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Link Festival: Informazione 4.0, il giornalismo nel Covid e nel futuro

In un mondo dell’informazione già in profondo mutamento a opera delle nuove tecnologie il Covid ha costituito un’ulteriore sfida e spinta verso il cambiamento. In regime di lockdown, con il virus in giro, la gente chiusa in casa e divieti di accesso a sbarrare la strada, i giornalisti hanno dovuto adattarsi velocemente alla nuova situazione e trovare soluzioni, per reperire le testimonianze e raccontare le storie.

In un mondo dell’informazione già in profondo mutamento a opera delle nuove tecnologie il Covid ha costituito un’ulteriore sfida e spinta verso il cambiamento. In regime di lockdown, con il virus in giro, la gente chiusa in casa e divieti di accesso a sbarrare la strada, i giornalisti hanno dovuto adattarsi velocemente alla nuova situazione e trovare soluzioni, per reperire le testimonianze e raccontare le storie. Di questo si è parlato con Lucia Annunziata, Simona Sala e Corrado Formigli intervistati da Cristiano Degano.


Chi opera nel mondo dell’informazione in questo momento storico sta affrontando una serie infinita di problematiche, di sfide e talvolta anche di opportunità. La capacità della tecnologia di portare continua innovazione nel del giornalismo e più in generale nella comunicazione fa si che chi opera in questi campi sia continuamente sottoposta a una pressione evolutiva. Sembra quasi di stare in un contesto darwiniano dove se ti fermi, se continui a pensare e agire come hai sempre fatto hai poche possibilità di rimanere sul mercato. Come nella teoria di Darwin non vince il più forte ma il più adatto a continuare, quello che meglio sa leggere il momento e adattarvisi, cambiando la forma fisica, il modo di ragionare e di conseguenza il linguaggio.


La carta stampata ad esempio sta perdendo terreno come vettore fisico che consegna l’informazione fra le mani dei lettori. Secondo l’AGOM negli ultimi quattro anni i giornali hanno perso in media il 30% delle copie vendute perché sempre più spesso le persone scelgono il digitale e testate di grande rilievo co il New York Times hanno visto gli abbonamenti digitali superare quelli dell’edizione su carta. Ma non solo, lo stesso giornale sembra interessato a operare in qualche forma anche su nuove piattaforme, come Neflix ad esempio. Un’altra importante destata come il Finacial Times sta dicendo ai suoi relatori di pensare in un ottica digitale, vedendo il giornale di carta come qualcosa di accessorio, magari da far uscire una sola volta alla settimana, magari in un giorno in cui la gente ha più tempo per leggerlo.


Alla domanda se la crisi che riguarda la carta stampata sia irreversibile Lucia Annunnziata risponde che alcuni pensano i giornali possano continuare ad esistere in forma cartacea ma solo come “un oggetto di lusso”, ma la giornalista invita anche a considerare un altro lato del problema, che non riguarda semplicemente l’avvento delle nuove tecnologie perché come si vede non tutti i giornali che vengono mandati in stampa soffrono nella stessa misura. “La verità è che gli editori italiani sono fra gli editori più conservatori che io conosco” dice la Annunziata, sottolineando che essi sono ancora molto legati al quotidiano che si tiene fra le mani e si sfoglia ”perché come qualcuno di loro dice, la carta stampata ha ancora una certa nobiltà” ma, aggiunge la giornalista, “i giornali però non sono fatti per essere nobili, i giornali non sono un elemento di status. Considerare il giornale un elemento di nobiltà o di status accelera di moltissimo il fatto che noi andiamo disordinatamente verso la loro morte”.


A Corrado Formigli viene invece chiesto di fare un ragionamento sulla televisione, sul modo in cui l’informazione si sta evolvendo in quel tipo di canale di comunicazione e quali siano gli eventuali problemi che ci si trova ora ad affrontare in quel contesto.
Formigli racconta subito che l’epidemia di Covid ha si è fatta sentire anche in tv, soprattutto nelle reti commerciali che si reggono sulla pubblicità e nell’anno corrente hanno potuto incassare meno dalla vendita degli spazi pubblicitari, perché è vero che con il lockdown la maggior parte della gente è rimasta a casa a guardare la televisione ma al contempo molti imprenditori hanno ritirato i loro investimenti in spot e sponsorizzazioni. Al calo delle entrate conseguono dunque i tagli, i ridimensionamenti perché manca il budget per produrre nuove cose.
E se da un lato il Covid ha sottratto risorse da un altro ha anche inciso sui programmi in termini di tematiche da trattare. Se prima c’era molta attenzione sulla politica poi con l’avvento del virus ha tolto appeal ai politici, alle loro discussioni e il focus si è spostato nettamente sulla salute e il sistema sanitario. Alle persone non interessavano più le chiacchiere da cabina elettorale ma voleva avere informazioni su quello che stava succedendo nel paese e oltre a causa della pandemia. Formigli si dice fortunato perché il suo programma, che vanta fra i 30 e i 50 minuti di inchieste e reportage si è trovato nella giusta posizione per poter raccontare il momento, far vedere le cose schiettamente, per come realmente erano. “C’è una richiesta di conoscere come stanno realmente i fatti, di racconto indipendente, di racconto sganciato sganciato dalla propaganda per sapere dove stiamo andando, come ci stiamo curando”.


