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TALENT DI AUTORI: Riccardo Fulcheris

Di Gordiano Lupi

Riccardo Fulcheris, nato a Piombino nel 1992, figlio d’arte (il padre Alessandro è uscito da poco con il giallo generazionale Il mistero del Falcone), l’ho conosciuto in occasione di Piombino in love, un’antologia edita per San Valentino 20202, che ha avuto la sfortuna di incappare in un periodo difficile, ma è stata letta e apprezzata. In tale occasione avevo chiesto ai singoli autori di scrivere un racconto o comporre una poesia a tematica sentimentale, tutto ambientato a Piombino. Ho scoperto, tra i tanti validi scrittori, un poeta popolare e sopraffino, conoscitore di letteratura, un cantautore che ama mettere in musica le proprie composizioni. Riccardo non è autodidatta in senso stretto, si sente da quel che scrive che conosce la letteratura, inoltre ha studiatopianoforte, chitarra, batteria e canto. Bravissimo nel comporre canzoni per chitarra e voce, ha pubblicato un libro di poesie intitolato Eroi e Martiri, adesso sta lavorando a una sorta di seconda parte del volume. Musicista, si esibisce in serate dal vivo, ha partecipato al salotto letterario di Edizioni Il Foglio, sulla pagina Facebook, recitando opere poetiche di sua composizione. Eroi e Martiri è un lavoro basato sulla considerazione che non tutte le storie hanno un lieto fine, sono poesie racconto alla Pavese, storie allegoriche che fanno riflettere sui vari aspetti dell’animo umano, poesie realistiche, d’amore, esistenziali, di critica sociale, in ogni caso sincere e vissute. Riccardo sostiene che la poesia si trova in ogni luogo, come i veri poeti sa bene come sia possibile fare lirica da ogni cosa, da ogni piccolo particolare che incontriamo sulla strada dell’esistenza. La sua opera è un viaggio psicologico all’interno dell’animo umano, ricco di metafore e di analogie, di significati e significanti che si alternato, di uomini sconfitti e malinconici che portano la loro testimonianza sulla vita e sull’amore. E siamo soltanto agli inizi, perché Riccardo Fulcheris è molto giovane e può affinare con l’esperienza le grandi potenzialità espressive. Vi propongo quattro poesie, la prima sentimentale (sulla caducità dell’amore), le altre metaforiche e ricche di significati, che partono da un personaggio (il pugile, il giullare) per indagare una determinata situazione di vita, oppure che sviscerano in profondità l’essenza della personalista umana.

Ti stancherai di me 

Verrà il giorno in cui il nulla
Ti strapperà via 
Non piangerai neppure
Ti limiterai semplicemente

A guardarmi con disprezzo
Ad insultare il presente
A confonderti con il silenzio
Come se il passato stesso

Fosse un lido lontano
Tra le onde e l’orizzonte
Offuscato e annebbiato
Da una nuvola di malinconia

Ti stancherai di me
Perché son solo un uomo
Con gli acciacchi e le pene
Di chi pur anelando

Alla perfezione sbaglia
Naufrago sulle tue labbra
Scriverò una poesia
La chiuderò in una bottiglia

E la immergerò nelle onde
Del tuo animo irrequieto
Nella speranza che un giorno
Tu la trovi piaggiata

Su quel lido lontano
Dove un tempo annegammo
In un eterno presente
Perdonami

Perché ti stancherai di me
Ma son solo un poeta
Alle prime armi dell’amore
Tra le braccia dell’inevitabile

È per questo che scrivo
Una malinconica poesia
Salperemo sulle lettere
Di una pagina sbiadita

E torneremo a quel lido
E rideremo ancora
E piangeremo ancora
Qui, dove l’idea di noi due
Rimbomba nell’eterno

Il Pugile

Incassava 
Perché le regole in fondo
Erano molto semplici

Nel sisma la stasi
Nel frastuono il silenzio 
Nella tempesta il sereno
Nel massacro la pace

Non schivava neppure
Porgeva l’altra guancia
Fissava il nemico
E respirava

Il giudice fermò l’incontro
Ma le regole erano integre
La giuria confermò
E l’incontro riprese
Non era una roccia
Non era una statua
Era solo un uomo
E in quanto uomo era debole

Il sapore dolciastro
Del sangue e della paura
Sgorgava dalle labbra
Del suo fragile animo

