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Iran, nuovi raid degli Stati Uniti e tensione crescente: Trump tra pressioni militari e aperture al dialogo

Pubblicato il 22 Luglio 2026

Il Centcom annuncia una nuova offensiva contro obiettivi iraniani

La crisi tra Stati Uniti e Iran continua a intensificarsi, mentre il confronto militare si accompagna a nuovi tentativi diplomatici e a un crescente dibattito interno negli Stati Uniti sui costi del conflitto.

Nella notte tra il 21 e il 22 luglio, il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha comunicato l’avvio di una nuova serie di raid contro obiettivi iraniani.

Secondo le informazioni diffuse, esplosioni sarebbero state registrate in diverse aree del Paese, tra cui Bushehr, dove si trova una centrale nucleare, oltre ai dintorni di Teheran, Tabriz, Konarak, Chabahar, Chavar, Abdanan e Baneh, nel Kurdistan iraniano.

Tra gli obiettivi colpiti figurerebbe anche la raffineria di gas di Bidboland, a Mahshahr, considerata la più grande dell’Iran.

Trump: “Non abbiamo ancora finito”

Poco prima dell’inizio dei nuovi attacchi, il presidente americano Donald Trump aveva ribadito la linea dura nei confronti di Teheran.

Il capo della Casa Bianca aveva dichiarato che gli Stati Uniti potrebbero colpire “molto presto” un presunto complesso nucleare sotterraneo situato sul monte Kolang, nel centro dell’Iran.

Trump ha inoltre affermato che “non abbiamo ancora finito”, lasciando intendere che le operazioni militari potrebbero proseguire anche nelle prossime settimane.

Crescono i costi della guerra per Washington

Parallelamente alle operazioni sul campo, aumenta anche il peso economico e politico del conflitto per gli Stati Uniti.

Sul fronte militare, il bilancio delle perdite americane è salito a 18 militari uccisi, dopo la conferma della morte del soldato disperso in seguito al bombardamento della base di Azraq, in Giordania.

Anche i costi economici continuano ad aumentare. Secondo il segretario alla Difesa Pete Hegseth, la guerra avrebbe già comportato una spesa di 37,5 miliardi di dollari.

Lo stesso Hegseth ha però chiesto al Senato ulteriori 80 miliardi di dollari, ritenuti necessari nel caso in cui il conflitto dovesse protrarsi.

La richiesta arriva in un momento delicato, con il Congresso prossimo alla pausa estiva. Il timore dell’amministrazione americana è che Camera e Senato possano interrompere i lavori senza approvare i nuovi finanziamenti, mentre cresce il malcontento di una parte dell’opinione pubblica nei confronti di una guerra che non è stata formalmente autorizzata dal Congresso.

Rubio rilancia la via diplomatica

Accanto alla pressione militare, Washington continua a mantenere aperto anche il canale diplomatico.

Il segretario di Stato Marco Rubio, intervenendo durante una riunione dell’Asean nelle Filippine, ha dichiarato che l’Iran avrebbe contattato gli Stati Uniti, sia direttamente sia attraverso interlocutori indiretti, manifestando la disponibilità ad avviare nuovi colloqui.

Rubio ha però ricordato come, secondo la posizione americana, in passato Teheran non avrebbe rispettato gli accordi raggiunti.

Nonostante ciò, ha ribadito che gli Stati Uniti restano disponibili al dialogo, precisando che, se l’Iran dimostrerà un reale interesse per la diplomazia, anche Washington è pronta a negoziare.

Lo Stretto di Hormuz resta il punto più delicato

Tra i temi sui quali gli Stati Uniti non sembrano intenzionati a fare concessioni c’è la sicurezza dello Stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più importanti al mondo per il trasporto del petrolio.

Secondo Rubio, consentire a un singolo Stato di controllare una via d’acqua internazionale, imponendo pedaggi o minacciando le imbarcazioni in transito, rappresenterebbe un precedente estremamente pericoloso per il commercio e la sicurezza internazionale.

Mentre sul terreno continuano le operazioni militari, la crisi resta quindi sospesa tra escalation bellica e tentativi di negoziato, con il rischio che ogni nuovo episodio possa aggravare ulteriormente il confronto tra Washington e Teheran.

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