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Università bandita

Università bandita: il caso che turba e impone il silenzio

Si fatica a respirare. Come se improvvisamente la stanza dove ci si trova fosse stata improvvisamente invasa da fumo denso, nero. Vorace.

E’ la sensazione che ci trasmette quel che sta suscitando il caso “Università bandita”, così come è stata definita dalla Procura di Catania nel nome dato all’inchiesta che sta imbarazzando, turbando, l’Ateneo etneo. E non solo.

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E’ quel che ci trasmette l’esperienza diretta.

Succede che dopo la diffusione dei dettagli del secondo troncone dell’inchiesta, considerati anche i nomi degli imputati, decidiamo di provare ad analizzare la clamorosa vicenda con chi è accusato dalla Procura di reati pesanti sia per quanto riguarda l’aspetto meramente penale sia per l’immagine, per quel che rappresenta.

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Insomma, chiediamo a Enzo Bianco la disponibilità per una intervista. Ci risponde con un entusiastico “Certo”, che non perde vigore quando gli specifichiamo “Vorremmo che dicesse la sua sul caso Università bandita”. Massima trasparenza. Nessun tentativo di agguato mediatico.

L’appuntamento è confermato anche il giorno seguente alla richiesta dell’intervista, che fissiamo per l’indomani. Così ci presentiamo puntuali, veniamo accolti cordialmente, prepariamo l’occorrente per realizzare l’intervista video, Bianco collabora nella ricerca della luce adeguata, microfono agganciato all’elegante cravatta e…

E un istante prima della domanda iniziale ci chiede nuovamente l’argomento che tratteremo: “Università bandita, così come abbiamo concordato”.

Bianco cade dalle nuvole. Afferma che non avevamo specificato il tema dell’intervista e si scusa, perché se lo avesse saputo avrebbe declinato l’invito. Gli facciamo notare che sapeva di cosa avremmo dovuto parlare e ammette di non averci fatto caso, distratto dagli innumerevoli impegni. Inutile insistere: “L’avvocato mi ha raccomandato di non rilasciare dichiarazioni sull’argomento, a parte quella già diffusa sulla piena fiducia nella magistratura. Altro non posso aggiungere, né commentare. Mi dispiace per l’equivoco, soprattutto con voi che stimo per serietà e correttezza”.

Fine.

Proviamo ad analizzare la vicenda con una delle anime dell’Ateneo, con una delle voci mai banali, con Enrico Iachello, professore ordinario di Storia Moderna, uno dei docenti più stimati, con lo sguardo sempre vigile anche su quel che accade nella società catanese, attivo sui social, dove condivide riflessioni, opinioni.

Chiediamo la disponibilità, specifichiamo di cosa si tratta e concordiamo l’appuntamento per l’intervista. Il giorno prima dell’incontro, però, ci fa sapere che “Ho riflettuto sulla sua intervista. Ritengo che non sia opportuno il momento per rilasciare l’intervista che lei mi ha gentilmente proposto. Conviene rinviare ad altro periodo” e aggiunge che, però, il caso non lo lascia indifferente, tant’è che sta studiandolo e potrebbe scaturirne un progetto.

Ecco, quindi, dei retroscena che raccontano reazioni legittime, umane, a una inchiesta che è molto di più di un procedimento giudiziario; che più di altre investe, coinvolge, non solo chi è accusato, ma pure chi non lo è e il tessuto sociale dov’è radicata.

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