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Spinea, 5 anni di attesa per costruire il capannone (come ricovero attrezzi)

22 Marzo 2020 – In un periodo difficile come quello che stiamo vivendo, la storia dell’imprenditore Valerio Simionato ci lascia dell’amaro in bocca. Molte sono le aziende agricole che oggi risentono pesantemente della chiusura dei canali hotel-ristoranti-catering. Non ne parliamo del settore agrituristico che, con il nuovo lockdown e la chiusura dei locali nel periodo di Pasqua, si vede compromessa per il secondo anno la stagione più favorevole per le scampagnate e gite in campagna provocando un danno drammatico per il comparto.

Non fosse già sufficiente questa situazione di difficoltà, ci si mette anche la burocrazia a tarpare le ali dei giovani imprenditori, come nel caso di Valerio di Spinea che ha impiegato la bellezza di 5 anni per ottenere il permesso di costruzione di un capannone necessario per ricoverare attrezzi e trattori di nuova generazione.

“Ringrazio la Sindaca Vesnaver che ha messo fine a questo incubo” racconta il giovane imprenditore di 38 anni che nel 2016 ha diviso l’azienda con il padre per il desiderio di continuare l’attività agricola autonomamente. La lentezza dell’iter burocratico non si è limitato agli uffici di competenza della Regione per la verifica dei requisiti, ma anche negli uffici del Comune dove per costruire un annesso rustico sono servite ben due varianti urbanistiche.

“E’ corretto che le amministrazioni verifichino con cura il progetto in questione prima di dare il via libera, ma certe lungaggini sono diventate insostenibili”- “Ritengo – afferma Antonio Tessari segretario di Coldiretti per i territori di Mestre Mirano – che la tutela ambientale non venga attuata solo con il rispetto dei vincoli, ma anche grazie all’esistenza delle attività produttive, che mantengono vivo il territorio e ne curano la manutenzione per loro interesse e di conseguenza anche quello della collettività che in questo modo non paga le gravi conseguenze dell’abbandono delle terre”.

Assistiamo ad un cambiamento epocale che non accadeva dalla rivoluzione industriale, con il mestiere dell’agricoltore che non è più considerato l’ultima spiaggia di chi non ha un’istruzione e ha paura di aprirsi al mondo, ma è invece – precisa la Coldiretti – la nuova strada del futuro per le giovani generazioni istruite. Il risultato è che oggi in Italia 1 impresa su 10 condotta da giovani – continua la Coldiretti – svolge una attività rivolta all’agricoltura e allevamento per garantire la disponibilità di alimenti sani e di qualità alle famiglie italiane in un momento drammatico per l’economia e l’occupazione.

Dunque per investire in agricoltura che è un settore strategico per far ripartire il nostro Paese, ci rivolgiamo alle amministrazioni con una richiesta:  “Occorre sostenere il sogno imprenditoriale di una parte importante della nostra generazione che mai come adesso vuole investire il proprio futuro nelle campagne e per questo va liberata dal peso della burocrazia che impatta in maniera pesante sulle aziende togliendo l’entusiasmo di chi ha voglia e risorse da impiegare”.

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