« Torna indietro

Viaggio nei ricordi degli italiani. “L’11 settembre? È successo ieri”

Con l’auto in panne. Oppure in vacanza al mare. O, ancora in una sala riunioni, per strada, visitando pazienti, in ufficio, a tavola… L’11 settembre 2001 è ieri nella memoria degli italiani. Che ricordano perfettamente dove erano, quali emozioni hanno provato e cosa ha significato per la loro vita

Con l’auto in panne. Oppure in vacanza al mare. O, ancora in una sala riunioni, per strada, visitando pazienti, in ufficio, a tavola… L’11 settembre 2001 è ieri nella memoria degli italiani. Che ricordano perfettamente dove erano e cosa stavano facendo, quali emozioni hanno provato e quale significato ha avuto per la loro vita.  

Scoprendo l’11 settembre … due giorni dopo

È milanese ma l’11 settembre 2001 era ancora in vacanza a Lipari, Elena Colaianni (nella foto in evidenza, ndr), 46 anni, grafica e art director. “Ero solita soggiornare in una casa al Monte di Lipari, lontana dal centro, con un panorama mozzafiato. Una casa tipica eoliana nella quale gustavamo le serate distanti dalla movida del Corso e dalla folla dei turisti, un semplice appartamento dotato di tutto, ma senza televisione. Non che quest’aspetto mi disturbasse, anzi! Ero totalmente immersa nella vacanza, nei profumi della Sicilia, nei colori dell’isola e nel rumore del mare. Era la prima vacanza insieme con mio marito, dal quale, molti anni dopo mi sarei separata, e io ero felice di fargli conoscere la mia isola preferita, il luogo dove ho trascorso le mie estati più belle”.

“Ricordo bene che nel tardo pomeriggio del 13 settembre eravamo andati in piazza a Marina Corta per gustarci un’ennesima granita. Mentre stavamo passeggiando tra i vicoli, ricevemmo una telefonata da un amico con cui eravamo soliti scherzare su tutto… Quel nostro amico, parlò del crollo delle Torri Gemelle, ci disse che non era uno scherzo! Era davvero accaduta una tragedia! Non avendo la televisione in casa eravamo rimasti davvero ‘fuori dal mondo’ da giorni e giorni. E infatti lo abbiamo saputo due giorni dopo. Siamo rimasti increduli,  perché  con quel nostro amico che ci aveva telefonato si scherzava davvero sempre e su tutto. Ma abbiamo capito che non era una burla guardando i visi delle persone sedute in piazza e ascoltando i loro discorsi sommessi. Ho comprato subito due o tre giornali nell’edicola di Marina Corta. Mi colpirono le immagini. Lessi tutti gli articoli. E rimasi senza parole. Non ci potevo credere! La sera cercai su internet. E cominciai a piangere. I video dell’attentato e poi lo strazio e la disperazione degli americani sopravvissuti mi hanno sconvolto. Erano immagini da ‘fine del mondo’. Agghiaccianti! Sono quasi passati 20 anni, eppure, ecco, sembra sia appena successo”. 

In panne sotto il sole e nessuno che risponde al telefono

Anna Maria Coleandri aveva 32 anni nel 2001. Quando si rende conto che era giovane e che ora non lo è più, se ne sorprende. Sono i dettagli a darle la misura del tempo trascorso: l’auto che guidava, il luogo in cui si trovava, le persone che frequentava, i sogni che coltivava.

In quel pomeriggio dell’11 settembre 2001 Anna Maria, che faceva e fa l’organizzatrice di eventi ma oggi vive in Toscana, si ricorda mentre impreca tra sé e sé. La sua memorabile Skoda si era fermata sotto il solleone di Catania, a pochi metri dalla spiaggetta di San Giovanni Li Cuti. Doveva trovare qualcuno che traesse in salvo lei, il suo telo da mare, le scarpette di plastica anti-ricci e la provvista di anguria sotto ghiaccio. E però nessuno risponde alla prima telefonata. Né alla seconda. Né alla terza. Anna Maria non sa esattamente quando ha cominciato a sentirsi inquieta. Forse alla sesta telefonata andata a vuoto. “Ho capito che qualcosa non andava. Era impossibile che alle 3 del pomeriggio di un qualsiasi martedì in tutta Catania non riuscissi a trovare nemmeno una persona che mi rispondesse al telefono”.

Quando finalmente un’amica d’infanzia le risponde, Anna Maria ha così tanto scorno e così tanto caldo che non la lascia parlare e le intima di andare a prenderla. “Ho sentito un silenzio nitidissimo. In sottofondo rumore. La mia amica non possedeva un televisore. Aveva deciso che il televisore era un elettrodomestico inutile e dannoso. Noi amici la prendevamo in giro, ma lei non si era mai lasciata fuorviare. Così ho pensato che il rumore di sottofondo doveva essere la radio. Ma perché non parlava? Quando finalmente mi rispose, mi disse: è successo qualcosa di terribile in America, vengo a prenderti e andiamo a casa tua a vedere la tv”.

