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Chiese che crollano. Commissariati messi a fuoco. Sale la tensione in Cile prima del voto sulla Costituzione

Sembrava il giorno dell’Apocalisse, domenica a Santiago del Cile.  La Parrocchia della Asunción, regale e antica, si contorceva bruciata dalle fiamme, fino a crollare. Fuoco dappertutto, per strada, nei negozi, in altre chiese come quella di San Francisco de Borja, simbolo delle cerimonie delle Polizia. Saccheggiati i supermercati, distrutti i simboli del potere.

Il primo anniversario delle proteste contro il governo conservatore di Sebastian Piñera, in piena crisi economica anche a seguito di una pandemia che qui ha colpito forte, è stato un giorno iconoclasta, una macchia nell’abito di una democrazia che tale ormai non è più forse. 

I commissariati sono stati assaltati senza sosta. A Puente Alto, a Padre Hurtado, nella capitale, nella lontana Coquimbo, contro le sedi delle forze dell’ordine sono state lanciate molotov da incappucciati che assomigliavano ai nostri black blocs ma in realtà giovani arrabbiati e pronti a tutto. Funzionari feriti, paura, il disincanto che si possa riparare a tutta questa violenza con delle trattative tra le parti: la gente comune e il potere asserragliato nelle sue stanze.

In Piazza Italia le proteste erano cominciate pacificamente. Il motivo di queste manifestazioni è l’importantissimo voto sulla modifica della Costituzione (si è rimasti a quella del 1980 quando il celebre generale Pinochet faceva del Paese quello che voleva, una feroce dittatura che nessuno ha dimenticato), che avverrà la prossima settimana.

Le urne si apriranno a un anno di distanza dagli scontri violenti che tra il 18 ottobre e il 30 novembre del 2019 paralizzarono Santiago e il Paese. Di fatto l’assistenza sanitaria non è garantita a tutti e neanche l’istruzione. Il resto lo fa la povertà sempre più estesa.

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