« Torna indietro

Un nuovo film: Trump Vs Covid

La saga delle elezioni presidenziali 2020 si arricchisce di un nuovo avvincente capitolo, la battaglia di Donald Trump contro il Covid-19.
Quello che poteva rivelarsi il colpo di grazia per lui, dopo le rivelazioni del New York Times sulla sua poco florida situazione economica, sta diventando una nuova arma comunicativa per vincere la partita elettorale.

La saga delle elezioni presidenziali 2020 si arricchisce di un nuovo avvincente capitolo, la battaglia di Donald Trump contro il Covid-19.
Quello che poteva rivelarsi il colpo di grazia per lui, dopo le rivelazioni del New York Times sulla sua poco florida situazione economica, sta diventando una nuova arma comunicativa per vincere la partita elettorale.


Il sole basso velato dalle nuvole, una quieta luce diffusa a togliere ogni ombra e le colonne ai lati del balcone al primo piano della Casa Bianca che inquadrano il cielo e lo sfondo, dove svetta il simbolico obelisco del monumento a George Washington. Un elicottero militare del reparto HMX-1 Nighthawks si avvicina in volo solenne all’edificio e atterra nel giardino dell’Executive Residence, davanti all’elegante fontana. Ne discende il presidente, veterano del Covid, un uomo che ha combattuto contro il male causato da un nemico invisibile e ha trionfato, per se stesso e per tutto il paese. Il nuovo eroe attraversa il giardino, fa un cenno cordiale alla stampa e poi si affaccia alla balaustra presidenziale da dove sfodera il saluto militare, verso il Marine One che si rialza in volo e nazione tutta.

Che film! Ma non lo ha girato Hollywood, è opera del team di comunicazione che segue Donald Trump. In realtà non si tratta di un lungometraggio ma di un brevissimo spot. 37 secondi di propaganda politica che sembrano un trailer, una di quelle pubblicità cinematografiche che annunciano “coming soon”, preso sui nostri schermi.

Togliendo il sonoro epico, incalzante e osservando l’inizio del video, con il mezzo militare in avvicinamento, quasi ci si aspetta l’avvio potente della “Cavalcata delle Valchirie” di Wagner. Una scena da immaginario collettivo globale, che echeggia gli elicotteri in volo visti in “Apocalyse now” di F.F.Coppola (1979). Poi, da quel punto, la retorica prosegue con altre inquadrature già viste una miriade di film americani nella cui trama il paese si trova sotto minaccia. In quelle pellicole, generalmente, i protettori dell’America e del mondo dei buoni ricevono l’ok del presidente e si attivavano per risolvere ogni problema. Qui l’idea è suggerita è più o meno la stessa.


Qualcuno però si è voluto spingere oltre questo livello di lettura e, incuriosito dall’inquadratura contenete Trump al balcone, si è messo a cercare documenti filmati risalenti allo scorso secolo. Il focus è andato in particolare a quelli italiani prodotti fra gli anni 20 e i primi anni 40 il cui protagonista è un arringante Benito Mussolini. Questo paragone stilistico lo propone la testata americana The Atlantic che in un articolo di Anne Applebaum identifica questo taglio comunicativo, fatto di gestualità, toni e simboli, come di un modo ottimale per accontentare un pubblico che desidera fortemente essere rassicurato, cullato da un racconto in cui c’è un eroe con un grande potere che può fare molto per tutti. Del resto, le favole piacciono a chiunque, tutti noi cresciamo con i genitori che ce le raccontano, poi impariamo a leggerle da soli e le adoriamo, in esse c’è tutto quello che vorremmo accadesse, tutti quelli che desidereremmo ci aiutassero a uscire dai guai o realizzare i nostri sogni di grandezza (e ognuno, nel suo piccolo, ne ha).

La Applebaum osserva come Mussolini fosse cosciente della presenza delle telecamere, dell’importanza del giusto costume e azzeccato accessorio, di come fosse avvertito dell’impatto visivo e psicologico sulla gente che vedeva la sua figura parlare a voce piena da una posizione elevata, di come comprendesse l’utilità di farsi riprendere sia dall’alto che dal basso, per mostrare come dominava la folla e come essa lo poteva vedere. Egli era anche consapevole della rilevanza comunicativa insita nel giustapporre la propria immagine a quella dei famosi monumenti ed edifici che testimoniano il grande passato di un paese.
Ma nell’articolo si fa menzione pure di un altro dettaglio, ovvero del seguito che il Duce aveva anche negli Stati Uniti fra gli italoamericani, a cui qualche volta si rivolgeva dicendo “I miei concittadini che stanno lavorando per rendere grande l’America.” Già, “to make America great” e Trump a questo ci semplicemente aggiunto un “again” alla fine e con “Let’s make America great again!” ha vinto le elezioni nel 2016.