A marzo, ad esempio, Piazza Pulita mandò in onda un filmato a opera di Alessio Lasta e girato nelle terapie intensive dell’ospedale di Cremona. Quel pezzo ha determinato una svolta in come si raccontava il Covid qui in Italia. Finalmente un giornalista aveva scavalcato le barriere poste dalle autorità e dagli stessi network, che impedivano ai loro dipendenti di andare sul campo per evitare conseguenze, ed era riuscito a documentare cosa accadeva sulla prima linea del fronte contro il coronavirus.
Il giornalista e conduttore di La7 ha raccontato di come ha passato quei mesi, cercando in tutti i modi di far entrare la sua trasmissione, i suoi giornalisti nei luoghi caldi del conflitto, cioè gli ospedali e le zone rosse. Luoghi interdetti a chiunque non fosse dello staff sanitario o facesse parte delle forze dell’ordine. Fra i vari tentativi fatti ci fu quello di fornire a degli ospedalieri dei cellulari con cui filmare ciò che accadeva all’interno di quelle strutture e sapere quale fosse realmente la situazione nelle corsie, nelle terapie intensive. Poi arrivò l’occasione di accedere di persona, con un proprio reporter e ciò che ne uscì fu quello di cui gli Italiani avevano bisogno, una fotografia della verità in modo da poterne avere coscienza, consapevolezza. Oltre alla messa in onda televisiva, con i conseguenti ascolti immediati, quel reportage fu caricato sui canali web dell’emittente registrando ben 6 milioni di visualizzazioni nelle 48 ore successive alla diretta televisiva. La popolazione voleva sapere e così scopri che questo virus non comportava una malattia che era poco più di un’influenza, il Covid era tutta un’altra storia, da documentare e raccontare.
“Li ho capito – dice Corrado Formigli – quanto non potevamo più fare a meno di documentare e che questa era la richiesta che il nostro pubblico faceva (…)” e poi aggiunge “C’è una cosa che ho capito di questa esperienza della pandemia, che era l’occasione per ribadire che l’informazione non è di chi la fa ma è di chi la riceve, profondamente, e questo cosa significa? Significa che informare, documentare, filmare deve essere fatto al di là delle regole imposte, al di là dei divieti”.


Anche Simona Sala, che all’epoca del lockdown era vicedirettore del Tg1, racconta della difficoltà nel raccontare l’epidemia. All’interno del network c’erano forti dubbi sull’opportunità o meno di mandare in onda testimonianze e documenti particolarmente forti. Alcuni pensavano non fosse un bene per la popolazione vedere cosa realmente poteva fare il virus, c’era la preoccupazione di creare ulteriore ansia se non caos e questo tratteneva le testate da un racconto diretto e crudo.
La giornalista ci racconta di quando il suo telegiornale venne in possesso di un pezzo realizzato da una collega della redazione di Milano in cui si vedeva cosa accadeva realmente in una terapia intensiva. Nella redazione, dice Simona Sala, ci fu una discussione di un’ora sul mandare o meno in onda quel servizio e se metterlo alto nei titoli dell’edizione delle delle ore 20 del Tg1. Fino a quel momento nessuno aveva visto un documento così, poteva essere un problema ma poi si decise di trasmetterlo dandogli il dovuto risalto. Come conseguenza di quel servizio mandato in diretta allora di cena sulla rete ammiraglia della RAI “Sui social è successa l’ira di Dio. Cioè, i social si sono divisi. ‘Non dovete mandare questi immagini perché fanno paura, perché la gente ha paura!” oppure ‘Questa è una vera denuncia!’ E poi c’erano i medici che denunciavano a noi ‘Non sappiamo cosa fare’, cioè chiedevo di essere mandati in onda, chiedevano che noi li mandassimo in onda”. Poi, afferma la Sala, con l’approfondimento di Piazza Pulita realizzato grazie al servizio sulla terapia intensiva a Cremona c’è stato un cambiamento, anche da un punto di vista visivo.


