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Aldo Marturano, segretario generale Cgil Padova: «Inqualificabili le parole di Fabio Franceschi, che non ha imparato nulla dai fatti gravissimi avvenuti in Grafica Veneta»

comunicato stampa

Alcuni cittadini pachistani che, dipendenti di una ditta in appalto, operavano per Grafica Veneta sono stati trovati legati e feriti ai bordi di una strada provinciale. Da lì è partita un’inchiesta della magistratura che ha rivelato un gravissimo fenomeno di caporalato, di violenza e di schiavismo. Quei lavoratori non solo subivano angherie da chi li ricattava fino al punto di privarli della libertà, ma si vedevano privati dei più elementari diritti anche dentro i locali dell’azienda di Trebaseleghe, dove svolgevano le loro mansioni.


Il titolare di un’impresa leader del mercato dell’editoria a livello nazionale e internazionale, che ha visto due dei suoi più importanti collaboratori prima subire severe misure cautelari e poi chiedere il patteggiamento sulle accuse avanzate dalla procura di Padova, dovrebbe innanzitutto scusarsi: nella migliore delle ipotesi, per omessa vigilanza sulla qualità e serietà delle ditte in appalto e a proposito di quanto accadeva nella sua stessa impresa; nella peggiore, per aver fatto prevalere il profitto sulla legalità e sulla dignità delle persone. E dopo essersi scusato, tentare di rimediare all’enormità di quanto accaduto dando un’opportunità di riscatto alle vittime di reati odiosi.
Fabio Franceschi non sta facendo nulla di tutto questo. Peggio, ha assunto – in un’intervista a “la Stampa” – posizioni auto assolutorie in palese contraddizione con l’atteggiamento processuale e ha pronunciato parole indegne per un importante protagonista del sistema economico di un paese civile, ma anche per un semplice cittadino di una Repubblica democratica.


Per lui, vittime e carnefici sono sullo stesso piano. Non ci sono schiavisti e schiavi, né caporali e lavoratori sfruttati, ma pachistani che “si sono bastonati tra di loro”.E per evitare che riaccada, la sua ricetta è la discriminazione nelle assunzioni di chi non è “autoctono”, di chi è “straniero”.
Ma queste sono solo due perle, tra le tante oscenità che ha pronunciato: tra una minimizzazione delle lesioni che sono state commesse ai danni delle persone, la colpa di chi era vestito “come uno zingaro”, e giudizi igienici ed estetici verso chi, secondo lui, non contempla nella sua cultura “bellezza e pulizia”.


La prima domanda che sorge spontanea è se abbia mai sfogliato qualcuna delle opere che pubblica o se per lui stampare libri o produrre qualunque altro bene, sia la stessa cosa.
C’è poi da chiedersi se il mondo della cultura, non solo italiana, abbia qualcosa da eccepire su questo atteggiamento. Perché un simile comportamento non può essere un problema solo per il sindacato, ma dovrebbe interrogare e inquietare l’intera società.


Come sindacato, innanzitutto valuteremo quali sono le vie legali da intraprendere per chiedere conto di affermazioni che buttano sale sulle ferite di chi ha subito sulla propria pelle crimini intollerabili. E in secondo luogo, non lasceremo nulla di intentato per far valere fino in fondo i diritti di persone che hanno come unica colpa quella di essere in un tale stato di necessità da cadere facili prede di personaggi senza scrupoli”. 

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