« Torna indietro

TALENT DI AUTORI – Francesca Ghiribelli

Di Gordiano Lupi

Francesca Ghiribelli è una scrittrice piombinese che conosco da tempo, ma con Il Foglio Letterario sono riuscito a pubblicare soltanto un suo intenso racconto nella raccolta Piombino in love. Pur essendo un’autrice giovane, ha fatto incetta di premi a livello nazionale, inoltre è una brava giornalista (collaborava a Costa Etrusca), critica di poesia e narrativa, divulgatrice di talenti e animatrice culturale. Prestigioso il riconoscimento artistico ottenuto in tempi recenti: ilVincenzo Crocitti International 2020, fondato dall’attoreFrancesco Fiumarella (che ha interpretato molte poesie della nostra autrice) per  incentivare artisti emergenti e celebrare autori di successo. La giovane poetessa ha pure ottenuto da Silvano Bortolazzi il titolo di Scudiero e Guardiano dell’Unione Mondiale dei Poeti, per l’impegno nella letteratura e per la valorizzazione degli scrittori emergenti. Coltiva la passione per la poesia e per la scrittura, pure se di professione è ragioniera programmatrice, proprio come Montale (che era soltanto ragioniere, ai suoi tempi di computer non se ne parlava). Francesca gestisce un blog letterario, dove pubblica le sue opere, recensisce i libri letti, si  dedica a scoprire nuovi autori. Poesie e racconti di Francesca sono stati pubblicati in antologie cartacee e in formato e-book; collabora con varie case editrici e con la rivista letteraria La Ballata, diretta da Giuliana Matthieu; un suo romanzo fantasy (Kelp-Il mare nasconde un segreto) è stato finalista a due concorsi indetti da Giunti e da FaziEditore. L’autrice ha ricevuto l’attestato di ambasciatrice per la pace e i diritti umani per la poesia e la letteratura dal World Literary Forum for Peace and Human Rights.Ha pubblicato Un’altalena di emozioni (Bancarella Editrice, 2009), Cuore zingaro Amore a prima vista Vol. I (Il seme bianco, 2017), Twins Obsession – Il diario di una gemella ossessione (Pubme edizioni, 2019), Gotica Chimera (poesia gotica) (Tulipani edizioni, 2020). 

I suoi siti sono http://francescaghiribelli.blogspot.com/ e https://langolodellemuseservizieditoriali.blogspot.com/

Ho deciso di presentare Francesca Ghiribelli come autrice di tre brevi testi – due poesie e un breve racconto – uniti dal filo conduttore dell’impegno sociale e del sentimento, elementi che sono un tratto distintivo della sua poetica. Francesca non poteva evitare di occuparsi di quel Coronavirus che tanto ha cambiato le nostre esistenze per dare un’interpretazione poetica di un problema non soltanto sanitario ma anche sociale eculturale. Non troverete nelle sue parole la retorica dei commentatori televisivi e di certi giornalisti, ma una lirica musicale e intensa che analizza con spirito ottimistico e fiducia nel futuro gli effetti del virus nella società contemporanea. Le altre brevi opere, invece, sono scritte all’insegna dell’amore, un sentimento senza barriere né costrizioni, capace di superare ogni difficoltà, perché bisogna essere capaci di amare sempre, anche nel momento del rimpianto, pure quando un corpo non voluto diventa un ostacolo da superare. Francesca Ghiribelli è poetessa matura e consapevole, mantiene il suo grande senso lirico – musicale anche quando si dedica alla narrativa, raccontando storie mai fini a se stesse, sempre caratterizzate da un contenuto morale e sociale. Vi lascio alla lettura. (Gordiano Lupi)

Coronavirus

Maledetta sterpaglia

ti insinui fra anima e cuore,

soffochi i polmoni,

causi atroce dolore,

ti porti via la vita,

l’amore delle persone.

Sei macigno nell’esistenza di un giorno,

sei veleno negli anni del mondo. 

Atroce condanna di un universo disperso

fai annegare ogni spiraglio di luce 

in infinito mare aperto. 

Un antidoto, però si schiude all’orizzonte

e ancora una volta la morte

rinascerà in vita 

scalando un’estenuante salita.

Virus, non sarai più finalmente corona,

ma polvere spazzata via

in mezzo alla strada.

