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23 novembre ’80. Il giorno dell’apocalisse in Irpinia


​Quarant’anni fa la tragedia, le grida, la disperazione, la certezza che ripartire sarebbe stato difficilissimo se non impossibile. Il dramma del terremoto che distrusse l’Irpinia è nei numeri: 3mila morti e 30mila ​sfollati, senza casa e senza speranza. Un terremoto, a quei tempi, portava solo il possibile annientamento di una comunità e una miseria eterna.

Chi arrivò per primo, quel 23 novembre dell’80, vide solo paesi rasi al suolo (687 furono le località colpite, delle quali 542 in Campania) e una civiltà antica e accogliente, colta e generosa, che ha rischiato poi di essere annullata e inghiottita dal tempo, come quelle macerie testimoniavano. Ma era una collettività forte, unita, quella irpina.​

Oggi si ricorda l’incubo di allora e di quello che doveva ancora arrivare, la burocrazia e gli sprechi che hanno posticipato sine die la ricostruzione, le corruzioni degli appalti, i soldi spesi male. Si sono spesi 60mila miliardi di lire su quel terremoto, uno sperpero, una ferita della democrazia italiana in cui hanno messo in molti le mani.

Molti terremoti a seguire hanno ricalcato lo stampo irpino, perché nel nostro disastrato Paese le disgrazie sono un business. Di quel giorno sono rimaste le messe distanziate di oggi, il ricordo di chi non c’è più, la grande solidarietà degli Italiani comuni verso un popolo colpito dal dramma, una gente che da allora si è fatta sempre amare per come è fatta e ha reagito alla catastrofe. Abbiamo avuto in eredità anche l’abbandono dell’Irpinia al suo destino: finita la ricostruzione, quella vera e quella presunta, sono rimasti gli stessi abitanti a resistere in questo angolo di mondo. Sono loro che hanno veramente ricostruito la speranza e dato ai loro figli l’idea di un futuro.

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