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#USA2020. Soldi, soldi, soldi

Non solo lotta con il coltello fra i denti fra repubblicani e democratici, non solo divisione e tensioni nel paese, non solo Covid-19. Nella campagna elettorale si segnala anche il record assoluto di soldi spesi per spingere le candidature. Ma come si finanzia la politica targata USA?

Pubblicato il 4 Novembre, 2020

Non solo lotta con il coltello fra i denti fra repubblicani e democratici, non solo divisione e tensioni nel paese, non solo Covid-19. Nella campagna elettorale si segnala anche il record assoluto di soldi spesi per spingere le candidature. Ma come si finanzia la politica targata USA?


Per rispondere alla domanda bisogna citare una famosa sentenza emanata dalla Corte Suprema nel 2010, la Citizens United v. Federal Election Commission (558 U.S. 310). Con questo pronunciamento della corte raggiunto grazie al voto decisivo del giudice Anthony Kennedy si diede il via libera all’entrata dei grandi finanziamenti nella politica. Da quel momento in poi nulla è più stato più come prima e i candidati in corsa per le elezioni, a tutti i livelli, hanno potuto giovarsi di fondi quasi illimitati provenienti da varie entità e di cui a volte non è neanche richiesto di dichiarare la provenienza.
Un primo banco di prova per questo verdetto, diventato il cardine per la regolamentazione dei finanziamenti elettorali, furono le elezioni presidenziali del 2012 in cui si segnò subito un primo record, ovvero il superamento del miliardo di dollari spesi per le campagne dei candidati alla presidenza. Durante tale ciclo i politici riuscirono a raccogliere 1,5 miliardi di dollari, ma quello era solo l’inizio. Nel 2016 il totale delle spese salì ancora di più arrivando fino a 2,4 miliardi di dollari. E ora a che punto siamo? Ebbene, il Center for Responsive Politics ci dice che al 31 agosto 2020 la somma delle campagne di tutti i candidati alle presidenziali aveva già raggiunto i 3,2 miliardi, mentre la previsione di spesa a cose fatte si aggira attorno ai 6,6 miliardi di dollari. Ma volendo c’è modo di impressionarsi ancora un po’ di più, basta aggiungere al totale ipotizzato per le presidenziali anche la parte che riguarda le campagne locali, per l’elezione o la rielezione di senatori e rappresentanti al Congresso. Facendo dunque una previsione “all inclusive” si arriva in alta quota con un totale di circa 14 miliardi di dollari. Un picco da bombola di ossigeno.
Se le cifre possono fare effetto è però altrettanto interessante andare a vedere come ci si arriva e chi ha voluto contribuire alla competizione politica.


Andando più nello specifico, vediamo per esempio che il candidato Joe Biden è il primo nella storia a raggiungere il miliardo in donazioni. La sua campagna infatti al 14 ottobre 2020 segnava 938 milioni di dollari. Trump invece alla stessa data aveva raccolto 596 milioni dai suoi donatori.
Questi denari però sono quelli messi direttamente sui candidati dai loro supporters “in chiaro”, che donando a una specifica campagna vanno resi pubblici. In tal caso non solo l’identità del finanziatore viene dichiarata ma ci sono anche dei tetti per ogni donazione. Se prendiamo Biden per esempio, un suo singolo sostenitore poteva elargire al massino 830,600 dollari in questo ciclo di cui $2800 per le primarie, $355.000 per il Democratic National Committee e $10.000 per ognuno dei 47 comitati a livello statale. Ma la cosa non finisce qui, per nessuno dei due candidati e neanche per quelli che affrontano competizioni a livello locale.
La sentenza Citizens United già citata prima consente infatti l’entrata in gioco di denari provenienti da sindacati, grandi aziende, comitati di ogni tipo e corporazioni che hanno interesse a supportare qualcuno nella speranza di avere poi l’appoggio dell’eletto per portare avanti le proprie istanze. Questo genere di fondi pone però alcuni problemi fra cui quello della trasparenza. Infatti, i soldi di cui stiamo parlando non confluiscono direttamente nella campagna di un candidato ma costituiscono un flusso che corre in parallelo e in origine era pensato come una componente indipendente, non coordinata dal politico in corsa per la poltrona. Ma come accade di sovente, si è trovata una comoda soluzione per aggirare tutti i problemi. Questi serbatoi di denaro si presentano come dei super comitati di azione politica, super-PAC (Political Action Committee), a cui non è permesso dare dei soldi in mano a un candidato ma possono svolgere attività di comunicazione che lo favoriscano, o remino contro il suo avversario, e questi sforzi possono essere guidati per esempio da qualche ex componente dello staff del politico in corsa.


