostenibile sul piano ambientale. Per il candidato democratico sarà proprio l’applicazione di nuove norme a tutela dell’ambiente a creare nuova e più soddisfacente occupazione. Al contrario, Donald Trump avverte i votanti che le regole a cui sta pensando il suo avversario faranno decollare i costi per ogni cittadino.
Molta distanza c’è anche sulle posizioni pro-life, cioè l’atteggiamento dei due verso il tema dell’aborto e altri aspetti che influenzano la vita e l’etica delle persone. I repubblicani accusano il partito democratico di voler impiegare soldi pubblici per consentire la pratica dell’aborto anche in fase avanzata di gravidanza e poi affermano che i Dem hanno in programma di dare copertura sanitaria anche agli immigrati irregolari. In realtà, dai controlli giornalistici, si scopre che le cose non stanno proprio così.



COMUNICAZIONE:

Al di là alle rispettive agende politiche, a dividere i due candidati alla Casa Bianca c’è pure lo stile comunicativo.
Il democratico Biden cerca di presentarsi alla nazione come una brava persona, che riesce ad entrare in empatia con la gente e comprenderne i problemi. Proprio per questo motivo durante la Democratic National Convention i responsabili della campagna elettorale Biden-Harris hanno cercato di umanizzare il più possibile l’ex vicepresidente, facendo raccontare a parenti, conoscenti e colleghi diversi episodi della vita del candidato. Ma, guardando più in generale, la gran parte degli interventi della DNC 2020 è stata all’insegna dell’informalità, come a cercare di bilanciare la mancanza fisica delle persone e, soprattutto, per sembrare più sintonizzati con il paese reale.
Tutt’altro modus operandi si è invece osservato con Trump, che di se stesso non ha voluto raccontare nulla.
Paradossalmente, pur portando al podio della convention repubblicana la first lady e quasi tutti i suoi figli, comprese le fidanzate o le mogli di questi, nessuno di loro ha raccontato nulla di particolarmente personale, che ingentilisse il profilo di Trump. L’unica che ha minimamente accennato al lato umano del presidente è stata la figlia Ivanka, ma senza troppa spontaneità.
Per quasi tutta la RNC 2020 abbiamo visto Donald Trump all’accatto e con lui anche i suoi famigliari, tranne Melania. La cifra stilistica del presidente, è oramai noto, consiste nel lanciare in aria accuse, insinuazioni e denigrare l’avversario. Tutte cose che mettono in crisi la stampa, poi chiamata a verificare, e offrono al pubblico una visione falsata dei eventi, della realtà. Ma nessuno facente parte della campagna di Trump pare preoccuparsi di questo aspetto, infatti molti ascoltatori non si pongono neanche il problema dell’esattezza, tanto che negli ultimi giorni il Washington Post si è chiesto se ha veramente senso adoperarsi nel fact-checking (la verifica dei fatti).

Altra cosa interessante da sottolineare a livello comunicativo è il taglio che è stato dato a ciascuna delle due convention.
Da una parte, con i Dem, si è avuto un evento un più pop mentre dall’altra si è optato per lo sfoggio di grandezza, fra monumenti e bandieroni a stelle e strisce. Pur adoperando entrambe le campagne una formula basata su mix di interventi registrati e discorsi dal vivo (per la campagna di Biden senza pubblico, mentre per Trump con il pubblico) il sapore dei due congressi è stato totalmente diverso, riflettendo perfettamente la diversa visione che i due candidati e i due partiti hanno dell’America e di se stessi.
Per i Dem c’era più vita quotidiana, gente che parlava dal sofà di casa, o dalla cucina, molti video e collegamenti semplici, quasi grezzi, per non far sembrare il tutto irrimediabilmente finto o troppo istituzionale. Poi ogni appuntamento ha incluso almeno un paio di performance musicali di alto livello, cosa che avrà supportato gli ascolti.
I repubblicani invece hanno fatto l’opposto, raffinando fino all’inverosimile tutti i contributi e anche l’aspetto di chi interveniva, che non doveva assolutamente avere un capello fuori posto o un’ombra strana sul volto. Tutto assolutamente cinematografico e con un finale in pompa magna presso la Casa Bianca, fra fuochi artificiali e bel canto, con l’esecuzione di brani celebri fra cui ‘Hallelujah’ di Leonard Cohen, impiegata nel programma della serata nonostante i detentori dei diritti d’autore non avessero dato il consento.


