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Giornata Internazionale per le persone con disabilità: il ruolo fondamentale del linguaggio, le parole che non dovremmo usare

La ricerca di un “codice di accesso” nella comunicazione con i figli autistici 

Sandi: «Il ruolo dello psicologo, una risorsa per ridare dignità alla persona con disabilità anche attraverso il linguaggio»

3.12.2021 – Oggi 3 dicembre si celebra la Giornata Internazionale per le Persone con Disabilità proclamata dall’ONU nel 1981 con l’obiettivo di promuoverne i diritti e il benessere. L’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto in questa giornata pone una riflessione e l’attenzione sul tema della disabilità nella comunicazione, sul linguaggio da usare e su come vengono presentate dai media le persone con disabilità.

La genitorialità, talvolta complessa, sarà il tema della quarta e ultima puntata della web serie «Genitori (IM)perfetti»“Mamma e Papà “Fuoriclasse”: il diritto di non farcela», un progetto ideato dall’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto in collaborazione con il noto blog MdM. La puntata sarà trasmessa oggi venerdì 3 dicembre in diretta sulla pagina Facebook e sul canale YouTube dell’Ordine dalle ore 21 alle 22.

La disabilità non è qualcosa di intrinseco della persona, si crea quando il soggetto entra in un mondo di barriere, quando non riesce più ad accedere ai servizi all’interno della società. Qui nasce quella distanza che non si riesce a colmare. Qui c’è la disabilità.

«Lo/la psicologo/a può svolgere un ruolo importante – spiega Federica Sandi – Segretario e Consigliera dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto -, può essere una risorsa per ridare dignità alla persona con disabilità anche attraverso il linguaggio, la cultura dell’espressione, abbandonando vecchi modelli medici, assistenzialistici quali: “affetto da”, “malato di”,  ritardato, invalido, affetto o portatore di disabilità,  il termine disabile usato come sostantivo, diversamente abile o handicappato. Un’espressione fortemente disapprovata dalle associazioni di persone con disabilità è “costretto sulla sedia a rotelle”, in quanto, per loro la carrozzina non rappresenta nessuna costrizione, anzi è un mezzo di libertà, di autonomia per chi non ha mai camminato o non può più camminare.

Esistono invece altre espressioni, i “termini rispettosi” che mettono la persona prima di tutto: “persona/ragazzo/bambino con disabilità” o “persona disabile” per abbreviare. Parliamo di disabili e ci dimentichiamo la persona con le sue caratteristiche. 

Potremmo inoltre suddividere le notizie che riguardano la disabilità in tre modelli. In un contesto di informazione “sanitaria” la disabilità è presentata come una malattia che rende coloro con la quale ci convivono dipendenti dal personale sanitario per cure e assistenza.

Nel modello “patologia sociale” le stesse sono presentate come individui svantaggiati, che si appellano allo Stato o alla società per ricevere sostegno economico come dono e non come diritto. La tendenza inoltre è anche di parlare di “super disabili” con capacità eccezionali, fonte di ispirazione per chi non ha una disabilità e speciali perché convivono con una disabilità. Ma la disabilità è tanto altro, è una condizione di vita con cui la persona vive e che può comportare anche, ma non solo, difficoltà individuali, in famiglia e in società.»

Il tema tocca molto da vicino anche i genitori con figli con disabilità, una genitorialità complessa.

«La comunicazione che dovrebbe avvenire tra genitori e figli, quando ci troviamo di fronte alla disabilità può essere un momento doloroso e di ansia – ci spiega Francesca Pergolizzi – Psicologa e psicoterapeuta – soprattutto se quest’ultima interferisce con la possibilità di interagire mediante le parole, e questo accade nel caso di figli autistici.  Ma qualcosa sta cambiando. Si parla meno del disturbo del bambino/ragazzo e più dei punti di forza e delle potenzialità. È necessario aiutare i genitori a trovare modi diversi di interagire rispetto a quelli conosciamo e che possono sostituirsi al linguaggio verbale. È fondamentale cercare di creare azioni che vadano verso il figlio utilizzando “codici” accessibili a lui. In quale modo? Prima di tutto accogliendo e sostenendo i genitori in quello che riguarda la propria sofferenza e far capire che guardando oltre c’è qualcosa di meraviglioso, ovvero la possibilità di mettersi in contatto con i propri figli con consapevolezza, la possibilità di sincronizzarsi con lo stato emotivo del proprio figlio, stare nei tempi del bambino con autismo, a volte rallentati, e accogliere questa modalità di comunicazione.»

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