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CPO: “Sono passati decenni dalla legalizzazione dell’aborto ma le donne non sono ancora libere di decidere”

Sono passati molti anni dall’approvazione della legge 194 (22 maggio 1978) che sanciva legalmente l’interruzione volontaria di gravidanza. Fu un passo avanti enorme in una situazione precedentemente contraddistinta da pericolose pratiche abortive clandestine, in cui la morte della donna era un rischio considerevole e probabile, oggetto di speculazione economica e morale.
Fino al 1978 il Codice Rocco stabiliva che l’aborto fosse un reato: da allora ha resistito a numerosi attacchi e tentativi di abrogazione. Fu il risultato di una lunga battaglia che, purtroppo, non si è ancora conclusa, perché molti ospedali sono pieni di obiettori che si rifiutano di applicare una legge dello Stato.
I diritti delle donne sono in pericolo nel mondo e la recente cronaca mostra come il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza sia sotto attacco: basti pensare alla pronuncia della Corte costituzionale polacca che vieta l’aborto salvo in casi estremi, quali lo stupro o il pericolo di vita per la madre.
Nel nostro paese l’aborto non è più giuridicamente un reato ma abortire è ancora visto come una colpa e alla donna viene fatta scontare la pena di ciò che osa fare: decidere di se stessa e della propria vita.
L’interruzione di gravidanza non può più essere condannata come reato, una decisione per cui si colpisce la donna facendo passare l’aborto come un peccato. Come donne che si battono per le pari opportunità e contro ogni discriminazione di genere, ribadiamo la nostra ferma opposizione ad ogni campagna che voglia riportare indietro di 50 anni i diritti delle donne, negando loro  la competenza e la libertà di decidere  sulla propria gravidanza, facendole sentire colpevoli se rivendicano il diritto di gestirsi il corpo e la vita.  La legge 194 non obbliga nessuno a scelte non condivise, ma sancisce il sacrosanto diritto di ogni persona a decidere della propria vita.

La Commissione Pari opportunità 

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