A questo punto ci si potrebbe chiedere: come sono andati poi i due eventi, in termini di ascolti? Ebbene, entrambe le convention hanno perso pubblico televisivo rispetto al passato, cosa in parte bilanciata dalle visualizzazioni via web. Rispetto al 2016 i Dem hanno perso il 21,6% mentre i Rep sono calati del 28,9%. Secondo quanto stimato da Nielsen, analizzando i dati di messa in onda dei maggiori network tv, l’evento dei democratici in generale è stato più seguito rispetto a quello dei repubblicani, ma le differenze nel numero di spettatori non sono eclatanti. La media per i Dem è stata di 21,6 milioni mentre per i Rep è stata di 19,4. Poi, considerando le singole serate si scopre che Trump ha battuto Biden una sola volta, con Melania. Infatti nella seconda serata, in cui ha parlato la first lady, i Rep hanno incassato 19,4 milioni di spettatori mentre i Dem ne hanno avuto 19,2. La proporzione si è invece ribaltata il giorno dopo quando ha fatto il suo discorso Kamala Harris (22.8 milioni per i Dem e 17,3 per i Rep).
Per quanto riguarda invece i risultati gli appuntamenti finali in cui i due candidati hanno proposto il loro discorsi di accentazione della nomina, Biden ha ottenuto 24,6 milioni di telespettatori mentre Trump le ha racimolati 23,4 milioni.



ELETTORATO:

Parlando invece di platea elettorale ci sono alcune considerazioni da fare. Il candidato democratico è ormai da mesi in testa ai sondaggio ma rispetto a qualche mese fa, quando Biden veniva accreditato di un vantaggio a doppia cifra, ora si inizia a vedere un Trump in risalita.
Un aspetto curioso, indagato da diversi media americani, è il fatto che una volta raggiunti per via telematica dai sondaggisti non tutti gli intervistati hanno voglia di dire la verità su come votano. Secondo una studio proposta da CloudResearch l’11,7% dei repubblicani non è propenso a dichiarare il proprio voto, mentre per i Dem questa percentuale scende al 5.4%.
La fetta dei ‘votanti timidi’, che magari temono la telefonata sia registrata, o credono che i sondaggi siano degli strumenti di propaganda politica e non vogliono prendervi pare, sono fonte di preoccupazione dei gli addetti ai lavori, perché non essendo poi così pochi potrebbero finire per incidere sul risultato elettorale e magari ci si renderebbe conto della realtà solo a cose fatte.


In senso generale, sembra che nelle preferenze giochi un ruolo importante il livello scolare. Un sondaggio pubblicato da CBS qualche giorno fa mostrava come il 59% delle donne bianche con bassa scolarità affermava di preferire Trump, mentre nella stessa fascia Biden otteneva il 34% dei consensi. La situazione sembra invece si ribalti quando le donne hanno almeno un diploma. In tal caso Biden viaggia attorno al 57%.
In questi ultimi giorni la campagna di Biden si sta aggiornando per cercare di fermare la ripresa di Trump, che in questo momento sta girando fra gli stati più incerti. Uno degli strumenti che la campagna Biden-Harris ha intenzione di usare è la formula “Shop Talk” per entrare in conversazione con gli uomini adulti di colore. Queste chiacchierare sono pensate per ricreare l’atmosfere informale della “chiacchiera da barbiere”. La fascia di elettori che stanno attenzionando si è presentata alle urne nel 2016 solo per il 54% (gli uomini adulti bianchi nella stessa occasione andarono alle urne per il 64%) , dunque la missione è quella di motivare queste persone alla partecipazione.
Oltre a questi talk Joe Biden dovrà anche uscire di casa e battere la strada, alla vecchia maniera, senza contare ch con buona probabilità dovrà accettare il guanto di sfida e contornarsi con Trump in tv prima de 3 novembre, il giorno delle elezione. Ma su questa ipotesi di confronto diretto fra i democratici si sono levate alcune voci preoccupate, come quella di Nancy Pelosi. Secondo la speaker della Camera finire su un ring televisivo con Trump e solo un rischio e non porterebbe nulla in tasca, anche perché per quella data molte persone avranno già votato via posta.
A ogni modo, sembra che Joe Biden non voglia sottrarsi all’esperienza fornendo a Trump l’occasione di dargli del codardo. Certo è che il candidato democratico dovrà prepararsi molto bene, per poter eseguire fact-checking in simultanea.


Per quanto riguarda invece le nuove strategie da implementare nell’ambito della campagna di Trump, certamente vi è la caccia alle donne diplomate, che ora sembrano propendere per il suo avversario. Il focus sarà dunque sulle votanti suburbane che nel 2016 votarono per i repubblicani ma alle elezioni di medio termine si allontanarono dal partito. In un sondaggio diffuso da Fox News, il canale informativo preferito di Donald Trump, il 61% di queste votanti disapprovano il lavoro svolto fino a qui da presidente. Con loro sarà come un gran premio della montagna su due ruote.
Invece, volendosi chiedere: ma alla fine le convention hanno portato del buono? Al presidente Trump sembra di sì.
Secondo un recente sondaggio di Morning Consult su 4,035 potenziali votanti Trump è entrato in convention con il 42% preferenze e ne è uscito con il 44%. Non ugualmente positiva è stata l’esperienza di Biden che, sempre secondo lo stesso sondaggio, contava il 52% di preferenze prima della DNC 20202 e a fine evento è sceso al 50%.


Fonte: ABC/NPR/WP/Nielsen, fivethirtyeight.com, CloudResearch, Morning Consult, Reuters/Ipsos, NYT, CNN, CBS, AGI 30/08/2020

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