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Biden

Biden e il dossier che imbarazza: “La mia memoria è a posto”

Pubblicato il 9 Febbraio, 2024

“La mia memoria è a posto: guardate quello che ho fatto da quando sono presidente degli Stati Uniti”.

Lo ha detto Joe Biden alla Casa Bianca, rispondendo a una domanda della Fox.

“Non ho mai diffuso informazioni classificate”, ha poi affermato a proposito dell’indagine sulla gestione delle carte segrete quando era vicepresidente.

“Avrei dovuto prestare più attenzione a come quei documenti venivano gestiti”, ha ammesso Biden, ribadendo di non aver “infranto la legge”.

“Il procuratore speciale ha concluso che io non ho commesso nessun crimine con le carte classificate. Non solo: io ho collaborato con la giustizia, deponendo per cinque ore in due giorni, l’8 e il 9 ottobre, all’indomani dell’attacco di Hamas contro Israele, quindi nel bel mezzo di una crisi internazionale”, ha sottolineato Biden.

“Trump al contrario ha mentito e non ha collaborato”, ha aggiunto il presidente Usa.

Joe Biden conservò e divulgò volontariamente materiali altamente classificati quando era un privato cittadino, inclusi documenti sulla politica militare ed estera in Afghanistan e altre questioni sensibili di sicurezza nazionale, ma non va incriminato perché sarebbe difficile convincere una giuria a condannarlo: è la conclusione del rapporto del procuratore speciale Robert Hur, che tuttavia critica aspramente la gestione dei documenti da parte del presidente mettendolo fortemente in imbarazzo e dipingendolo come un uomo anziano con poca memoria.

Se il leader dem può tirare un sospiro di sollievo sul piano giudiziario, su quello politico-elettorale subisce un doppio smacco. Il primo è che non potrà più vantare quella esperienza e competenza che ha messo al centro anche della sua campagna per la rielezione alla Casa Bianca.

Il secondo è che difficilmente potra’ attaccare il suo rivale Donald Trump nel procedimento per le carte classificate di Mar-a-Lago, creando una sorta di equivalenza di fronte all’opinione pubblica, anche se il tycoon non solo non e’ stato collaborativo con gli inquirenti ma ha tentato di inquinare le prove. L’inchiesta su Biden era stata avviata dopo che l’Fbi aveva scoperto alla fine del 2022 documenti top secret nel suo garage di casa a Wilmington e in un ufficio privato di un think tank di Washington. Il presidente ha offerto pieno sostegno all’indagine e si è fatto interrogare, ma dall’inchiesta sono emerse molte circostanze allarmanti.

Innanzitutto la scarsa sicurezza con cui erano custoditi i documenti che avrebbero dovuto essere consegnati agli Archivi nazionali: alcune carte segrete sull’Afghanistan (tra cui quelle che provano la sua opposizione all’aumento delle truppe deciso da Obama) erano conservati in una scatola di cartone usurata nel suo garage, insieme ad una scala e un cesto di vimini, come mostrano alcune foto che probabilmente diventeranno virali sui social, soprattutto tra gli attivisti di destra. I suoi notebook contenenti informazioni riservate erano tenuti in cassetti aperti a casa. Biden era noto inoltre per rimuovere e conservare materiale riservato dai suoi briefing book per un uso futuro, e il suo staff talvolta non riusciva a recuperarlo, si legge nel rapporto.

“E non esisteva alcuna procedura per rintracciare parte del materiale riservato che Biden aveva ricevuto al di fuori dei suoi briefing book”, scrive Hur. Biden non avrebbe potuto essere perseguito come presidente in carica, ma nel suo rapporto il procuratore speciale afferma che non avrebbe comunque raccomandato accuse contro di lui per varie ragioni.

Tra queste il fatto che come vicepresidente, e durante la sua successiva presidenza quando furono trovate le carte sull’ Afghanistan, “aveva l’autorità di conservare documenti riservati a casa sua”. Ma anche il fatto che una giuria potrebbe pensare che li avesse dimenticati in una casa presa in affitto in Virginia e quindi non trattenuti volontariamente. Oltre al fatto che in un processo Biden probabilmente si sarebbe presentato alla giuria “come un uomo anziano empatico, ben intenzionato e con una scarsa memoria”, come emerso sia con l’autore della sua biografia sia nella deposizione davanti agli investigatori. Commentando la memoria del presidente, Hur afferma che “sembrava avere limiti significativi” nelle testimonianze. In una “non ricordava quando era vicepresidente, dimenticandosi quando era terminato il suo mandato”, in un altra quando era iniziato.

Inoltre “non ricordava, nemmeno dopo diversi anni, quando morì suo figlio Beau”. Il rapporto aggiunge che “la sua memoria appariva confusa nel descrivere il dibattito sull’Afghanistan che un tempo era stato così importante per lui. Tra le altre cose, ha erroneamente affermato di ‘avere avuto una reale divergenza’ di opinioni con il generale Karl Eikenberry, quando, in realtà, Eikenberry era un alleato che Biden ha citato con approvazione nel suo promemoria della festa Ringraziamento al presidente Obama”. Biden si e’ “rallegrato” che l’indagine si sia conclusa senza accuse, ha ricordato la sua piena collaborazione – anche con due deposizioni subito dopo l’attacco di Hamas in Israele – e ha ribadito di aver sempre “lavorato per proteggere la sicurezza dell’America”.

Ma il suo team legale ha già chiesto che Hur corregga i suoi commenti sulla memoria del presidente, “che non pensiamo siano accurati o appropriati”. Trump nel frattempo e’ gia’ passato all’attacco: “Questo caso ha dimostrato che il sistema giudiziario ha un doppio standard e i processi contro di me sono selettivi e incostituzionali!. Il caso di Biden è 100 volte diverso e più grave del mio”. Subito dopo gli ha fato eco lo speaker della Camera e stretto alleato del tycoon, Mike Johnson: “Un uomo così incapace che non può essere incriminato per aver mal custodito le carte è certamente inadatto allo Studio Ovale”.

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