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Barcellona, chiusi bar e ristoranti. 200mila lavoratori a rischio

Per capire come le istituzioni spagnole contrastano la pandemia, bisogna prima studiare la teoria delle “ricette opposte”. Ognuno va per sé, questo è piuttosto chiaro, e, pur essendo uguali gli ingredienti, ciascuno li mischia come vuole.

Vedere ieri Barcellona vuota e senza bar e ristoranti per due settimane e con 200mila lavoratori del settore a rischio è l’immagine capovolta di Madrid, che pur essendo in “estado de alarma”, con i quartieri “recintati”, le zone rosse e la polizia ovunque a controllare, quei bar li tiene aperti. Chi arriva oggi in Spagna, un po’ di strabismo lo soffre.

Ricette opposte, mai come stavolta. A Madrid la mobilità è permessa dove non ci sono “zone rosse”, in Catalogna non ci sono limiti. Nella capitale spagnola sale da gioco e attività notturne, per ciò che riguarda la ristorazione, possono stare aperte con licenze speciali e limitandone i posti, a Barcellona è tutto chiuso.

A Madrid negozi e centri commerciali chiudono alle 22, con limitazioni d’entrata per i clienti, e i servizi essenziali rimangono aperti. A Barcellona i limiti sono addirittura al 30% delle possibilità del locale. Nella capitale le competizioni sportive continuano, in Catalogna no. Due modi distinti di intendere una pandemia che ha colpito ugualmente, in modo severo, le due città.

Ma perché chiudere bar e ristoranti se poi si caricheranno sull’ERTE (la cassa integrazione nostra) tutti i costi? Con tutte le “terrazas” che ci sono a Barcellona e in Spagna quella di sedersi fuori da un locale, a debita distanza, è una scelta più pericolosa di altre? Le attività ristorative potranno solo consegnare a domicilio, in una città vuota. Per almeno 15 giorni è così. Quella catalana è una ricetta differente.

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