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Miranese, commercio moda in rivolta. «Negozi già allestiti e merce pagata, ma impossibilitati a venderla»

«TUTTI APERTI, NOI NO: QUAL È LA RATIO?». ANCHE AMBULANTI KO

Dal Miranese il grido di marchi come Cappelletto, Barca, Corò, Kartika Confcommercio: «Stop senza senso, stessi rischi di altre attività aperte»

22.3.2021 – Miranese – Il grido adesso è dei negozi di abbigliamento e calzature, chiusi un’altra primavera, nel clou della stagione e proprio al momento di mettere mano al campionario. Ma questa volta, a differenza di un anno fa, soli a dover abbassare le serrande in un mare di deroghe che si traducono in aperture. A lanciare l’allarme è Confcommercio del Miranese, che in questa prima settimana in zona rossa ha raccolto i timori e l’amarezza dei titolari di boutique e operatori del settore moda sul territorio.

«Una situazione insostenibile – spiega il presidente di Confcommercio del Miranese, Ennio Gallo – perché coinvolge solamente quella parte di settore che, ad esempio, non ha un reparto bambini. Non se ne capisce davvero il senso. È assurdo che settori così importanti vengano fermati: è in gioco tutta la filiera produttiva, dove il commercio al dettaglio è solo l’ultimo anello. Si finisce per mettere in difficoltà il Made in Italy e proprio in un momento in cui le vendite di primavera solitamente decollano e si comincia già a pensare al campionario autunno-inverno».

«Sono coinvolti pochi negozi – fa notare la direttrice dell’associazione Tiziana Molinari – e proprio per questo i titolari si rivolgono a noi chiedendo perché molti punti vendita lavorino, semplicemente perché hanno prodotti diversi o una clientela particolare e a loro invece non sia concesso. Oggi si può acquistare di tutto: profumi, detersivi, fiori, ovviamente alimentari. Solo chi opera nella moda è penalizzato, pur avendo le stesse regole degli altri: è una chiusura che non ha motivo e penalizza pochi imprenditori senza ragione».

Serrande abbassate, capi primaverili invenduti nel clou della stagione, campionario in stand-by. E poi c’è il settore ambulante, più penalizzato tra i penalizzati: nei mercati infatti gli ultimi decreti hanno fatto piazza pulita di tutti i banchi non alimentari o non agricoli, in primis proprio quelli operanti nel settore abbigliamento e calzature. «La chiusura nei mercati riguarda anche tutte le attività che nel fisso posso rimanere aperte – continuano i vertici di Confcommercio – Che senso hanno allora queste differenze? Creano diseguaglianze tra imprenditori: in questo caso due terzi delle attività sono penalizzate».

Paolo Cappelletto, che ha un negozio di calzature in centro a Noale, oltre che a Castelfranco Veneto, si chiede quale sia il rischio nel tenere aperta una bottega di scarpe: «Qualcuno ha mai visto code o assembramenti in questi negozi? Entreranno in media 10 clienti l’ora. Ma soprattutto non capiamo il senso di chiuderci quando fuori lavorano tutti. Noi lo abbiamo sempre fatto e continuiamo a farlo in sicurezza, come tutti gli altri: qual è la differenza tra vendere scarpe o altri prodotti?». C’è poi la questione ordini: «Questo tipo di attività – spiega Cappelletto – vive sulla programmazione a medio termine: gli ordini di oggi sono stati programmati 8-10 mesi fa e la merce presa allora, oggi è in scaffale senza poter essere venduta: tra un mese sarà tardi. Tutti noi commercianti abbiamo costi di gestione più o meno simili, noi però perdiamo merce di mesi».

Da Scorzè, Maurizio Sabadin, titolare del negozio di abbigliamento Kartika e di un’agenzia di rappresentanza moda, quindi con una visione che va oltre il territorio, sottolinea ancor più l’aspetto stagionale, che mette a terra ogni speranza di ripresa in un periodo clou dell’anno come quello della primavera, legato al mondo degli eventi: «Per quanto riguarda l’abbigliamento, tanti negozi tradizionali in questi anni si sono specializzati sul settore wedding (cerimonie, eventi di gala…) dove vengono richieste esperienza, professionalità e importanti investimenti, sia di prodotto che di location. Chiudere per l’ennesima volta è inconcepibile soprattutto per le nostre realtà che non rientrano nella grande distribuzione e che da tempo si sono organizzate per dare un servizio su appuntamento, nel massimo rispetto delle regole».

In centro a Maerne, Lionello Corò, di Moda Corò, parla di protesta muta: «Perché nessuno sembra ascoltarci: a Natale abbiamo gridato, a Pasqua siamo di nuovo chiusi. Solo i clienti cominciano ad accorgersi della stranezza di una piazza tutta aperta, a parte chi tratta moda, calzature e parrucchieri. Non riusciamo a capire perché solo noi: siamo tra quelli che più avevano regole stringenti, come non far entrare più di 5 persone in negozio e le abbiamo sempre osservate, ma soprattutto non capiamo perché un capo uguale ai nostri possa essere acquistato in un negozio di articoli sportivi o addirittura al supermercato, che sono rimasti aperti. Solo noi diffondiamo il Covid?»

Nel caso dei negozi Barca, che da Scorzè si è allargato fino ad annoverare 20 punti vendita in tutta Italia, è in gioco anche lo sviluppo dell’azienda: «Stavamo rilanciando la nostra attività – spiegano i titolari, i fratelli Marco e Francesco Pellizzon – con l’apertura di due nuovi punti vendita a Roma e Rimini, oltre Milano e Bologna e ci hanno fermato sul più bello: con negozi già allestiti e merce pagata, ma impossibilitati a venderla. È paradossale che anche chi sta cercando di ripartire investendo, debba restare fermo. Restiamo fiduciosi che almeno dopo Pasqua si possa ripartire, anche nel piano dello sviluppo».

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