Chi ha perso tutto e tutti

si aggrappa alla sola speranza

che le mani possano tornare a stringersi

e non soltanto a guardarsi,

che i respiri possano ancora unirsi 

in un bacio quasi dimenticato,

che una carezza possa nuovamente 

far sorgere il sole nel sorriso di un bambino,

nell’abbraccio di un nonno 

davanti al tepore di un camino.

Spietato nemico 

esalerai l’ultimo respiro 

abbandonato al tuo destino,

mentre l’umanità griderà felice 

tra sollievo e pianto

fino a che tutto il mondo 

sarà sano e salvo. 

E… ti voglio amare

Ti voglio amare

sul filo incompreso dei miei giorni,
nell’acqua silente dei miei pensieri,
nel sole di oggi,
nel tramonto di ieri.

Ti voglio amare
nel battito della rugiada 
fattasi lacrima,
nel docile palpito di cuore
che non mi abbandona,
nel sogno mai scritto
di un’arpa che suona.

Ti voglio amare
nell’ombra di un rimpianto,
nella luce di uno sguardo
che si inebria dell’altro.

E ti voglio amare
nell’assordante silenzio della sera,
quando so che alla fine 
una rondine non fa primavera.

E ti voglio amare
dell’incanto di una leggenda,
quella storia che si narra
fra cielo e terra,
nell’oasi di un paradiso,
dove toccherò l’infinito con un dito.

E … ti voglio amare
nel bacio rubato,
con cui il vento 
accarezza il prato;
e ti voglio amare
negli occhi del mare
in modo da far parlare 
il cuore
che non trova le parole.

E ti voglio amare
nel fruscio di un respiro,
quando un attimo sfiora
l’eterna bellezza 
dell’aurora.

Io non sono mai nato

Mi alzo e mi guardo riflesso, mentre la verità mi attanaglia e danza intorno a me come un corpo di ballo intento a raffigurare la morte del cigno. Non so se il cigno sono io, so soltanto che qualcosa è morto dentro me da tanto tempo. Forse troppo. Mi riparo nelle mie minuscole ali di anatroccolo per difendermi da me stesso. Per proteggermi dalla grande bugia che rappresento agli occhi degli altri, perché solo ieri ho compreso, quanto il mio essere me stesso non sia gradito. Neanche l’amara finzione di ogni sorriso, che faccio nascere su queste labbra, ormai aride di mondo, riesce a rendermi amabile dal nudo verme, che alberga nell’egoismo di ogni essere abitante questa terra. Sono nato uomo, ma mi sento donna, e mi costa molto solo ammetterlo, perché tutti mi hanno sempre costretto a vedermi per quello che sono. Ma quello che sono, non sono più io, o meglio non lo sono mai stato. 

Mi chiamo Abramo, ma vorrei chiamarmi Ambra. Mi hanno affibbiato un nome importante dal vasto significato religioso, ma io con la mia dubbia identità interiore rendo anch’esso sacrilego e blasfemo. Nei miei sogni vestiti dalle piume nere di un incubo, immagino ogni istante di poter avere lunghi capelli scuri sulle spalle, lisci come la seta, possedere sensuali labbra e intingere il loro contorno di un rosso vermiglio. Quello del mio peccato. E non so quale enorme peccato rappresenti voler rinascere donna dal mio corpo maschile ed essere amata incondizionatamente da un uomo. Vorrei che le mie rozze membra fossero esili giunchi pronti a fiorire a primavera, quella primavera che aspetto da troppo tempo e che per me rimane soltanto un perenne inverno. La mia virilità potesse tramutarsi in una magica amaca creata per cullare la fertile dolcezza di un sogno. Quello di diventare donna in tutti i sensi: amica, compagna, moglie, amante e madre. E ciò che mi spinge a non mostrarmi per quello che veramente sento e vorrei essere, è la certezza che tutto questo un giorno non potrà mai accadere realmente. Resterò Abramo per sempre, un Abramo che non avrà mai la sua Sara, ma il mio caso rappresenta il contrario. Sì, perché io non sono Abramo, io mi sento un’Ambra che vorrebbe essere Sara per incontrare e amare il suo Abramo per sempre. Gesticolo di fronte al mio volto scarno, assonnato e impietrito, mentre vane speranze tentano di scrivere il racconto di una vita, che non potrò mai vivere alla luce del sole. Credo di non averne mai scorto neanche i raggi, perché mi sono costantemente rifugiato nell’ombra di un tunnel senza fine. Ora, in questo preciso istante, mi piacerebbe potermi vestire con l’abito più sexy che esiste per mettermi a ballare a piedi nudi sul pavimento. Ma non vorrei farlo semplicemente qui da solo, perché ambisco a lasciarmi andare di fronte a tutti, al mondo intero. Farlo da sola, senza castighi interiori o nessun ghigno maligno da parte dell’ipocrisia della gente. Ce l’ho fatta, l’ho detto! Sì, da sola, quella acosì femminile e sinuosa che rettifica per un momento la mia vera natura.