In ufficio in silenzio “per un tempo incalcolabile”

Angelo Colombo, 53enne, fa l’international sales director in una società di consulenza aziendale e vive tra Meina, sul Lago Maggiore, e Parma. Ed è – spesso – “in giro per il mondo”.

Quel giorno era in ufficio a Feriolo di Baveno, in provincia di Verbania. “Era una normalissima giornata di lavoro. Poi all’improvviso cominciai a sentire delle voci, come una specie di tam tam“, racconta. Abbiamo subito acceso la tv per capire cosa stava accadendo. Ecco, ricordo che siamo rimasti tutti scioccati. Ricordo che per un tempo lunghissimo, incalcolabile, siamo rimasti tutti in silenzio”. 

“Sulla strada di casa – dice Colombo – mi sono finalmente reso conto che avrebbe subito cambiamenti importanti molto del quotidiano a cui eravamo abituati, soprattutto io che per lavoro ho sempre viaggiato tantissimo in aereo.  Ho anche pensato che l’economia avrebbe avuto una crisi ancora difficile da quantificare, che i rapporti tra nazioni e popoli avrebbero subito delle conseguenze… che il mondo sarebbe cambiato. In peggio”.

“Non ho mai saputo se i miei amici morirono quell’11 settembre”

“Quel martedì ero nella mia stanza negli uffici di Mediacamere, la società che dirigevo, al 4° piano di via Ludovisi 41 a Roma, a pochi passi da Via Veneto e, guarda caso, dall’Ambasciata americana”, ricorda Claudio Cipollini.

Dirigente di aziende dal 1984, direttore generale dal 1993 di varie aziende fino al 2019, ora consulente, Cipollini, 66 anni, è nato e vive a Roma. “Alcuni collaboratori mi vennero a chiamare e mi ‘costrinsero’ a seguirli in sala riunione dove, sullo schermo che usavamo generalmente per proiettare slides e grafici per lavoro, comparivano le incredibili immagini di New York, prima quella dell’aereo che si schiantava contro una delle due Torri Gemelle e, poi, a seguire tutte le altre”, racconta.

Provai incredulità, meraviglia, orrore, impressione, paura … e l’immediata pulsione a reagire, come un animale minacciato e i cui compagni siano stati massacrati. Ma anche l’impossibilità di fare qualcosa: troppa distanza, troppo tempo mi separava da quelle orribili scene”. Il momento successivo c’è la necessità di avvertire le persone care. Cipollini telefona alle figlie, alla compagna, alla  madre “per informarle, nel caso non avessero ancora saputo”. E poi ci sono i “classici commenti di analisi con i colleghi e collaboratori para politici e pseudo geo-economici”.

Ma subito dopo arrivano i ricordi personali. “Lì dentro c’ero stato più volte nel lontano 1982-84 quando, trentenne, lavorai per un progetto per lo sviluppo di industrie italiane nel Bronx con la Port Authority, i cui uffici erano in una delle due Torri. Mi ritrovai a pensare con commozione alle persone che avevo conosciuto, e in particolare ad un cubano, Pedro, che viveva a Philadelphia e con il quale parlavamo in spagnolo e avevamo legato. Non ho mai saputo, non ricordandomi i cognomi, se Pedro e gli altri che conoscevo morirono in quel drammatico giorno”.

“Insieme alla commozione del ricordo dei miei amici di allora, venivano su anche le emozioni che avevo provato lavorando ai piani alti della Torre da dove si vedeva un panorama infinito della Baia e di Manhattan, un senso di immensità, e poi le telefonate in diretta in ufficio e a casa a Roma, senza passare dai centralini come si faceva dall’Italia (Italcable) e il relativo senso di ‘globalizzazione’ che mi colpì per la prima volta proprio in quell’occasione. E poi ancora il giro in elicottero su New York e nell’area del progetto nel Bronx, gli aperitivi nel bar sul tetto della Torre, le cene ‘diplomatiche’… più passava il tempo, più arrivavano le cronache del disastro e più si sommavano le emozioni dell’attacco terroristico e dei miei ricordi di 20 anni prima…”.

“Sono tornato a New York tante altre volte per lavoro o per turismo”, conclude Cipollini. “Ho visitato prima l’area deserta delle Torri, poi il cantiere e, un anno fa, il quartiere completamente ricostruito, le impronte delle due Torri abbattute con tutti i nomi dei morti. Ma non ho mai voluto salire sulla Freedom Tower. Per una sorta di rispetto e omaggio ai miei amici di allora che non saprò mai se morirono lì”.

