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Trump: “Quasi 74 milioni di voti” ma si scorda i 79,784,165 voti per Biden

I giorni passano ma Donald Trump sembra non voler accettare la matematica. Insiste nel parlare dei voti che ha ricevuto, definendoli legali, ma ignora quelli del suo avversario.
Ieri il presidente in carica è tornato a parlare alla nazione, accusando le grandi aziende farmaceutiche di aver giocato contro di lui durante la campagna elettorale per vendicarsi del suo ordine esecutivo sul prezzo dei medicinali.

I giorni passano ma Donald Trump sembra non voler accettare la matematica. Insiste nel parlare dei voti che ha ricevuto, definendoli legali, ma ignora quelli del suo avversario.
Ieri il presidente in carica è tornato a parlare alla nazione, accusando le grandi aziende farmaceutiche di aver giocato contro di lui durante la campagna elettorale per vendicarsi del suo ordine esecutivo sul prezzo dei medicinali.


Da qualche giorno i media americani non facevano che chiedersi come impiegasse le giornate Donald Trump, considerando che nessun impegno specifico risultava sulla sua agenda presidenziale. In giro si continuava a vedere Rudy Giuliani, il suo avvocato, collezionare udienze surreali presso le corti e conferenze stampa imbarazzanti alla modica parcella di 20.000 dollari al giorno (secondo il New York Times) ma il presidente non si faceva vedere in giro. Un puntatina ala cimitero di Arlington in occasione del Veterans Day (11 novembre), un breve briefing per parlare dei vaccini contro il Covid, un passaggio in macchina fra la sua folla adorante durante la manifestazione di MAGA (Make America Great Again) dello scorso sabato a Washington e poi nulla.
I giornalisti si sono dunque divertiti a immaginarlo davanti alla tv, da cui trae spunto per molti suoi tweet, a guardare il suo nuovo canale di riferimento ovvero One America News Newtwork che al contrario di Fox News, a tratti riluttante, lo asseconda di buon grado immaginandosi una settantina di milioni di votanti pronti a seguire Trump in questa preferenza televisiva.


Seppure poco visibile fisicamente l’attuale presidente si è dato da fare per portare scompiglio nell’amministrazione licenziando via Twitter prima il suo Segretario alla Difesa e poi il capo della CISA (Cybersecurity and Infrastructure Security Agency), Christopher Krebs, assunto da lui stesso per guidare il dipartimento dell’intelligence che si occupa di sicurezza in ambito cibernetico e garantire l’integrità delle elezioni del 2020.
Krebs qualche giorno dopo l’Election Day aveva diramato un comunicato in cui si affermava che queste erano state le elezioni più sicure di sempre, dichiarazione definita poi da Trump come “altamente inaccurata” poiché, a suo dire, ci sarebbero state “massicce irregolarità e frodi – compreso il voto di persone morte”.
Al licenziamento Chris Krebs ha reagito con stile, dichiarandosi onorato di aver servito il paese e appellandosi alla saggezza dei cavalieri jedi di Guerre Stellari: “In defending democracy, do or do not, there is no try. This is the way” (Nel difendere la democrazia, fare o non fare, non c’è provare. Questo è il modo.), frase liberamente sottratta a Yoda: “No! Try not! Do, or do not. There is no try” (“No! Provare no! Fare, o non fare. Non c’è provare”). E a dargli man forte sul campo di Twitter, dove alle spade laser si sostituiscono i tweet all’acido, è arrivato pure Luke Skywalker in persona (Mark Hamill) con un bel post esplicativo: “Traduzione: la recente dichiarazione di Chris Krebs è stata estremamente accurata, in quanto non c’erano irregolarità o frodi, confermate da tutti i credibili funzionari delle elezioni del 2020 che hanno giurato di essere veritieri. Pertanto, è stato eliminato per essersi rifiutato di mentire per me, il vostro #BugiardoInCapo.”


