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La Fondazione Mediterranea su Piazza De Nava: “Fosse stato uno stadio ci sarebbe stato più clamore”

Pubblicato il 18 Gennaio, 2023

“Gli Italiani sono un popolo di santi, poeti e navigatori, ma anche di tecnici calcistici. E il Meridione, tra le poche cose che l’accomuna al Nord, non è da meno”.

Inizia così la nota stampa di Fondazione Mediterranea in merito alla vicenda legata a Piazza De Nava.

Se al posto di Piazza De Nava vi fosse stato uno stadio che la Soprintendenza avesse inteso demolire, il popolo, guidato dal Masaniello di turno, avrebbe fatto le barricate e il Sottosegretario Sgarbi, attento all’umore dei media, avrebbe dato il suo placet all’insurrezione. Poste queste differenze, è di palmare evidenza come i due casi si possano sovrapporre e, anche se non dal punto di vista dell’impatto mediatico nazionale, certamente in linea di principio la demolizione di una piazza storica, ben più antica dei settanta anni previsti dalla legge, ha dei rilievi etici ed estetici ben più strutturati della demolizione di uno stadio.

Così Sgarbi si è espresso sul Corriere della Sera del 2 gennaio 2023.

“In merito al vincolo di tutela per lo stadio Meazza a Milano, io non impongo, non ordino, leggo le carte del Ministero e considero serenamente le ragioni della storia, invocando il rispetto della legge. I Comitati tecnico-scientifici del Ministero dei Beni culturali all’unanimità concordarono «sull’esistenza di un valore fortemente simbolico per la città di Milano rivestito dallo stadio San Siro (indipendentemente dall’età del manufatto), nonché sull’opportunità di avviare un percorso amministrativo relativo a un provvedimento di tutela ai sensi dell’art. 10, comma 3, lett. d)». La Soprintendente, per ragioni non chiare, non ha dato seguito a questa prescrizione. (…)

Andranno valutate le misure disciplinari, quando non le indagini giudiziarie, sulla astensione della Soprintendenza, che non ha “in alcun modo approfondita la possibilità di riconoscere allo stadio un interesse storico-identitario o storico-relazionale di cui all’art. 10, comma 3, lett. d) del Codice (decreto legislativo n. 42/2004)”. Tale norma, infatti, viene considerata applicabile anche qualora manchi il requisito della ultrasettantennalità, per tutti quei beni sia immobili sia mobili, a chiunque appartenenti, che rivestano un interesse particolarmente importante a causa del loro riferimento con la storia politica, militare, della letteratura, dell’arte, della scienza, della tecnica, dell’industria e della cultura in genere, ovvero quali testimonianze dell’identità e della storia delle istituzioni pubbliche, collettive o religiose>>.

Così Sgarbi sullo Stadio. E piazza de Nava. Le sovrapposizioni concettuali e di principio sono inoppugnabili ed evidentissime: tutte le considerazioni di Sgarbi per lo Stadio Meazza possono tranquillamente essere estese a Piazza De Nava. Il caso della Piazza, inoltre, rispetto allo Stadio ha una connotazione più definita dal punto di vista giuridico e di principio: l’età è ben più antica dei settanta anni previsti dalla legge per il vincolo; il vincolo – certificato dal Comune – era stato doverosamente posto e poi rimosso per effettuare la demolizione; il rapporto con l’identità dei luoghi e la storia cittadina è indubbio che ci sia; nella struttura vi sono rimandi artistici e architettonici che non possono essere trascurati.

Eppure siamo al Sud, in una delle ultime colonie meridionali, dove si può tranquillamente demolire un manufatto storico stiracchiando le norme e in obbedienza a interessi che non sono certamente quelli della comunità. Sgarbi cita più volte, nel seguito dell’articolo, l’art. 10, comma 3, lett. d) del Codice (decreto legislativo n. 42/2004). Al Sud non valgono le stesse leggi in vigore al Nord? Sembrerebbe di no.

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