“Ogni volta che passo da quel semaforo mi ricordo dell’11 settembre”

Era in auto, stava andando in ufficio e si trovava vicino alla stazione della metropolitana di via Bisceglie, Milano. E “ancora oggi, ricordo il messaggio ricevuto da un collega ‘hanno attaccato gli Stati Uniti’ tutte le volte che passo da quel semaforo”. Andrea Colaianni, 49enne, ha lavorato in azienda fino al 2013, dal 2014 fa il consulente in ambito risorse umane. Vive nella “verde provincia di Varese, a Comabbio, piccolo paese dove ha vissuto e lavorato Lucio Fontana”. E quando gli si chiede dell’11 settembre, dice: “Ho pensato: Dannazione! Che succede? Chi sono questi pazzi? Qui scoppia l’ennesima guerra…”.

In Calabria pensando che “il peggio doveva ancora arrivare”

Oggi 64enne, è tornato a vivere a Messina. Ma nel primo pomeriggio dell’11 settembre 2001, Pietro Interdonato, ginecologo, era in Calabria per lavoro. Riceve la notizia per telefono, tra un paziente e l’altro. Gli dicono quello che è successo, quello che sta ancora succedendo.

“In un primo momento – dice – non sono riuscito a rendermi conto della gravità dei fatti. Cosa che capii immediatamente, invece, quando vidi le immagini. Vedere il primo aereo e poi il successivo e le Torri che crollavano … ebbi un senso di sgomento e di incredulità. Si comprese subito che nulla poteva essere più come prima, era stato un atto di guerra verso gli Stati Uniti sferrato contro civili. Di certo, pensai, ci sarebbe stata una escalation. Successivamente vedere le immagini dei feriti, delle persone che scappavano, e venire a conoscenza del numero delle vittime mi diede la convinzione che il peggio doveva ancora arrivare”.

Un 11 settembre al mare, rimanendo con la forchetta a mezz’aria

Silvia Totaro da 13 anni vive a Milano. Ne ha 76 e si è trasferita dopo essere andata in pensione dal suo impiego pubblico. Ma l’11 settembre 2001 era nella sua casa al mare a Villafranca Tirrena, in provincia di Messina.

“Mio marito e io – racconta – stavamo pranzando. E c’era la tv accesa. Da un lato vedevamo la tv, dall’altro vedevamo il mare e le isole Eolie. Era una bellissima giornata di sole. Abbiamo visto in diretta l’aereo che andava a sbattere contro il grattacielo e abbiamo pensato che si trattasse di un incidente. Siamo rimasti con la forchetta a mezz’aria. Abbiamo visto la gente che si buttava dalle finestre nel vuoto e il grattacielo sgretolarsi su se stesso. Non dimenticherò mai quelle immagini. Quando ho saputo che si trattava di un attentato … ecco, ho pensato … io e mio marito abbiamo pensato che il mondo non sarebbe stato più lo stesso”.  

A Settimo Milanese mentre il sogno del Canada si trasforma in incubo

Silvano D’Angelo, milanese classe 1974, fotografo e art director, ricorda il momento in cui venne a conoscenza di quello che stava accadendo. Lo ricorda non solo per lo strazio provato ma anche perché avvenne in un momento particolare della sua vita.

Stavo per realizzare un sogno accarezzato per anni: andare a pescare salmoni in Canada. Tutto era stato pianificato e io e i miei amici saremmo partiti il 12 settembre“, racconta.

“Assorti in questo nostro progetto, eravamo in macchina, stavamo andando a comprare le ultime attrezzature in negozio, a Settimo Milanese, e dalla radio cominciarono ad arrivare le notizie. Ma noi stavamo parlando e non ascoltammo con attenzione. Ad un certo punto mi arriva la telefonata di mia madre. ‘Hai visto cosa sta succedendo in America?’. Non potevamo crederci. In un secondo siamo passati dal sogno all’incubo. L’indomani, ovviamente, non partimmo. Tutto il mondo era chiuso (saremmo riusciti comunque ad andare in Canada, dopo un po’ di tempo, ma l’11 settembre era chiaro solo che nulla si poteva prevedere). E proprio la sera dell’11 settembre il mio cagnolino morì. Io ero in clinica veterinaria, con lui che mi guardava come a supplicare aiuto, ascoltando la conta dei morti sulle Torri Gemelle … la sensazione davvero che fosse tutto un incubo… per tutta la giornata, e la notte, e nei giorni successivi il mio stato d’animo fu quello di chi sta vivendo una disfatta”.

Edizioni

x