Ora Donald Trump sta riproponendo quel modello retorico con una narrazione che suona come ‘io ho attraversato tutto questo e l’ho fatto anche per voi’. Quando l’eroe riemerge dall’epico scontro con il SARS-CoV-2, seppure con il fiato accorciato, porge un messaggio di forza e speranza all’America “Non lasciate che vi domini (il virus); non abbiatene paura. Lo supererete”. Peccato che i medici non siano d’accordo con lui, con questa sua lettura e che ben pochi americani possano essere seguiti dal sistema sanitario americano nel modo in cui lui è stato soccorso e curato.
Trump ha avuto uno staff medico già a disposizione presso la Casa Bianca, ha ottenuto un accesso immediato all’uso compassionevole di anticorpi monoclonali sperimentali, poi alle dosi di Remdesivir e, quando il livello di saturazione del sangue è sceso sotto il 94-93% indicando una lieve ipossia, ha pure ricevuto il Desametasone , un antinfiammatorio a base di steroidi che uno studio pubblicato il 17 luglio 2020 sul New England Journal of Medicine suggeriva solo per i casi gravi e a rischio di intubazione. Alla pronta assistenza presso il domicilio si è poi aggiunto il lusso del ricovero in ospedale tramite elitrasporto mentre molti suoi concittadini americani, nelle sue stesse condizioni di salute, hanno avuto solo l’opzione di un medico in teleconferenza via Zoom.

Ma il presidente non si è limitato solo a spargere incoraggiamenti e rassicurazioni, è andato oltre, così al di là da far ritenere ai social network di doverlo fermare in qualche modo. Nella giornata di ieri, infatti, l’inquilino della Casa Bianca si era affacciato dai suoi profili social sia con un tweet che con un post su Facebook dicendo “La stagione influenzale sta arrivando! Molte persone ogni anno, a volte oltre 100.000, e nonostante il vaccino, muoiono di influenza. Chiuderemo il nostro Paese? No, abbiamo imparato a conviverci, proprio come stiamo imparando a convivere con Covid, nella maggior parte delle popolazioni molto meno letale!!!”. Questa sua doppia uscita ha fatto scattare subito l’allarme fact-check e le due piattaforme social si sono mosse prontamente per metterci una pezza; Twitter ha nascosto il messaggio di Trump sotto un’etichetta che indicava si trattasse di un’informazione errata mentre Facebook è stato più definitivo rimuovendo totalmente quel contenuto dal profilo social del presidente.

Questa affermazione impropria da parte di Trump, accompagnata dal video in cui mostra la sua vittoria sul Covid e l’incoraggiamento a non dare troppo peso all’epidemia, ha scatenato tutta una serie di critiche provenienti dall’ambiente scientifico, dai sopravvissuti al virus e dai parenti di coloro che non ci sono più a causa del SARS-CoV-2.
In un’intervista fatta dal New York Times al dottor William Schaffner, uno specialista in malattie infettive in forze alla Vanderbilt University Medical School, l’atteggiamento del presidente è stato definito come molto pericoloso perché “Condurrà a un comportamento più rilassato, che porterà a una maggiore trasmissione del virus, che causerà più casi di malattia, e più casi di malattia porteranno a più morti”. Il rischio infatti è quello che i fan di Trump seguano i suoi consigli, credano in quel tipo di messaggio, partendo già da una posizione molto critica sull’uso delle mascherine, e che tutto questo aggravi la situazione generale indebolendo ulteriormente gli sforzi per il controllo del virus.


Un’altra testimonianza che viene da un radiologo di Tallahassee, il dottor Arjun Kaji, bolla come insensibile e stonata la posizione di Trump. Il dottore ha perso entrambi i genitori a causa del Covid dunque sa bene che le cose, nel mondo reale, sono diverse. “Non lasciare che domini la tua vita? Duecentomila persone non hanno avuto la possibilità di non farlo. Hanno sofferto per la carenza di dispositivi personali di sicurezza nelle figure che si prendevano cura di loro, non hanno avuto accesso a terapie sperimentali, non hanno potuto essere portati a fare giri fuori dall’ospedale.” E a testimoniare l’esperienza della sua famiglia la figlia, Maddelena Kaji, ha realizzato un documentario in memoria dei nonni deceduti per mano del virus.


Anche da chi si sta occupando da mesi di effettuare tamponi sui cittadini arrivano le stesse critiche e i campanelli d’allarme. “Oh mio Signore. Questa è una pessima raccomandazione del presidente” questo è quanto afferma Tien Vo, un dottore che opera in una clinica californiana dove ha eseguito più di 40 mila Covid test. Anche lui dalla sua finestra ha visto e tuttora vede un panorama molto diverso da quello dipinto da Donald Trump.
Al New York-Presbyterian/Columbia University Medical Center il dottor Craig Spencer invece ricorda al presiedente che “210 mila americani sono morti. Abbiamo tenuto le loro mani e abbiamo chiamato le loro famiglie tramite collegamenti video sgranati in modo che potessero vedere i loro ultimi respiri – aggiungendo poi, rivolgendosi direttamente a Trump – La tua mancanza di empatia è la più grande minaccia per il popolo americano. Ci hai deluso.”


L’epidemiologa Janet Baseman della University of Washington mette invece l’accento su un altro aspetto: “Il presidente ha accesso alle migliori cure mediche del mondo, insieme a un elicottero per trasportarlo in ospedale, se necessario. Il resto di noi che non ha un accesso così immediato alle cure dovrebbe continuare a preoccuparsi per Covid, che ha ucciso un milione di persone in tutto il mondo in una manciata di mesi”.
Tutte queste persone, professionisti della sanità, i civili toccati in modo importante e a volte irreversibile dal SARS-CoV-2 hanno di certo assistito a una pellicola diversa da quella proposta da Donald Trump dall’inizio della pandemia fini a qui, un film senza elicotteri, senza monumenti e in alcuni casi senza neanche la speranza, senza la possibilità di fare almeno un saluto all’ultimo istante, prima di ripartire ma per un altro modo.

Font: CNN, ABC, CBS, New York Times, The Atlantic, The Guardian – 06/10/2020

Edizioni