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Link Festival: “Crack America” con Massimo Gaggi

In un momento piuttosto particolare, fra elezioni presidenziali, pandemia e crisi economica, indaghiamo l’America con Massimo Gaggi, editorialista del Correre della Sera dagli Stati Uniti, la giornalista Tiziana Ferrario e il presidente ISPI e Fincantieri, Gianpiero Massolo.

In un momento piuttosto particolare, fra elezioni presidenziali, pandemia e crisi economica, indaghiamo l’America con Massimo Gaggi, editorialista del Correre della Sera dagli Stati Uniti, la giornalista Tiziana Ferrario e il presidente ISPI e Fincantieri, Gianpiero Massolo.


Periodo ottimale questo per parlare degli USA, un grande paese che si ritrova sotto i riflettori sia per il suo momento politico che per come ha gestito la sua emergenza sanitaria. Una nazione grande e potente ma con crepe al suo interno, con difficoltà su più livelli e che ora ha pure scoperto di avere il proprio presidente positivo al Covid test.


All’avvio dell’incontro con Massimo Gaggi l’attenzione si è subito focalizzata sulla notizia del giorno, ovvero Donald Trump e la moglie Melania contagiati dal nuovo coronavirus. La big news per eccellenza e un ulteriore elemento di complicazione che ha subito ispirato ai commentatori locali ogni possibile scenario, soprattutto dopo il ricovero del presidente al Walter Reed Medical Center, ufficialmente solo a titolo precauzionale.
Ma durante la discussione sul palco di Link il tema del Covid e l’America è stato anche trattato in chiave elettorale in quanto punto cardine della propaganda di Biden contro l’attuale inquilino della Casa Bianca. Considerata la non immediata e poco efficace risposta del governo federale all’emergenza pandemica il Partito Democratico americano ha pensato bene di sfruttare questo tema per indebolire Trump, ma la strategia potrebbe comunque non pagare. Come ha osservato Gaggi, la base elettorale del presidente è pronta a rivotare per lui comunque, con o senza questo nemico invisibile che Donald Trump chiama “virus cinese”.

Un altro tema analizzato durante il dialogo sull’America è stato quello delle possibili ragioni che hanno propiziato l’arrivo di questo presidente alla Casa Bianca e che potrebbero farlo stare ancora quattro anni. Come cerca di spiegare Massimo Gaggi nel libro “Crack America” la realtà degli Stati Uniti è molto diversa da quella che ci possiamo immaginare noi da qui, influenzati da tempo dal mito americano. Gli USA nei decenni sono stati bravi a dare un immagine vincente e forte di se ma la loro struttura sociale cela enormi disparità e arretratezze che nei decenni si sono sedimentate e hanno portato diverse comunità a perdere fiducia, a sentirsi abbandonate dai governi in carica. Durante la precedente campagna elettorale Trump ha saputo intercettare questo forte malessere e guadagnare punti dove gli altri ne perdevano. “Trump non è la causa ma è il sintomo” ha affermato Gaggi per chiarire che ci sono delle ragioni profonde perché un personaggio così singolare e divisivo possa sedere nello studio ovale e dopo quattro anni avere ancora una buona base a supportarlo.


Nonostante Obama abbia lasciato l’ufficio con un’economia in risalita, anche se lenta, il malcontento è rimasto portando alcune persone a credere a qualunque promessa e altre deluse non non presentarsi alle urne, dunque la combinazione fra queste due cose ha dato una grossa mano a Trump quattro anni fa e potrebbero aiutarlo ancora, a meno che i giovani, i neri americani non si decidano a non disertare il fronte elettorale questa volta e andare a votare in massa, malgrado non siano così convinti del candidato democratico, che non li rappresenta.
Gli USA sono un paese dove la paga minima oraria fissata a livello federale è di 7.5 dollari, cifra che può aumentare a seconda degli stati. Alcuni infatti hanno alzato il salario minimo a 15$ , o 11 dollari come nel caso di New York.
Donald Trump durante la sua precedente campagna elettorale fece molte promesse, parlò di molti nuovi posti di lavoro e di paghe migliori. In effetti nel suo quadriennio alla Casa Bianca la disoccupazione è calata significativamente ma i salari non sono cresciuti molto. Poi è arrivato il Covid e tutto è stato messo in discussione.


Fra gli elementi che caratterizzano l’America di oggi c’è una palese e profonda divisione politica che giorno dopo giorno porta ad alzare i toni, in qualche caso fin all’estremo come abbiamo potuto notare durante il recente dibattito/scontro televisivo fra Trump e Biden. Questa divisione della nazione in due parti che si fronteggiano è stata quasi coltivata dall’attuale amministrazione federale nei suoi quattro anni di esercizio e questo ha fatto arrivare il paese piuttosto “carico” alle presenti elezioni presidenziali. Donald Trump non solo non ha fatto nulla per smussare i punti di confitto ma li ha resi più puntuti a volte esasperando appositamente i toni, come nel caso degli scontri conseguiti alle proteste del movimento Back Lives Matter. In un’America ancora alle prese con il razzismo il presidente non ha mai convintamente condannato i suprematisti bianchi e questo ha reso l’equilibrio fra culture ed etnie diverse ancora più delicato. Un ulteriore elemento di preoccupazione in tal senso è sorto proprio all’interno del confronto Trump-Biden. Durante la diretta infatti è stato chiesto al presidente se fosse disposto a condannare pubblicamente le posizioni e le azioni dei suprematisti, questo però non solo è stato timido nel rispondere ma, rivolgendosi a un gruppo di destra estrema chiamato Proud Boys, ha detto “stand back and stand by”, cioè “ritiratevi ma tenetevi pronti”. Dichiarazioni come queste, in diretta nazionale e con protagonista il presidente degli Stati Uniti, portano con se il forte rischio di essere intese come delle incitazioni, dei richiami all’azione, creando ulteriori complicazioni e il pericolo che si arrivi a un punto di rottura che spacchi definitivamente in pezzi la società americana. A poi sarà un’impresa trovare un altro sogno per rimettere assieme tutti i frammenti e incollarli nuovamente ai valori fondativi degli Stati Uniti d’America.


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