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USA. Quando “la pistola fumante” ferisce anche chi la maneggia

Nella settimana appena conclusa abbiamo sentito una giornalista della NBC, Savannah Guthrie, dire a Trump “Sei il presidente. Non sei, tipo, lo zio pazzo di qualcuno che può semplicemente ritwittare qualsiasi cosa.” Ma lo zio Donald non è solo in questa alacre attività di diffusione di teorie, ipotesi e non-notizie, ad aiutarlo sembra ci sia anche lo zio Rudy, il suo avvocato nonché ex sindaco di New York.

Nella settimana appena conclusa abbiamo sentito una giornalista della NBC, Savannah Guthrie, dire a Trump “Sei il presidente. Non sei, tipo, lo zio pazzo di qualcuno che può semplicemente ritwittare qualsiasi cosa.” Ma lo zio Donald non è solo in questa alacre attività di diffusione di teorie, ipotesi e non-notizie, ad aiutarlo sembra ci sia anche lo zio Rudy, il suo avvocato nonché ex sindaco di New York.

Questa è la storia di un misterioso computer lasciato in riparazione nell’aprile 2019 presso The Mac Shop Inc., un negozio specializzato nella riparazione di tecnologia Apple e recupero dati con sede in Trolley Square nella città di Wilmington, Delaware. Il suo proprietario, John Paul Mac Isaac un bel giorno riceve la visita di un cliente che gli lascia ben tre computer da mettere a posto, ma a causa di un problema medico sussistente non riesce a vedere bene chi sia questo visitatore. Il tecnico però, nel maneggiare il materiale appena ricevuto in consegna, si accorge di un adesivo che fa riferimento alla Beau Biden Foundation così gli viene l’idea che l’uomo possa essere Hunter Biden.
Il proprietario del negozio, che dai post pubblicati sui social media si potrebbe definire come un convinto sostenitore di Trump, non perde tempo e si mette al lavoro su questi pc.
Accedendo all’hard drive di uno di questi, un MacBook Pro danneggiato dall’acqua, si accorge che nella memoria del computer c’è qualcosa. Così va a guardare e trova una serie di documenti e video legati a Hunter Biden, alcuni dei quali sembrano di natura professionale e altri decisamente privati.

Il racconto del riparatore di Mac inizia così ma poi si fa più confuso. A quel punto, trovandosi davanti a del materiale potenzialmente importante, pensa di avvisare qualcuno del ritrovamento ma nello spiegare questa fase il tecnico si fa un po’ nervoso ed entra in contraddizione. Prima dice che è stato lui a contattare la polizia, poi afferma che è stata l’FBI a cercare lui, sta di fatto che a un certo punto i federali vengono a sapere di questo Mac e del suo contenuto. Ma gli investigatori, si saprà poi, non saranno gli unici a essere avvisati. Lo stesso Mac Isaac infatti pensa bene di contattare l’avvocato di Rudy Giuliani, Robert Costello, e passargli tulle le informazioni, che lui aveva già provveduto a riversare su una memoria esterna.
A quel punti l’FBI si attiva e, previa citazione di un grand jury datata 9 dicembre 2019, sequestra il laptop e un disco esterno.
Intanto sul figlio di Biden iniziano a girare delle voci e Trump si adopera per portare avanti continue accuse riguardanti gli affari di Hunter in Ucraina nonché di un possibile coinvolgimento del padre Joe, che prontamente rimanda al mittente ogni addebito pur ammettendo l’errore di suo figlio .


La questione riguarda l’entrata di Hunter Biden nel direttivo di Burisma, una compagnia che possiede licenze per lo sfruttamento dei bacini di estrazione di gas e petrolio presenti sul territorio ucraino. Da quanto si è saputo, anche attraverso una ricostruzione del Washington Post, Hunter Biden entrò in affari con la compagnia ucraina nel 2014, in un periodo in cui stava affrontando delle difficoltà economiche. Seppure sconsigliato da un consulente economico esperto di mercato ucraino, che lo aveva avvisato sulla probabile intenzione di Burisma di sfruttare il suo cognome, il figlio di Joe Biden decise di prendersi il rischio e accettare un ruolo direttivo nella compagnia, con un salario di 50,000 dollari al mese.
Circa un mese dopo l’entrata di Hunter in Burisma sul sito web della ditta comparì una foto di Joe Biden assieme a Devon Archer, amico di Hunter Biden e socio nella stessa compagnia. L’immagine ebbe vita breve sulla pagina web tanto era inappropriata e pericolosa per l’allora vicepresidente degli Stati Uniti.
La decisione del figlio di Biden di fare affari con gli ucraini fornì dunque alla fazione di Trump una buona occasione per attaccare suo padre. Il presidente degli Stati Uniti infatti non perse tempo e fece pressione in modo diretto sul nuovo presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelens’kyj, per ottenere un’investigazione sui possibili affari dei Biden in quel paese.