Criticato da ogni parte, dunque anche dai suoi stessi repubblicani, per aver licenziato un buon servitore dello stato, il presidente ha rivolto la sua attenzione agli uffici elettorali credendo di ottenere più soddisfazioni. Così ha infilato una sequenza di messaggi, in gran parte etichettati da Twitter come non veritieri o controversi, in cui annunciava grandi notizie e prove d’illeciti alle urne.
Nel dettaglio, Trump si attendeva buone nuove dal riconteggio manuale in Georgia, ma questa operazione che si è conclusa ieri ha decretato per l’ennesima volta la vittoria di Joe Biden in questo stato. L’annuncio è avvenuto per voce del Segretario di Stato della Georgia Brad Raffensperger, che nei giorni scorsi aveva ricevuto pressioni da alcuni suoi compagni di partito (Rep) per escludere dal conteggio alcuni voti e in aggiunta era stato oggetto, assieme alla moglie, di minacce di morte. L’oggetto del contendere erano state le schede elettorali arrivate via posta, di cui veniva messa in dubbio la legalità perché prive di firma e che figure come Lindsey Graham, presidente della Commissione Giustizia al Senato americano, avrebbero preferito veder togliere dal conteggio. Graham infatti aveva provato a esporre la sua tesi a Raffensperger via telefono ma quest’ultimo gli ha spiegato che la firma del votante si trova sulla busta della spedizione da cui poi le schede vengono separare per dovere di riservatezza. Se infatti le schede elettorali fossero firmate si saprebbe chi vota per chi e questo violerebbe il principio di segretezza. Dunque, i voti postali funzionano come quelli in persona che non hanno firma sulla scheda e vengono espressi previa verifica dell’identità del votante, eseguita in un passaggio precedente. Così, chiariti questi dettagli, si è scampato il pericolo di veder cancellati migliaia di voti regolari.


Nella giornata di ieri è poi giunta una dichiarazione ufficiale del governatore Brian Kemp (Rep) con cui si certificava la vittoria di Biden ma al contempo si diceva al team di Trump che aveva ancora delle opzioni legali per chiedere un altro riconteggio. Inoltre, cercando di venire incontro a Trump, il governatore Kemp suggeriva al Segretario di Stato Raffensperger di “considerare di affrontare queste preoccupazioni” (dei repubblicani) verso le autenticazioni e di condurre un “campione di verifica delle firme presenti sulle buste delle schede elettorali per il voto a distanza e confrontare tali firme con quelle presenti sulle registrazioni di voto o negli archivi”. Per tutta risposta Donald Trump ha twittato acidamente imputando a Raffensperger e Kemp di non volergli far controllare le firme: “Il Governatore della Georgia e il Segretario di Stato si rifiutano di farci esaminare le firme che farebbero emergere centinaia di migliaia di voti illegali e darebbero al Partito Repubblicano, a me, David Perdue e forse Kelly Loeffler, una GRANDE VITTORIA”. Ma, come ha affermato a ripetizione l’ufficio del Segretario di Stato della Georgia, “a questo punto del processo non è possibile abbinare le firme – che già hanno avuto luogo come parte di un processo di verifica della firma in due fasi – perché le schede elettorali sono separate dalle buste per garantire la segretezza delle selezioni degli elettori.”


