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La Camera dei Rappresentanti vota il secondo impeachment per Trump

Donald Trump sarà il primo presidente nella storia degli Stati Uniti a subire due procedure di impeachment. Questa volta la motivazione è “Incitazione all’insurrezione” e l’approvazione dell’articolo è stata bipartisan.

“Il presidente degli Stati Uniti ha incitato questa insurrezione, questa ribellione armata contro il nostro paese comune”, così ha esordito la speaker della Camera Nancy Pelosi prima del voto. “Deve andare. È un pericolo evidente e presente per la nazione che tutti amiamo”. E questa volta a darle man forte è arrivata in soccorso una rappresentante repubblicana molto influente e rispettata come Liz Cheney, la N°3 fra i membri del GOP alla Camera.
La posizione della Cheney e di repubblicani come il rappresentante Adam Kinzinger, già da giorni pubblicamente schierato contro Trump, ha aiutato altri otto membri del GOP eletti alla Camera a votare al fianco dei democratici in una giornata che passerà la storia, perché mai prima d’ora un presidente aveva subito l’impeachment due volte.


Nei giorni scorsi il rappresentante Kinzinger aveva spiegato ai media la sua posizione dicendo che i politici spendono spesso tante belle parole per convincere i cittadini americani ad andare in guerra, a rischiare la vita per il loro paese, dunque ora era il caso che qualche politico rischiasse la sua carriera per la nazione, mettendo a repentaglio l’afflusso di voti dei supporter di Trump e andando oltre la partigianeria, per un bene superiore.
Anche la repubblicana Jamie Herrera Beutler ha dichiarato un simile stato d’animo prima del voto, in opposizione al volere della maggior parte dei rappresentati del suo partito: “Non sto scegliendo una parte, sto scegliendo la verità. È l’unico modo per sconfiggere la paura.” Ma forse non tutte le sensibilità degli eletti in parlamento sono state ispirate e guidate dall’etica, qualcuno avrà anche trovato l’illuminazione davanti agli alert di alcune aziende che hanno interrotto il flusso di donazioni alla politica come conseguenza dei fatti di Capitol Hill.

Fra queste che ad esempio c’è Airbnb che dice di non voler più finanziare gli eletti colpevoli di aver contestato il voto in parlamento, Marriott che pure mette in pausa le sue donazioni alla politica, Hallmark che vorrebbe addirittura chiedere indietro i soldi a due senatori repubblicani a cui l’azienda ha donato (Sens. Josh Hawley $7,000 e Roger Marshall $5,000) e che poi hanno provato a ribaltare il risultato elettorale al Congresso. E andando avanti con la lista troviamo Simon & Schuster (editoria), Dow (chimica), Walmart (grande distribuzione), AT&T (telefonia/internet, tv), FedEx (spedizioni), Comcast (comunicazioni via cavo), Ford (auto), Boeing (aeronautica), Exxon (petrolifera), poi nel campo finanziario/bancario American Express, Mastercard, BlackRock, Goldman Sachs, Citigroup e JPMorgan Chase. Fra le tecnologiche invece troviamo Amazon, Google, Facebook, Microsoft pronte a chiudere i cordono della borsa e anche Apple per voce di Tim Cook ha fatto sapere che le responsabilità vanno considerate. Per la categoria food invece è stata la Coca-Cola a riferire che, visti i recenti eventi, riconsidererà la sua politica delle donazioni. Poi, oltre alle compagnie si son decise a prendere posizione anche alcune associazioni fra cui Blue Cross Blue Schield e l’associazione dei golfisti professionisti degli Stati Uniti (PGA) che ha deciso di escludere il Trump National Golf Club Bedminster (New Jersey) dal PGA Championship 2022. Secondo quanto pubblicato in un report di Pubic Citizen i 147 eletti repubblicani che hanno cercato di mettere in questione il voto degli americani durante la seduta congiunta del 6 gennaio al Congresso hanno ricevuto, dal 2016 a oggi, ben 170 milioni di dollari da dei PAC i cui contributori sono aziende e associazioni di categoria.


