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La crisi del gioco e lo spettro dell’illegale: come rischia la filiera legale?

Uno dei settori che più hanno accusato gli effetti della pandemia è quello del gioco d’azzardo legale. Più di 300 giorni di chiusura tra 2020 e 2021 per il settore terrestre, il che significa aver perso praticamente un anno. Una situazione che ha piegato aziende e lavoratori, ormai prossimi al KO, come conferma un articolo pubblicato da Gaming Report. Inoltre le chiusure hanno dato ossigeno al gioco illegale contribuendo allo svuotamento del settore pubblico.

Stando al Rapporto sulla competitività dei settori produttivi pubblicato dall’Istat, il 53% delle attività legate a scommesse e lotterie è a rischio operativo. Inoltre la LBS, la Luiss Business School, in collaborazione con Ipsos, ha effettuato una ricerca per analizzare le evoluzioni del mondo del gioco legale. Se n’è fatto portavoce Raffaele Oriani, docente di finanza aziendale dell’ateneo romano. Che non ha affatto dubbi: obiettivo dello studio è fotografare la filiera del gioco regolamentato, che non si ferma al solo mondo dei concessionari e che comprende al suo interno fornitori di tecnologia e servizi ai distributori. Oriani stesso ha voluto poi focalizzare l’attenzione sul legame gioco legale-illegale, per capire quali siano effettivamente i risultati dopo la riduzione del primo a seguito del lockdown e quanto alta sia diventata la domanda di canali illeciti. Ed è ovvio che i primi dati siano evidenti: il gioco illegale, un business da 20 miliardi in Italia, ha vissuto una crescita nel periodo del lockdown.

Hanno frequentato, spesso inconsapevolmente, i casinò online non autorizzati circa 4 milioni di giocatori. In un settore, quello illegale, che impiega circa 100mila persone, un numero nettamente superiore ai lavoratori del mondo legale. Questi numeri risultano essere “mascherati” dal ricorso alla Cassa Integrazione e dallo stop dei licenziamenti. Il rischio occupazionale c’è ed è concreto, per i dipendenti dei concessionari e per tutta la rete distributiva, dalle ricevitorie ai punti vendita.

La Luiss ha dedicato un’altra parte della ricerca agli investimenti in ricerca e innovazione delle aziende del gioco. Quanto è emerso dalle stime dell’Istat fa capire che le imprese con oltre 10 addetti ad aver investito nelle tecnologie digitali sono pari al 63%. Dati che confermano quanto prodotti di gioco abbiano un contenuto tecnologico elevato e in continua evoluzione. Lo sviluppo di tecnologie digitali, con collaborazione dei fornitori, è perenne. Si tratta di un settore industriale a tutti gli effetti, che va protetto e tutelato.

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