La richiesta di Trump presso il capo di stato ucraino finì poi alle cronache suscitando più clamore dello stesso legame fra Hunter Biden le la Burisma.
La questione ucraina poi perse di risalto, superata da altri accadimenti, tornando però improvvisamente alla ribalta mercoledì 14 ottobre con una rivelazione del New York Post, un quotidiano di area conservatrice di proprietà del magnate Rupert Murdoch che possiede anche il Wall Street Journal e Fox News, il canale televisivo preferito di Trump.
Nella sua uscita di quel giorno la testata va a pubblicare una serie di documenti legati a Hunter Biden, tutti causalmente rinvenuti all’interno di un computer mandato in riparazione. L’articolo del New York Post mostra delle mail che, apparentemente, si riferiscono a un incontro alla Casa Bianca fra tale Vadym Pozharskyi e l’allora ex presidente degli Stati Uniti, con tanto di ringraziamento al figlio per i buoni uffici svolti. Questo materiale viene inoltre accompagnando sulle pagine del giornale con delle foto private di Hunter Biden, pure quelle archiviate nello stesso laptop.
Come riporta il la testata giornalistica “Altro materiale estratto dal computer include un video volgare di 12 minuti che sembra mostrare Hunter, il quale ha ammesso di lottare con problemi di dipendenza, mentre fuma crack ed è impegnato in un atto sessuale con una donna non identificata, oltre a numerose altre immagini sessualmente esplicite”. Il NY Post racconta inoltre che il proprietario di quel computer non ha mai pagato per l’intervento su quel dispositivo ne sia andato a ritirarlo o a prendere il disco su cui erano stati riversati i dati.


Ma come ci è arrivato il contenuto di quel Mac al giornale di Murdoch? La testata ci racconta anche quello: “Il proprietario del negozio che prima di consegnare l’attrezzatura (al FBI) ha fatto una copia del disco rigido e in seguito l’ha data all’avvocato dell’ex sindaco Rudy Giuliani, Robert Costello.” Poi “Alla fine di settembre Steve Bannon, ex consigliere del presidente Trump, ha detto al Post dell’esistenza del disco rigido e la scorsa domenica Giuliani ha fornito al Post una copia.”
E così il cerchio si chiude, illustrando il percorso fatto dalla memoria del misterioso MacBook Pro che dalle mani del riparatore trumpiano è finita in quelle dell’avvocato del presidente e da li al quotidiano newyorkese.
Ma a questo punto qualcuno potrebbe chiedersi come mai il proprietario di alcuni Mac si recasse presso un centro di assistenza tecnica per farli riparare, o per lo meno recuperare i dati in essi contenuti, ma poi si scordasse di andare a ritirare il materiale.
Fra quelli che sembrano essersi incuriositi ci sono pure gli investigatori federali che pare stiano esaminando le mail in questione per verificarne l’autenticità o meno. L’ipotesi infatti è che ci possa essere dietro la zampa di qualche intelligence straniera.


Joe Biden afferma che l’incontro a cui fanno riferimento quei documenti non sia mai avvenuto, come risulterebbe dal controllo dell’agenda dell’ex vicepresidente e dalla corrispondenza del suo ufficio in cui non si trova traccia di tutto questo.
George Mesires, avvocato di Hunter Biden, ha poi specificato in una sua dichiarazione: “Non abbiamo idea da dove provenga, e certamente non possiamo accreditare nulla di ciò che Rudy Giuliani ha fornito al New York Post, ma quello che so per certo è che questo presunto incontro mai accaduto.”
Nel frattempo però sono emersi altri elementi, che non parlano dei Biden ma raccontano qualcosa di Rudy Giuliani, quello che secondo il New York Post ha fornito “la pistola fumante”.


Secondo quattro fonti contattate dal Washington Post, qualche tempo fa l’intelligence americana avrebbe messo in guardia la Casa Bianca sulla possibilità che i servizi segreti russi avessero attenzionato l’avvocato di Trump per compiere un’operazione d’influenza.
Sia la CIA che altre agenzie di spionaggio americane avevano infatti raccolto informazioni sui rapporti intercorsi lo scorso anno fra l’ex sindaco di New York e presunti agenti dei servizi russi, incluso Andrii Derkach, un parlamentare ucraino filo-russo incontrato da Rudy Giuliani a Kiev il 5 dicembre 2019.
In base quanto riferito dai contatti del Post, i segnali d’allarme fatti arrivare alla residenza presidenziale “erano basati su diverse fonti, incluse le intercettazioni di comunicazioni, che mostravano Giuliani interagire con persone legate alla Russia durante un viaggio in Ucraina avvenuto nel dicembre 2019, dove stava raccogliendo informazioni che pensava avrebbero rivelato atti di corruzione dell’ex vice presidente Joe Biden e di suo figlio Hunter”.