Ma nonostante i malumori degli ambienti corporate, dei sostenitori istituzionali e malgrado l’esempio dei dieci coraggiosi repubblicani che sceglievano i principi fondativi della nazione votando per l’impeachment, la maggior parte dei repubblicani alla Camera, pur dichiarando di deprecare la violenza, facevano obiezione, parlavano del processo per impeachment come di un pericolo, di un ulteriore elemento di divisione in un momento in cui il paese dovrebbe unirsi per rialzarsi dalla pandemia e dalla crisi economica da questa innescata. Altri invece, durante le dichiarazioni in aula, hanno accusato i democratici di usare due pesi e due misure nel valutare la violenza durante le manifestazioni che, a loro dire, vengono criminalizzate solo quando di destra.
Per far passare alla Camera l’articolo che da il via al processo in parlamento Nancy Pelosi aveva bisogno di 217 Yea (sì). La votazione si è conclusa con 231 Yea e 197 Nay (no) e 5 astenuti fra cui 1 democratico e 4 repubblicani.
Dopo la votazione la speaker Pelosi si è presentata alla stampa accompagnata dai rappresentanti senior del suo partito e dai nove impeachment manager firmando l’articolo a favore degli obiettivi fotografici e delle televisioni ancora in diretta.


Parallelamente, Donald Trump si metteva pure lui davanti a una telecamera per registrare un messaggio alla nazione in cui si rivolgeva ai suoi sostenitori chiedendo loro di non cedere alla violenza e annunciando di aver autorizzato il rafforzamento della sicurezza a Washington. Al contempo però Trump non si è fatto sfuggire l’occasione per lamentarsi della censura operata dai social nei confronti delle voci conservatrici, fra cui la sua ora esclusa anche da Snapchat e YouTube.
“Esorto che non ci debba essere nessuna violenza, nessuna violazione della legge e nessun atto di vandalismo di alcun tipo. Non è questo ciò che rappresento, e non è ciò che rappresenta l’America”. All’interno dello stesso testo il presidente uscente dichiarava che i violenti potevano solo nuocere e che per loro non c’è posto nel suo movimento.
Seppure apprezzato a grandi linee dai media americani questo intervento di Trump è stato reputato alquanto tardivo e forse solo strumentale, per cercare di convincere alcuni senatori repubblicani a non aiutare i democratici ad appoggiare l’impeachment anche al Senato, aula che non si riunirà prima del 19 gennaio mandando così ogni discussione e votazione a dopo l’insediamento di Joe Biden e dell’arrivo in aula dei nuovi eletti.


Per i prossimi due anni il Senato degli Stati Uniti sarà a guida democratica, grazie al risultato elettorale raggiunto dai Dem in Georgia con il reverendo Raphael Warnock e Jon Ossoff, e il nuovo leader sarà il senatore Chuck Schumer di Brooklyn – New York. Secondo il rappresentante democratico James Clyburn questa volta al Senato ci sarebbe una chance di ottenere una condanna per Trump: “Ci sono buone possibilità che ci sia una condanna al Senato. Penso che Mitch McConnell e alcuni altri riconoscano che questo è il modo più rapido per toglierselo dai capelli, per così dire”, ha affermato Clyburn alla CNN. Il democratico ha anche fatto capire che non dovrebbe manco essere troppo difficile convincere i senatori repubblicani perché basterebbe far vedere loro un po’ di video e chiamare i destinatari di alcune telefonate che sono state riprese e in cui appare che alcuni partecipanti all’attacco fossero in attesa di indicazioni.