La Georgia non è stata però l’unico territorio nei pensieri settimanali del presidente Trump che ha avuto modo di scagliarsi più volte anche contro il Michigan, cercando di fare pressione localmente per evitare la certificazione dei risultati elettorali, mirando in particolare alla Wayne County in cui si trova Detroit.
Anche in questo caso non è mancato il balletto dei tweet e delle contraddizioni in sede di certificazione, dove tutto si è poi risolto con un voto unanime che poneva l’ok sul risultati elettorali. Ma Trump non s è dato per vinto neanche in questo caso e in un ultimo tentativo di condizionare gli animi e le azioni degli ufficiali ha voluto farsi sentire con i rappresentanti repubblicani locali, arrivando perfino a invitare alla Casa Bianca il leader della maggioranza repubblicana al Senato del Michigan, Mike Shirkey, e lo speaker della camera locale Lee Chatfield. Dalla discussione però non è emerso nulla di particolare che possa aiutare Donald Trump e costituire un precedente utile a sovvertire il risultato elettorale in qualche stato. Alla fine dell’incontro i due legislatori repubblicani hanno semplicemente rilasciato una dichiarazione in cui si sottolinea la necessità di trasparenza, responsabilità e in cui si dichiara di non essere al corrente di alcuna informazione che possa cambiare il risultato elettorale. In particolare, Shirkey e Chatfield sottolineano come “Il processo di certificazione in Michigan debba essere libero da minacce e intimidazioni”.

Ma nella sua foga post elettorale il presidente Trump non si è accontentato di chiamare in causa solo gli scrutatori e gli amministratori locali, ha anche pensato di denunciare la tecnologia e raccontare ai suoi followers di fantomatiche sparizioni di voti causate del malfunzionamento, o dall’assetto volutamente errato, del Dominion Voting Systems in uso presso 27 stati dell’unione. Secondo la tesi proposta dall’attuale inquilino della Casa Bianca le macchine prodotte dalla Dominion Voting Systems Corporation avrebbero cancellato 2.7 milioni di voti a suo favore e convertito 221 mila voti per Trump in voti per Biden nello Stato della Pennsylvania. Secondo la teoria del complotto diffusa da lui, dai suoi sostenitori e dal suo avvocato, il software di questo sistema di voto e di conteggio sarebbe stato progettato su misura per farlo perdere. Questo tipo di dichiarazioni e di retorica comunicativa ha in primo luogo provocato il disappunto della ditta in questione, che si è detta estranea a qualsiasi macchinazione o frode elettorale, e in seconda battuta ha causato un effetto collaterale piuttosto sgradevole. Secondo quanto reso noto da Dominion i suoi dipendenti sarebbero stati minacciati e avrebbero subito molestie online in seguito alle accuse di Trump e del suo team. Un portavoce della società ha dichiarato a tal proposito: “Abbiamo lavorato 24 ore su 24 per affrontare le problematiche assieme alle forze dell’ordine e prendere ogni misura appropriata a noi consentita per garantire la sicurezza dei dipendenti”.


In mezzo a tutti questi vicoli ciechi, con il suo avvocato Rudy Giuliani che cola tintura per capelli durante le dichiarazioni pubbliche e con il New York Times pronto a rivelare nuovi dettagli sull’inchiesta per frode fiscale in corso a Manhattan e in cui ora entra anche il nome della figlia Ivanka come destinataria di pagamenti per consulenze, Donald Trump ha pensato di buttarsi sul tema della sanità, approfittando della richiesta avanzata ieri da Pfizer/BioNTech per l’autorizzazione all’uso d’emergenza del suo vaccino contro il Covid. Così è stata allestita una conferenza stampa nel può puro stile Trump, con polemiche, accuse, estesi complimenti alla sua persona e la presentazione di un ordine esecutivo che in realtà era già stato annunciato a luglio, come da lui stesso specificato, ed emesso il 13 settembre 2020.
Per comunicare alla popolazione il suo interesse verso la sanità e sottolineare i suoi meriti il presidente in carica ha infatti pensato di tornare a parlare del Most Favored Nation (MFN), un modello che andrà in vigore da gennaio e si prefigge di abbassare in modo cospicuo il prezzo dei farmaci e delle cure negli Stati Uniti. Secondo quanto afferma Trump, questa sua azione per ridurre i costi delle medicine gli ha creato molti nemici fra i big della farmaceutica e ha comportato una massiva bordata pubblicitaria contro di lui. Pur non avendo prove da presentare in supporto alle sue accuse, il presidente in carica non ha mancato l’opportunità mediatica per dire ai suoi votanti che pur di farlo perdere le case farmaceutiche hanno ritardato la comunicazione dei risultati dei loro vaccini: “Big Pharma ha pubblicato pubblicità negativa contro di me per milioni di dollari durante la campagna, che tra l’altro ho vinto, ma sapete… lo scopriremo, quasi 74 milioni di voti… Avevamo “Big Pharma” contro di noi, avevamo i media contro di noi, avevamo “Big Tech” contro di noi, avevamo molta disonestà contro di noi, ma le “Big Pharma” da sole hanno messo milioni e milioni di dollari in pubblicità. (…) Pfizer e altri, che erano avanti sui vaccini (non avreste un vaccino se non fosse per me, per altri 4 anni, perché la FDA non sarebbe mai stata in grado di fare quello che ha fatto, quello che io li ha costretti a fare), Pfizer e altri hanno persino deciso di non fare la valutazione dei risultati del loro vaccino, in altre parole di non uscire con un vaccino, fino a subito dopo le elezioni, questo è a causa di quello che ho fatto con “Most Favored Nation” e questi altri elementi. Invece del loro piano originale di valutare i dati in ottobre, quindi dovevano uscire a ottobre, hanno deciso di ritardare a causa di quello che sto facendo, ma questo per me va bene perché, francamente, questa è proprio una grande cosa, una cosa davvero grande.”