Quante volte, solamente quando sono immerso nel silenzio di casa, mi affaccio dalla finestra, quasi di soppiatto, con la paura che qualcuno mi guardi. Sì, che spii dentro casa mia, poi prendo qualche abito della mamma e lo provo senza sgualcirlo. Per fortuna il mio fisico è longilineo e snello, quindi credo non se ne sia mai accorta, spero soltanto che non resti traccia del mio deodorante maschile. Anche se ora ho quasi smesso di usarlo, visto che di nascosto imprimo la mia pelle e i miei maglioni del dolce profumo di mia madre. Mi auguro prima o poi non si accorga che adesso finisce più in fretta, altrimenti mi dovrò negare perfino questo piccolo piacere. Sogno anche di indossare una parrucca e di truccarmi leggermente gli occhi, ammirare le ciglia allungate di mascara e il contorno delle azzurre iridi ravvivato da quella elegante linea nera di kajal. Ma sono tuttora nudo davanti allo specchio del comò, la mia immagine da misero bruco, viene riflessa dalla mia mente come una piacente ragazza di trent’anni, quasi come una colorata farfalla che vorrebbe indossare una minigonna e un paio di stivaletti con il tacco a spillo. Mi vedo finalmente per come sono, senza che per un istante ricompaia il fantasma di quel ragazzo che sta per diventare uomo. Mi chiedo cosa possa cambiare per mia madre avere una figlia al posto di un figlio! Chissà, forse avrebbe sempre voluto avere una femmina, ma io sono tutta un’altra cosa. Sono un essere inclassificabile per natura e genere, ma sono io e questo rimarrò per il resto della mia esistenza. Non serve a niente cambiare se stessi. Sì, una volta per tutte ho capito che nella vita non andrai mai bene a nessuno: né per come sei, né per come vorresti essere. Tanto vale far felici se stessi e riuscire ad accettare di aver deluso gli altri, a volte anche le persone a cui tieni di più. Così, per una volta decido di metterlo per iscritto, lo faccio almeno per la mia dignità e per il mio amor proprio.

Mi chiamo Ambra, ho trent’anni, e sono semplicemente una donna. Perché sentirsi qualcuno è come esserlo e io lo sarò per sempre. Se rinnegherò Abramo, riuscirò a far sopravvivere Ambra. Cancellando l’uno potrò diventare finalmente l’altra. Mi affanno per farmi gradire agli altri, ma nella vita niente è quello che sembra e io non sono quello che sembro. Vorrei gridarlo ai quattro venti, ma per ora mi accontento di poterlo scrivere qui senza vergognarmi di me stessa. Credo che poter dire “me stessa” al femminile, sia il raggiungimento di un sogno. Quanti in passato nella storia hanno combattuto per difendere i propri ideali e la propria sessualità? Ora, non esistono più dittature o leggi che mi impediscono di essere ciò che sono, ma alla fine l’unico vero problema sono io. Sono io l’unica barriera che mi pongo, e soltanto io posso abbatterla. Unicamente l’amore per me stessa mi darà il coraggio di donare amore agli altri. Ciò che mi ferma è l’asprezza della delusione che leggo ogni volta nel mondo. Un universo che mi vuole per forza uomo e non donna. Ma per me una donna è tutto, è anche il coraggio degli uomini. È l’arcobaleno dopo la tempesta, ma anche la tempesta perfetta. Assomiglio a mia madre, ma non vorrei soltanto assomigliarle. Vorrei essere come lei, senza barba e senza il mio pronunciato pomo d’Adamo. Sono solo il suo più grande rimpianto, mentre darei qualsiasi cosa per diventare il suo unico motivo d’orgoglio. Per essere quel fragile filo d’erba che si trasforma in rigoglioso fiore capace di raccontare la storia di un uomo che avrebbe voluto semplicemente nascere aria, invece che vento. Io, Abramo, non sono mai nato. Dentro me sarò sempre e soltanto il sogno vestito da un’anima dorata chiamata Ambra.

x