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Riparte il programma Erasmus, dopo la pandemia sarà virtuale e in presenza

Studenti universitari tranquilli, le borse di studio Erasmus non sono state eliminate causa Covid. Certo sono comunque condizionate dall’andamento dei contagi perché dopo un primo periodo in modalità virtuale con il collegamento da remoto tra il proprio paese d’origine, (per il quale non è previsto nessun contributo dato che lo studente non ha costi aggiuntivi da sostenere) e l’ateneo del paese estero, seguirà poi l’esperienza nella destinazione europea scelta. Anche il tirocinio Erasmus resta. Si tratta di un periodo di formazione all’estero presso un’azienda, un teatro o un laboratorio, a seconda del corso di studi intrapreso.

Una volta all’estero si dovrà frequentare obbligatoriamente l’ateneo straniero per almeno tre mesi per poter accedere alla borsa di studio , due per chi fa il “tirocinio” Erasmus. Le borse di studio saranno assegnate regolarmente per chi studierà in presenza all’estero e per tutto il periodo di frequentazione dell’ateneo straniero.

Altra buona notizia è che attualmente lo studio è permesso in tutti i paesi europei anche se in Spagna non è ancora chiaro come riprenderà l’attività formativa. In pratica lo studente può scegliere una destinazione e se l’università del paese che ha scelto non dovesse fare lezioni in presenza può seguire la lezioni da remoto ricevendo però in questo caso la borsa di studio al 100% .

Il programma Erasmus ha mantenuto la piena operatività, seppure con le limitazioni legate alla pandemia. Circa 7000 studenti che si trovavano all’estero durante la quarantena hanno deciso di non tornare in Italia e tra coloro che sono rientrati in patria il 90% ha proseguito l’attività in maniera virtuale. A tutti è stato riconosciuto il valore legale dell’esperienza, quello economico invece solo a chi è rimasto fisicamente all’estero .

Le mete Erasmus più gettonate rimangono quelle di sempre: Spagna, Francia e Germania, Portogallo e Regno Unito che è ancora nella programmazione 2014-2020. Per il futuro, se intenderà rimanere nel progetto, dovrà mettere risorse proprie come fanno altri paesi fuori dall’Unione Europea come Norvegia, Islanda o Turchia.

In caso di un nuovo lockdown accadrà quello che è accaduto durante la precedente quarantena grazie anche alla grande sinergia che si è creata in 30 anni di programma tra le varie università europee.

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