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Istituzioni, teatri, cinema, operatori del sociale, musei, biblioteche, cittadini, tutti in rete per “La scuola che vogliamo”

L’appello dei Genitori Attivi di Bari per tavoli di lavoro immediati che coinvolgano nel processo educativo l’intero tessuto cittadino: solo così saremo pronti a settembre senza ricorrere a plexiglass, mascherine, lezioni di 40 minuti


E’ un appello orizzontale e potenzialmente sconfinato. Fra i destinatari ci sono le istituzioni, certo – Regione, Comune, Direzione Scolastica Regionale, sovrintendenze varie, dirigenti dei vari istituti – ma c’è anche e soprattutto l’intera società civile: associazioni, cinema, docenti, teatri, biblioteche, artisti, musei, operatori del sociale. La cittadinanza tutta. L’appello della “Scuola che vogliamo” (qui la pagina Facebook) non esclude nessuno: occorre mettersi al lavoro subito perché a settembre una nuova scuola possa accogliere i nostri ragazzi.

Il manifesto

“Per immaginare il progetto di una società dobbiamo necessariamente partire da un progetto educativo”, spiega Terry Marinuzzi, da anni animatrice della rete dei Genitori Attivi di Bari, oggi portavoce del movimento “La scuola che vogliamo – Scuole diffuse in Puglia”. Con il movimento ha diffuso nelle scorse settimane un manifesto d’intenti, corredato ad oggi da un migliaio di firme e sostenuto da decine di associazioni. Il passo successivo è stato inviare un’istanza al presidente della Regione Emiliano (e per conoscenza al Sindaco di Bari e al Garante regionale dei minori) al fine di “dar vita ad un progetto pilota per la Scuola pugliese istituendo per la prima volta il Sistema delle Scuole della città di Bari, un vero e proprio piano educativo che metta al centro il benessere psicofisico dei bambini e delle bambine, delle ragazze e dei ragazzi nel rispetto della salute pubblica e in applicazione della Convenzione dei Diritti dell’infanzia e dell’Adolescenza”, di riformulare in conseguenza il piano organizzativo della rete scolastica della città di Bari tenendo conto dei nuovi parametri anti-covid (media di 1 docente ogni 10 studenti circa) “ribaltando la logica della “concorrenza” fra istituti del medesimo ordine e grado e affermando invece un saldo patto di solidarietà fra gli stessi”.

Le aule fuori dalle aule

Ha risposto all’appello il Garante regionale dei diritti del minore, Ludovico Abbaticchio, manifestando interesse per un progetto che, sì, parte dalla scuola, ma intende abbatterne le pareti. “Gli spazi educativi non possono più essere pensati solo nell’orizzonte delle aule scolastiche”, conferma infatti Marinuzzi. “La regione ha un enorme potenziale in termini di reti di musei, agenzie educative, associazionismo, beni culturali. Un patrimonio immenso, che oggi può divenire parte integrante di un’idea di scuola che si apre al territorio e alla città”, aggiunge, immaginando settimane scolastiche fondate in parte sulla presenza in classe, in parte su lezioni realizzate magari al Castello Svevo, o in un teatro, in biblioteca, nella redazione di un giornale e soltanto in minima parte affidate alla Dad. “La didattica a distanza non va certo ignorata a priori, non può però essere esclusiva. Ma se ben costruita, fondata su interazioni, può essere ideale per gestire le discipline cosiddette dure, andando a integrare la didattica in presenza”, spiega Marinuzzi.

No alla logica dell’emergenza

Il lavoro da fare, lo si capisce, è tanto. Non si tratta di tamponare un’emergenza utilizzando strumenti di (s)fortuna, come in questi mesi è capitato di sentire: la sicurezza della scuola può essere garantita senza dover ricorrere a plexiglass, mascherine e ore di 40 minuti, che “snaturerebbero la sua funzione primaria, che risiede nella relazione”, conferma Marinuzzi.  Ma è necessario far partire immediatamente i tavoli di lavoro necessari a questo ripensamento: mappatura delle aule, dell’edilizia scolastica, ricognizione del numero dei ragazzi sono soltanto il primo passo di un cammino che deve misurarsi con “grandezze” differenti: “Dobbiamo ragionare su gruppi ristretti di studenti – massimo 10/15. E soprattutto in termini di una didattica che funzioni per aree di apprendimento, più che per singole discipline”,  spiega.

La responsabilità delle famiglie

Rispetto a simili esigenze è chiaro che anche alle famiglie venga richiesta una maggiore assunzione di responsabilità rispetto al progetto educativo: “La scuola non è il luogo nel quale mettere piede due volte l’anno, per l’iscrizione e per i colloqui con gli insegnanti. Noi genitori dobbiamo esserci, e la nostra partecipazione può assumere un’infinità di forme, tutte legate a questo concetto di corresponsabilità”,  si infiamma Terry. Che pensa per esempio, nel corso di quella ipotetica settimana scolastica, a genitori che accompagnino i ragazzi  a rotazione nei vari luoghi destinati alla scuola diffusa, attraverso una sorta di car sharing scolastico  che avrebbe ripercussioni positive anche sul traffico cittadino e sulla qualità dell’aria.  

Aprire la città alla scuola

Aprire la scuola alla città – o aprire la città alla scuola – inaugurerebbe dunque una serie di circoli virtuosi, con benefici per l’intero tessuto cittadino. E non si tratta di fantascienza, gli strumenti ci sono: la legge sull’autonomia scolastica permette per esempio ai singoli istituti di intervenire sul 20 per cento del monte ore annuale  compensando tra discipline di insegnamento o  introducendo nuove discipline, racconta Terry.. “Su questo 20 per cento, ogni Regione potrebbe quindi definire un vero e proprio indirizzo da approvare e presentare nel suo Piano annuale della rete scolastica e dell’offerta formativa a norma del riformato titolo V della costituzione”.

Le possibilità in Puglia

Ciò significa che la Regione Puglia potrebbe, nello specifico, sostenere un’azione di sistema creando una rete culturale di riferimento intorno alle istituzioni scolastiche: i contributi così versati a operatori della cultura, dello spettacolo, del sociale, verrebbero in parte destinati ad attività rientranti in maniera stabile nel processo educativo Esempi? “La partecipazione a spettacoli teatrali delle scolaresche, che non sarebbe più interpretata come attività extrascolastica, piuttosto come parte integrante del percorso”. Ma Terry pensa anche a lezioni con attori, registi, tecnici dei settori teatrali e cinematografici, come pure – per altri versi – a incontri  con bibliotecari, storici, archivisti. Le possibilità sono davvero infinite, a patto che si lavori sodo. “Se adesso chiudiamo tutto e ce ne andiamo al mare, è facile che alla riapertura, a settembre, ci si ritrovi con le solite scuole superaffollate che non saranno in grado di garantire sicurezza. E allora cosa si farà? Si chiuderà di nuovo?”. Ecco, il rischio è di relegare i nostri ragazzi nella logica della didattica a distanza,  l’opportunità – invece – quella di creare proprio “la scuola che vogliamo”. Aperta, diffusa, adattabile alla fisionomia del territorio. E se dovessimo pensare a uno slogan per avviare il lavoro dei prossimi mesi? “Adotta una scuola”, risponde Terry senza esitazione. L’invito è rivolto a tutti, ça va sans dire.

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