Come accade talvolta, le giornate che nascono male possono pure proseguite negativamente e questa è stata anche la sorte del venerdì di Donald Trump. Ieri infatti, oltre ai fallimenti nel suo sforzo per ribaltare le elezioni, si è visto pubblicare dai media la positività al Covid-19 del suo figlio maggiore, Donald Trump Junior. Secondo una nota rilasciata da un portavoce, Don Jr. sarebbe risultato positivo a inizio settimana e ora starebbe osservando il periodo di quarantena previsto, fortunatamente non dimostrando alcun sintomo.
E mentre il tempo scorre la conta delle schede arrivate via posta continua in alcuni stati americani, portando i due candidati a un numero di voti popolari mai raggiunto prima. In base agli ultimi dati comunicati dagli uffici elettorali Joe Biden, che ha ottenuto 306 collegi elettorali contro i 232 di Trump, avrebbe ricevuto 79.784.165 preferenze (il 51% del totale) mentre il presidente uscente ne avrebbe raccolte 73.763.979 (il 47,2% del totale). Il lavoro di spoglio delle schede però va avanti, continuando a ribadire il risultato generale già annunciato il 7 novembre. Nonostante ciò Donald Trump continua a non voler riconoscere la vittoria del suo avversario e persevera nell’ostacolare il processo di transizione.
A tal proposito, ieri si è registrata l’ennesima chicca da parte della sua portavoce, Kayleigh McEnany, accusata dalla stampa di essere un’attivista di Trump, pagata con i soldi dei contribuenti per ricoprire il suo ruolo. In uno scambio con i giornalisti la McEnany ha affermato che “A questo presidente non è mai stato concesso una transizione ordinata dei poteri. La sua presidenza non è mai stata accettata. Molti hanno cercato di minarlo, screditarlo, delegittimarlo e negare la sua vittoria. Non c’erano richieste di unità. Non c’erano richieste di guarigione”. Dunque, secondo questo punto di vista ora il presidente in carica sarebbe intitolato a pagare con la stessa moneta, rendendo amara la transizione da lui a Biden. Le affermazioni di Kayleigh McEnany non tengono però conto della disponibilità accordata dall’amministrazione Obama, testimoniata dal 44° presidente anche in una recente intervista a 60 Minutes, e del fatto che fu Trump a non voler avere rapporti con lo staff del presidente che lo aveva preceduto.


Fonti: White House 20/11/2020, hhs.gov, CBS 18/11/202020/11/2020 , The Guardian 20/11/2020, CNN 21/11/2020, ABC 19/11/2020, 60 Minutes

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