Smarrito nel turbine
Di una serie di montanti
Si dimenticò di se stesso
E cedette su un fianco

Ormai prossimo a soccombere
Senza mai aver colpito
Pianse lacrime di sangue
La sua frammentata identità

“Ricorda le regole!”
Gridò l’allenatore
Una luce si accese
Nel suo sguardo disperato

Perché le regole erano semplici
E sempre le stesse
Che sia un montante o una parola
Che sia un ring o la vita

Si rialzava il guerriero
Dalle profondità della bugia
Ancorato saldamente
All’unica cosa reale

Incassava e respirava
Corrazzato di realtà
Senza neanche rispondere
Senza neanche schivare

Barcollava il nemico
Dopo ore di combattimento
Ansimava e vacillava 
Sfiancato dall’impassibilità

“Hai finito?” Sussurrò 
Costellato di ematomi
Imperturbabile e quieto
Con la pace nel cuore

Non lo attaccò neppure
Ma le regole erano semplici
E sempre le stesse
Bastò una carezza

Alza al cielo il trofeo 
L’eroe della resilienza
Risorto dal baratro
E catapultato nella leggenda

Perché le regole sono semplici
E sempre le stesse
Che sia un montante o una parola
Che sia un ring o la vita
Vince chi resta in piedi

La personalità multipla

“Io”
Sulle ali del significante
Volava via il significato
Il riflesso si contorceva
In un punto interrogativo
Una vita intera
Circondata dal grano
Qualche casa sull’incrocio
Un’antica chiesina
Viaggiava da sempre
Nuotava nelle iridi
Sguazzava nell’empatia
Si nutriva delle emozioni altrui
Gli veniva naturale
Assimilava e riproduceva
Masticava e deglutiva
Personalità
Ma l’attitudine al plagio
Se inizialmente riempie
Le lacune incolmabili
Del desiderio di desiderio
Alla lunga disgrega
Disintegra l’identità
Disperdendo il prototipo primo
Nella sabbia dei riflessi
Si osservava il viaggiatore
Rifletteva il riproduttore
“Chi son io se non gli altri?”
“Chi son gli altri se non io?”
Sulle ali del dramma
Nella piazza degli specchi
Su quell’incrocio di campagna
Nacque la libertà
Libertà di esser due
E poi tre e poi quattro
Dalla voragine sgorgavano
Le identità
Una spugna nella tempesta
Un camaleonte nell’arcobaleno
Nel tramonto delle inibizioni
Nacque l’uomo vivo
Ma nella città dei morti
L’uomo vivo è cacciato
La vita stessa è soppressa
La domanda è temuta
Uscì infine da quell’incrocio
Per ricongiungersi a loro
Gli uomini cacciati
Gli uomini troppo vivi
È chiuso in bagno da un’ora
L’infermiera è preoccupata
Ma lo specchio lo fissa
La domanda rimbomba
“Chi son io se non gli altri?
Chi son gli altri
Se non io?”

Il Giullare

Piangeva
Perché verrà il giorno
In cui tutto sarà niente
In cui niente sarà tutto
Ma se l’onda si riduce
A microscopici istanti
Ripetuti all’infinito
Destinata comunque
Ad infrangersi miseramente
Sulla spiaggia dell’ilarità
Allora quel microbo
È talmente insignificante
Da essere ridicolo
E allora piangeva
Smarrito nel limbo
Di un eternità inconsistente
Così scelse di vivere
Tra le lacrime e i sospiri
Dall’inizio alla fine
Ma quei sospiri
Erano talmente autentici
Da muovere al pianto
Non era il contenuto
Delle brevissime barzellette
A contagiare le masse
Ma quel verso distorto
Che seguiva ogni volta
La battuta finale
Piangeva la taverna
Piangeva la piazza
E piangeva anche lui
Con quell’osceno singhiozzo
Conquistò velocemente
Ogni contea del reame
La Regina lo ascoltava
Impassibile 
Imperturbabile
La barzelletta era stupida
Ma quel suono scomposto
Conquistò anche lei
Tra le grazie del Re
Siede adesso il cantore
Che fece piangere il mondo
Perché se l’intera esistenza
Non è che uno stupido scherzo
Allora non resta che piangere
Ed il reame piangeva
Ed il mondo intero piangeva

Ma dal ridere

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