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I giovani italiani tra fabbriche, schermi e magazzini

Pubblicato il 17 Giugno 2026

Tra carenza di competenze digitali, nuove richieste nella logistica e un’intelligenza artificiale che assorbe i lavori di ingresso, il mercato del lavoro racconta una generazione in bilico tra vecchi mestieri e nuove tecnologie Chi oggi ha vent’anni e si affaccia al mercato del lavoro italiano si trova davanti a un paesaggio profondamente cambiato rispetto a quello dei genitori.

Il confine tra mestieri manuali e competenze digitali si è fatto sottile, quasi invisibile, e lo si nota bene anche in comparti che sembrerebbero lontani dalla narrazione sull’innovazione, come il settore dei rivenditori carrelli elevatori: oggi chi lavora in questo ambito non si limita più a vendere o assistere mezzi di movimentazione, ma propone soluzioni connesse, software di gestione flotte e percorsi formativi che uniscono il tradizionale patentino a competenze digitali sempre più richieste nei magazzini moderni. È uno spaccato di un fenomeno più ampio, che riguarda insieme l’industria, il commercio e il mondo digitale. I numeri Istat raccontano un quadro a due velocità. Nel corso del 2026 il tasso di disoccupazione giovanile, relativo alla fascia 15-24 anni, si è mosso tra il 17 e il 19 per cento, mentre l’inattività tra gli under 25 ha toccato in alcuni mesi l’80 per cento, un dato che va letto considerando anche la quota di studenti ancora impegnati nei percorsi scolastici.

La fragilità si concentra però sui contratti a termine: tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, decine di migliaia di rapporti di lavoro temporanei non sono stati rinnovati, colpendo in modo selettivo proprio i lavoratori più giovani e le donne. Cresce in parallelo la quota dei cosiddetti “scoraggiati”, ragazzi che smettono di cercare un impiego non per mancanza di volontà, ma perché le porte sembrano restare chiuse troppo a lungo. Eppure non è un problema di domanda assente. Il sistema informativo Excelsior di Unioncamere stima che le imprese del Made in Italy genereranno quasi 900mila assunzioni entro il 2029, ma fatica enormemente a trovare i profili giusti: nel comparto legno e arredo la difficoltà di reperimento tocca il 55,8 per cento delle posizioni aperte, nella moda il 55 per cento, nel commercio e turismo il 45 per cento.

Il paradosso è evidente: i posti di lavoro ci sono, mancano le competenze per occuparli, soprattutto quelle digitali.

Secondo un’analisi di Deloitte basata su dati Eurostat, appena il 45,8 per cento degli italiani tra 16 e 74 anni possiede competenze digitali almeno di base, contro una media europea del 55,6 per cento, mentre l’Italia resta penultima nell’Unione per quota di laureati tra i 25 e i 34 anni, fermandosi al 30,6 per cento contro una media che ha superato il 43. A livello continentale, ricorda sempre Deloitte, poco più di uno studente universitario su quattro è iscritto a percorsi Stem: l’Italia non fa eccezione, complice un orientamento scolastico che fatica ancora a indirizzare i giovani verso le materie tecnico-scientifiche. È un nodo che pesa molto sull’industria 4.0, dove automazione, robotica collaborativa e analisi dei dati hanno cambiato la natura di tante professioni tecniche: un operaio specializzato, oggi, deve saper leggere una dashboard e interagire con sistemi digitali di produzione, non soltanto manovrare un macchinario.

Il commercio e la logistica raccontano una storia simile, forse ancora più diretta. La crescita dei consumi online ha reso la logistica uno dei settori più dinamici del Paese: secondo le stime Excelsior, solo nel trimestre marzo-maggio 2026 erano previste oltre 95mila assunzioni nei servizi di trasporto e magazzinaggio.

Le figure più richieste restano gli autisti di mezzi industriali e i magazzinieri addetti alla movimentazione delle merci, ma cresce anche la domanda di mulettisti, gli operatori che manovrano i carrelli industriali nei magazzini, sempre più centrali nella gestione di flussi merci complessi e automatizzati. Anche qui il mestiere si è evoluto: non basta più il patentino, perché i magazzini moderni richiedono familiarità con terminali digitali e software gestionali (WMS) che dialogano in tempo reale con la produzione e con la vendita online, per stipendi di ingresso che oggi si collocano intorno ai 1.700-1.850 euro lordi mensili. C’è poi un fenomeno più recente, e per certi versi inquietante per chi entra ora nel mercato del lavoro: l’intelligenza artificiale generativa ha iniziato ad assorbire alcune mansioni di base, dalla prima stesura di documenti all’assistenza clienti di primo livello, riducendo proprio gli ingressi entry-level che tradizionalmente facevano da trampolino per i neolaureati. Di fronte all’incertezza economica, molte aziende preferiscono trattenere personale già formato piuttosto che investire nella formazione di chi è alle prime armi. Il filo che lega industria, digitale e commercio è dunque chiaro: il lavoro non manca, ma cambia pelle più rapidamente di quanto i percorsi formativi sappiano adattarsi. Per i giovani italiani la vera sfida non è scegliere tra un mestiere “tradizionale” e uno “tecnologico”, ma costruire competenze ibride, capaci di tenere insieme manualità, conoscenza tecnica e alfabetizzazione digitale. Alle imprese, dal canto loro, spetta il compito di investire di più in formazione interna e percorsi duali scuola-lavoro, se vogliono davvero colmare un divario che, numeri alla mano, rischia di diventare strutturale.

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