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Romano e Camilli (Provincia unita): “si riesce a fare a cazzotti anche con le normali prassi amministrative”

I consiglieri provinciali di Provincia unita Paolo Romano e Fabio Camilli scrivono in una nota: “Soffia il caos nel centrodestra: non soltanto in regione o al comune dell’Aquila, ma anche alla provincia. Quando non c’è bagarre tra gruppi per le posizioni di potere, si riesce a fare a cazzotti anche con le normali prassi amministrative. L’ultima occasione è stata la scelta di convocare di venerdì santo il consiglio provinciale più importante dell’anno, quello sul Bilancio di Previsione 2021/2023, per il 7 di aprile, infischiandosene del tempo minimo richiesto per approfondire l’argomento e lasciando quale unica opportunità quella di votare a scatola chiusa, prassi che del resto è propria di chi, come loro, è abituato agli ordini di scuderia. Siccome per noi il confronto e la democrazia non sono sospesi, abbiamo deciso di abbandonare i lavori del consiglio odierno. Un segnale che deve essere un richiamo all’essere buoni amministratori nei tempi, nei modi e nel merito di quanto si approva. Oggi in provincia viene negato ai consiglieri il diritto di analizzare e approfondire per tempo le delibere e di svolgere nelle commissioni competenti un confronto quanto mai necessario, sulle scelte strategiche che la presidenza ha inteso inserire nell’atto programmatorio del Bilancio di previsione, vale a dire quegli investimenti che ricoprono un ruolo nevralgico per lo sviluppo e la prevenzione del territorio provinciale. Da circa un anno non si convocano più le commissioni. Il Covid non può diventare un alibi di chi è in affanno politico, ma deve trasformarsi in uno sprone a fare di più e meglio per la collettività. Invece si è votato l’ultimo bilancio di previsione dell’era Caruso senza quel cambio di passo che a questo punto del mandato avrebbe dovuto essere ben visibile, dalla viabilità dove c’è ancora molto da lavorare fino all’edilizia scolastica dove continuiamo a scontare ritardi incredibili, dall’assenza di strategia su buona parte del patrimonio provinciale da ricostruire, fino alla ritardata soluzione di euro-servizi. Di più, il ministero delle infrastrutture ha assegnato e trasferito alla provincia all’incirca 3,5 milioni di euro, rispettivamente per pavimentazione strade (2 mln), guardrail (1 mln) e i restanti per la segnaletica. Ebbene si sarebbe potuto e dovuto fare di più, mediante un’adeguata programmazione, specificando le priorità o i criteri di riparto delle stesse risorse, vale a dire un’analisi e una condivisione franca tra tutti i membri del consiglio provinciale. Si perde nuovamente l’opportunità di mostrare maturità, correttezza ed equilibrio, qualità che i cittadini vorrebbero avesse il vicino di casa, figurarsi un amministratore della cosa pubblica. Ancora. Lo stesso Ministero ha destinato 16 milioni di euro per il triennio 2021-23 per la manutenzione straordinaria di ponti e viadotti nella rete stradale di rispettiva competenza, su una  strategia ampia e sistemica per aumentare la sicurezza delle infrastrutture a beneficio di tutti gli utenti. Che cosa farà la provincia? L’unica sottolineatura che emerge a ben vedere del piano triennale, è una scelta politica delle nuove opere che saranno realizzate, dando contezza che esistono sindaci di serie A e sindaci di serie B, a seconda del colore o della vicinanza politica, così le rispettive strade di competenza. Viene ignorata la Variante di Villagrande di Tornimparte, opera da sempre al centro della nostra attenzione e recentemente richiesta dall’intera amministrazione comunale di Tornimparte, mentre ricompare il Ponte Rasarolo, nonostante l’impegno da noi richiesto lo scorso anno e mai mantenuto dai Consiglieri provinciali di centrodestra della Città dell’Aquila, di avviare un confronto con i tanti soggetti interessati per giungere ad una proposta condivisa. Spiace non aver colto l’occasione di decidere insieme, soprattutto nell’aquilano, gli interventi dei prossimi anni. L’avversario da battere è il Covid e le conseguenziali problematiche che su tutti i livelli ricadono sulle istituzioni e non le prassi democratiche“.

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