Volendo invece chiedersi cosa ne pensano gli americani dei fatti di Capitol Hill e del secondo impeachment a Trump, YouGov offre qualche spunto. Secondo i sondaggisti a favore sarebbe il 55% della popolazione. Chiedendo invece all’interno degli elettorali si scopre che l’88% dei votanti democratici e il 54% degli indipendenti sono pro-condanna, mentre solo il 15% dei repubblicani appoggerebbe l’impeachment. Alla domanda “Cosa è accaduto a Capitol Hill?” più del 70% risponde che si è trattato di una protesta che è andata troppo oltre (72% D, 78% R, 78% I). Un pochino più differenziati invece i pareri quando si tratta di definire l’attacco a Capitol come un tentativo di ribaltare il risultato elettorale, in questo caso a concordare è il 92% dei Dem, il 56% dei Rep e il 72% degli indipendenti. A definire l’invasione del parlamento come un’insurrezione è invece l’85% del democratici, il 32% dei repubblicani e il 57% degli indipendenti.
Interessante è anche l’opinione in merito a quanto il fattore razziale abbia inciso sul diverso trattamento ricevuto dai supporter di Trump al momento dell’assalto al Congresso degli Stati Uniti. Il 54% degli americani sembra pensare che il fatto di essere prevalentemente bianchi abbia avuto un peso sul come sono stati gestiti i manifestanti. Andando più nello specifico, l’83% del Dem e il 52% degli indipendenti pensa che il fattore razziale abbia giocato un ruolo, mentre solo il 23% dei repubblicani è d’accordo con questa affermazione. Poi, fra quelli che ravvisano una differenza di trattamento, l’81% pensa che i rivoltosi del 6 gennaio sarebbero stati trattati peggio se invece fossero stati neri.


Dalle prime indagini però si sta delineando una realtà alquanto preoccupante, che va bel al di là delle preferenze etniche. C’è infatti il dubbio che i manifestanti entrati a Capitol Hill abbiano avuto degli appoggi all’interno del palazzo. La rappresentante Mikie Sherrill (D) ad esempio ha riferito agli investigatori di aver visto il giorno prima alcuni colleghi repubblicani accompagnare in una sorta di giro turistico alcune delle persone poi sono risultate fra gli assaltatori. La deputata ha raccontato di aver subito pensato che quella fosse una cosa strana perché a causa del Covid tutte le visite sono sospese ormai da tempo e nel complesso sono ammessi solo coloro che a diverso titolo ci devono lavorare.
Intanto, mentre le indagini vanno avanti, 20.000 uomini della Guardia Nazionale (circa 4 vote quelli ora in Iraq e Afganistan) presidiano la capitale americana che al contempo si riempie di recinti, barriere, check-point. Alcuni dicono che una situazione del genere forse non la si vedeva dai tempi della guerra civile, con soldati sparsi d’dappertutto, buttati a dormire sui pavimenti dei palazzi governativi usando gli zaini come cuscini e tenendo sempre a portata di mano il loro M4.

Guarda Nazionale a Washington – fonte CBS


Sono inoltre stati messi in allerta gli amministratori a livello locale perché si temono attacchi anche ai parlamenti dei singoli stati, alcuni dei quali hanno inviato una parte delle loro truppe della Guarda Nazionale a proprio a Washington. Il Pentagono ha anche avvisato la polizia, le forze armate di fare attenzione perché dagli arresti fin qui eseguiti emerge una certa disponibilità di armi fra gli insorti e c’è il dubbio che le milizie di estrema destra siano pure in grado di intercettare o comunque essere informate sui movimenti delle forze dell’ordine, aumentando così i rischi per queste ultime. Allo sforzo generale per garantire la sicurezza si è aggiunta ieri anche Airbnb annunciando di aver cancellato o bloccato tutte le prenotazioni dei prossimi giorni nell’area metropolitana di Washington D.C. Sembra infatti che questo portale per le prenotazioni abbia scoperto e bandito gli account di molte persone legate a gruppi dediti all’odio e ai fatti di Capitol Hill.

Guarda Nazionale a Washington – fonte CBS



Fonti: Reuters , CNN, Reuters – discussione alla House of Representatives, CBS 12/01/2021 13/01/2021, Washington Post, opensecrets.org

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