Il dubbio sovvenuto agli investigatori federali è che Rudy Giuliani possa essere stato usato dai russi per portare false informazioni al presidente. Così, riporta il giornale di Washington, il National Security Advisor Robert O’Brien si è recato da Donald Trump dicendogli di fare attenzione perché i russi, probabilmente, si erano lavorati il suo avvocato per farlo diventare un canale di disinformazione. A queste rivelazioni non sembra però che il presidente Trump abbia dato molto peso, archiviando la questione con una scrollata di spalle e un Questo è Rudy.
In un testo rilasciato giovedì scorso Rudolph Giuliani ha dichiarato di non essere mai stato informato che Andriy Derkach fosse una risorsa dell’intelligence russa. Giuliani ha poi aggiunto: “aveva solo informazioni secondarie e non lo consideravo un testimone”. Nonostante ciò l’avvocato di Trump volle rivedere Derkach a New York alcuni mesi dopo il loro incontro a Kiev. In prospettiva, non un’ottima idea. Nel settembre 2020 infatti il U.S. Treasury Department americano ha sanzionato l’ucraino per aver condotto una campagna di influenza contro Joe Biden e, successivamente, in agosto lo stesso individuo è stato descritto dall’Office of the Director of National Intelligence (DNI) come parte di un piano per interferire nelle elezioni americane del 2020 contribuendo a “diffondere accuse di corruzione – anche tramite la pubblicazione di telefonate trapelate – per indebolire” Biden e i Democratici.

A un certo punto, in tutta questa situazione già abbastanza ingarbugliata fra riparatori di computer, avvocati e intelligence, hanno fatto in tempo a infilarsi pure due influenti social media come Facebook e Twitter. Le due piattaforme infatti, con una mossa fino a qui inedita, hanno predisposto una riduzione di visibilità al post e al tweet con cui il quotidiano della “pistola fumante”, il New York Post, stava cercando di promuovere il suo scoop. Così si è arrivati per la prima volta a vedere dei social network censurare, parzialmente o totalmente, un contenuto pubblicato da una testata mainstream giudicandolo veicolo di disinformazione. L’approccio di Facebook è stato quello di ridurre la diffusione del post tramite l’applicazione di un’etichetta a cui consegue un’automatica riduzione della visibilità. Twitter invece ha fatto qualcosa in più, ponendo un ban sul link che collegava il tweet all’articolo del giornale impedendone così l’accesso dalla sua piattaforma. Il paradosso di questi due interventi è stato però l’aver attirato verso quello scoop più attenzione di quanta ne avrebbe potuta ottenere se i social non si fossero messi a fare i paladini della buona informazione. La polemica verso l’azione di Facebook e Twitter è stata tanta e tale da aver resto quella rivelazione nota da un capo all’altro del globo, cosa che probabilmente non sarebbe stata nelle possibilità della testata giornalistica. A tutto ciò vanno poi aggiunte le scuse di Twitter che nell’analizzare meglio il suo intervento ha capito di aver fatto un errore.


Alla fine di questa storia, iniziata solo in apparenza con un computer portatile lasciato in riparazione presso un negozio di Wilmington, ci si ritrova con danni a entrambe le parti in gara per lo studio ovale. In tutto questo brigare non si sa chi è peggio, se il figlio di Biden che si accredita grazie al cognome di famiglia, un costume per altro molto diffuso, oppure un Rudy Giuliani che finisce nel sacco di discredito da lui stesso tessuto con l’intento di affondare gli avversari del suo cliente.

Nonostante gli avvertimenti dei servizi segreti americani Trump continua ad appoggiarsi a Giuliani e nello spiegare il perché sembra abbia detto: “Lui era il miglior procuratore, sai, uno dei migliori pubblici ministeri e il miglior sindaco. Ma anche altri presidenti li avevano (i procuratori e gli avvocati). Franklin Delano Roosevelt aveva un avvocato che era praticamente, sai, totalmente coinvolto nel governo. Eisenhower aveva un avvocato. Avevano tutti degli avvocati.”

Come dargli torto, un buon avvocato fa comodo a tutti basta che non si metta a giocare con le “pistole fumanti”, soprattutto se di manifattura russa. Con le armi, anche quelle figurate come in questo caso, si rischia sempre di fare dei gran danni agli altri e a se stessi.


Fonti: Washington Post, CNN, NBC News, thedailybeast.com – 16/10/2020, New York Post – 14/10/2020

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