Da un certo punto in poi, ci racconta Simona Sala, ci fu anche un cambiamento sul lato tecnico. Si iniziarono a fare anche i collegamenti via Skype, che prima si evitavano perché sembravano carenti da un punto di vista di resa, di qualità visiva e sonora. Così le testimonianze iniziarono a moltiplicarsi e il pubblico ad avere più elementi su cui ragionare. “E questa è una cosa su cui non si torna indietro, – ci dice la giornalista – l’uso della tecnologia” aggiungendo poi “anche la radio ha avuto questo meccanismo, questo rapporto diretto, ancor più diretto con le persone“.
E approfondendo sulla questione radio, la direttrice di Radio1 e RAIGR ci racconta che all’inizio, nelle fasi di lockdown, la radio aveva perso un po’ di terreno a vantaggio dei canali televisivi ma poi ha riconquistato il suo rapporto con il pubblico. Un bel caso è quello della trasmissione radio “Un giorno da pecora” che si è messa a raccontare come i vip, i politici stavano trascorrendo il loro periodo di clausura forzata. Questo tipo di lavoro, dice la Sala, “È stato molto importante per far capire che tutti erano nelle stesse condizioni e che tutti vivevano il lockdown in quel modo”.


Un’altra osservazione, sul ruolo che sta avendo il Covid nel far sentire il bisogno di un’informazione puntuale e di qualità, viene posta a Lucia Annunziata. Si sta verificando una riscoperta “del ruolo dell’informazione seria e affidabile”. I giornali magari non hanno sperimentato una crescita nei numeri delle copie cartacee vendute ma i portali delle testate hanno registrato aumenti di traffico anche del 100%. “È un fenomeno destinato a durare questo? O durerà quanto l’emergenza sanitaria e dopo si ritornerà a una prevalenza dei social e degli algoritmi?”
La Annunziata su questo punto dice la necessità per un’informazione seria e sicura, evidenziata con lo scoppio dell’epidemia, perdurerà anche una volta chiusa l’emergenza e poi aggiunge di essere d’accordo con quanto espresso da Corrado Formigli e dalla sua trasmissione, cioè la necessità di un racconto sincero.
Con il verificarsi dell’epidemia dal governo filtravano raccomandazioni relative alla comunicazione, suggerendo in qualche modo di non essere troppo diretti e crudi, “di rassicurare il paese” nella convinzione che la verità non facesse bene agli Italiani. Ma questo, ci dice Lucia Annunziata “è esattamente quello che non andava fatto e quello che continua a non dover essere fatto”.


Questa lezione dunque, imparata a caro prezzo con il Covid cioè con molte persone ammalate, più di 35.000 mila italiani morti e la crisi economica derivata dalla situazione sanitaria, resterà per tutti e in tutti. “La verità – afferma la Annunziata – è che questa pandemia ha cambiato il mondo, ha cambiato il senso di cioè che noi facciamo, per noi occidentali soprattutto”.
A percepire un processo una certa stabilità nel nuovo orientamento del pubblico è anche Corrado Formigli che racconta di come nella nuova stagione di Piazza Pulita lui abbia cercato di tenere la tematica Covid un po’ in secondo piano, ma il tentativo se è rivelato poco premiante, se non proprio sbagliato, perché le persone continuano a voler sapere come procede la pandemia, cosa si sta facendo sul fronte delle cure, dei vaccini. Vogliono che si continui a tenere d’occhio queste questioni, che, in un certo senso, si faccia sorveglianza sul coronavirus. “La politica sganciata da questa domanda fondamentale (sul Covid) – afferma Formigli – non funziona più, perde senso completamente” aggiungendo che l’attenzione degli italiani in questo momento va molto anche a come questa epidemia sta procedendo nel resto del mondo, viene seguito con interesse la situazione america ad esempio.


Dunque, un’altra conseguenza dell’avvento di questo virus, sembra l’essere usciti da un’ottica di paese (inteso come paesino, come borgo, come campanile), di guardare anche a cosa capita a casa degli altri, a capire che gli affari loro possono diventare in breve affari nostri.
Forse, se saremo capaci e fortunati, dopo il Covid e con il supporto delle nuove tecnologie che facilitano la trasmissione di informazioni, ci rimarrà una visione più ampia e una maggior coscienza delle cose che contano veramente.

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