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Ex Jugoslavia, 25 anni fa la pace di Dayton. I problemi restano ancora oggi

​A Dayton, 25 anni fa, dopo un conflitto sanguinoso che aveva portato la guerra nel cuore dell’Europa, l’ex Jugoslavia decise il suo destino, o almeno provò a deciderlo perché nessuno dei convitati voleva giungere a un accordo. Ma ci arrivò forzatamente, senza voglia, sapendo che il futuro avrebbe riservato alle sue genti l’amarezza di essere sempre in bilico.

Era il momento che, dalle macerie dei territori contesi, nascessero due entità, una croato-musulmana e la Repubblica serba di Bosnia, ognuna con un Parlamento e un esercito. Non poteva proclamarsi una pace così falsa ma si doveva farlo. Le diffidenze (etniche, religiose, politiche) sono rimaste, i confini sono ancora incerti.

Il fatto che nei territori ci siano tre presidenti, uno per etnia, dà l’idea di quanto confusa sia ancora la situazione. Ma l’accordo salvava Sarajevo, imprigionata in un assedio che durò tre anni e mezzo, e che rese questa città simbolo della barbarie umana e dell’inferno in terra. Il presidente americano Bill Clinton, garante dell’accordo, non poteva altro che ratificare la (non) volontà del bosniaco Alija Izetbegovic, del croato Franjo Tudjman e del serbo Slobodan Milosevic, i tre presidenti riuniti in America non per cercare di vivere insieme, cosa impossibile ancora oggi, ma per spartirsi i territori.

Centomila morti non sono serviti per scacciare diffidenza e la corruzione endemica dei governanti né per sapere che finalmente si potrà vivere in pace. Il genocidio di Srebenica è, ad esempio, ancora un punto controverso per gli storiografi di differenti orientamenti e non, come è stato, l’orrore estremo di quei tempi. I bosniaci serbi vogliono andare con la Serbia, gli erzegovini con la Croazia, i musulmani sono sempre più orientati verso l’integralismo. La povertà la fa da padrone in larghi strati della popolazione: fuori dall’Europa e dal mondo, dov’è la pace promessa 25 anni fa?

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