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“L’Onu non collabora” sull’ormai certo omicidio del cooperante Mario Paciolla. In un dossier scottante forse la verità

“L’Onu non collabora” sull’ormai certo omicidio del cooperante Mario Paciolla. In un dossier scottante forse la verità

I funzionari dell’Onu, che avrebbero dovuto essere i primi a dire la verità sull’ormai certo omicidio del cooperante italiano in Colombia Mario Paciolla, non si rendono disponibili ad essere interrogati. Una posizione ambigua che ha denunciato l’ambasciatrice italiana all’Onu, Mariangela Zappia e che si somma al fatto che l’Onu, venuta a conoscenza della morte di Paciolla, aveva inviato mails a tutti i suoi chiedendo “massima riservatezza”. Un motivo per tacitare il caso l’Onu ce l’aveva. E’ in questa direzione che va cercata la verità.

Quello di Paciolla può essere catalogato come il “suicidio” più anomalo della storia del crimine. E infatti non ci ha creduto nessuno dal primo momento, da quando il 33enne napoletano è stato trovato impiccato il 15 luglio a San Vicente del Caguán, in Colombia, dove lavorava da due anni.

Biglietto e valigie pronte per tornare a Napoli (sarebbe dovuto partire proprio quel giorno), regali impacchettati per tutti, chiacchierate quotidiane con i genitori: Paciolla era pronto a ripartire per sempre.

Quattro agenti colombiani sono finiti sotto inchiesta con l’accusa di aver ostacolato l’indagine. All’arrivo degli inquirenti e della Polizia scientifica, la casa di Mario – una parte piena zeppa di sangue, una quantità incompatibile con i taglietti che si era fatto (gli hanno inferto) ai polsi – era già stata lavata con la candeggina in alcuni punti. Oggetti personali sono stati fatti sparire subito.

Chi trova il corpo è il responsabile alla Sicurezza della missione Onu, Christian Thompson, con il quale Mario aveva parlato fino alle 22 del giorno precedente. Alle 22,45 il cellulare di Paciolla è già fuori uso.
Thompson confermerà alla Polizia colombiana che alcuni oggetti personali di Mario li ha portati via lui e li ha successivamente smaltiti in discarica.

Due giorni dopo la morte di Mario, è sempre Thompson che fa pulire l’appartamento e riconsegna le chiavi al proprietario. Una serie di coincidenze sfortunate o casuali o forse volute. Qualche problema con l’Onu Mario aveva confessato di averlo.

Sulla figura di Thompson si ammassano sospetti. Il militare è un classico doppiogiochista: da un lato è un sottufficiale dell’esercito che controlla il processo di reintegro nella società degli ex guerriglieri della Farc (una contraddizione in termini dopo i violenti scontri tra le due parti), dall’altro fa il contractor e garantisce ai suoi clienti stranieri, spesso multinazionali, del settore minerario ed energetico che in zona vada tutto bene, anche con le comunità locali. In queste pieghe della realtà c’è il movente per cui hanno ucciso Paciolla.

E’ stata un’amica di Paciolla, la giornalista Claudia Julieta Duque, a convincere la Polizia locale a non chiudere il caso come suicidio. Paciolla seguiva il processo di reintegrazione degli ex guerriglieri delle FARC (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia), proprio mentre una parte di questi, causa la lentezza governativa nell’applicare gli accordi, riprendeva le armi. Farc, gruppi paramilitari sciolti, il Covid che ha colpito duramente: un mix letale per la sicurezza dell’area.

Mario, che aveva una larga esperienza internazionale di cooperazione in molti Paesi del mondo, forse sapeva qualcosa che non doveva sapere. Voleva a tutti i costi rientrare in Italia, la missione era giunta al termine.  Adesso del caso se ne occupano i Ros e la Procura di Roma, la quale ha disposto una seconda autopsia. L’ha affidata a Vittorio Fineschi, medico legale anche di Stefano Cucchi e Giulio Regeni. Perchè Mario non si è ucciso, come ormai sono convinti in molti. E’ stato suicidato.

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