Una delle istanze che spesso si pongono i grossi finanziatori delle contese elettorali americane è la riservatezza. Una grossa parte di chi mette a disposizione soldi per influenzare la politica, subito o in prospettiva, non ha piacere di farsi notare. Così vengono attuate delle strategie di dissimulazione come il donare attraverso società no profit con codice di tassazione 501 (c)(4), cioè quello previsto per il “social welfare”. Queste società possono essere create all’uopo e la legge non è neanche molto interessata a sapere chi vi partecipa, perché in questo caso l’offrire denaro viene considerato come un servizio al paese, un dono per il bene di tutta la comunità. Tali no profit sarebbero però chiamate dalla legge a non avere la politica come primaria ragione d’essere e operare, ma è veramente difficile andare a misurare cosa è primario e cosa no dunque ognuno fa un po’ quello che gli pare.
Un’altra modalità a disposizione dei donatori decisi a entrare in partita senza far capire che sono in campo è il ricorso alle LLC (Limited Liability Corporation). Queste sono società di comodo che spesso si presentano con nomi singolari da cui è quasi impossibile dedurre chi sia il fondatore o il gestore. Tali entità possono contribuire illimitatamente alla campagna di un politico, ai progetti di un partito, o alla carriera di qualche funzionario attraverso donazioni fatte a favore dei super-PAC, cui si accennava prima, che poi decidono come giocarsi quella disponibilità economica.
E se è vero che i super-PAC sono tenuti ha fornire la lista dei contributori è anche palese che i nomi di fantasia o troppo generici delle LLC non consentono di capire chi c’è dietro alle elargizioni.


Nel gergo giornalistico statunitense tutti i finanziamenti che foraggiano e influenzano la politica o altri aspetti del paese senza che sia rivelata la loro provenienza vengono detti “dark money”, cioè denaro oscuro. Ma attenzione, quest’oscurità non ha a che fare con quelle di casa nostra, dove a volte si parla di “fondi neri”, perché i soldi che scorrono nei super-PAC si sa che esistono e sono legali, ma non se ne conosce l’origine.
Sapere o meno chi è “il buon cuore” che contribuisce con fondi alla vita politica di uno stato non è una cosa da poco. Dietro a certe somme si celano degli interessi, talvolta molto diversi fra loro e in alcuni casi pure in contraddizione con quanto queste entità sono capaci di dichiarare quando esposte alla luce del sole.
Da uno studio pubblicato nel 2019 e intitolato “Public positions, private giving: Dark money and political donors in the Digital Age” si scopre ad esempio che in qualche occasione l’orientamento politico mostrato in pubblico da un donatore non coincide con le azioni intraprese dallo stesso in privato. Una persona, o compagnia, o organizzazione può essere vicina ad alcune posizioni quando è davanti agli occhi di tutti per poi scostarsi quando devolve denari, al riparo da sguardi indiscreti.
Questa dicotomia si è potuta ben osservare in un raro caso accaduto anni fa, in cui la lista dei contributori di un super-PAC costituito da dark money è stata resa di pubblico dominio. L’episodio risale a una competizione elettorale, avvenuta in California nel 2012, in cui l’Americans for Job Security super-PAC aveva pompato 11 milioni di dollari a sostegno di due campagne di orientamento conservatore. Andando a guardare in questo elenco pubblico dei donatori l’autore dell’analisi si è accorto che c’era una forte componente liberale fra loro.


Tornando ai numeri di oggi invece, possiamo dire che mettendo assieme le spese delle campagne dei candidati e quelle dei gruppi che li supportano i democratici hanno speso all’incirca 6,9 miliardi di dollari mentre i repubblicani ne hanno spesi 3,8. Quello che ha contribuito a far salire l’asticella delle spese dei Dem è stata la fase delle loro primarie in cui hanno partecipato anche due miliardari, cioè Michael Bloomberg e Tom Steyer che hanno tirato fuori un sacco di soldi di tasca loro (nel caso di Bloomberg circa un miliardo), cosa che è perfettamente consentita dalle regole del gioco. In America infatti ci sono delle restrizioni, seppure blande, solo per i denari che arrivano da terzi ma non è previsto nessun limite nel caso uno voglia usare la ricchezza personale a sostegno delle proprie aspirazioni politiche. Il razionale dietro questa impostazione è che una persona può essere corrotta da altri ma non da se stessa.
Nelle presenti elezioni le grandi donazioni individuali la fanno da padrone incidendo sul totale per il 41,53% mentre le piccole donazioni dei singoli (cioè fino a $200) costituiscono il 22,40%. I finanziamenti personali, fatti cioè con propri, contano per il 13,01%, i PAC tradizionali (con limite di $5000 a donazione) per il 5,01%, le organizzazioni per il 3,2% e poi c’è una fetta pari al 14,93% di altre fonti di approvvigionamento di liquidi.


Una nota aggiuntiva meritano le micro donazioni che con il loro 22% riescono a influire, nel più puro spirito dell’unione fa la forza, dei più piccoli. Questa modalità di supporto ai candidati si è vista soprattutto nel caso di due candidati, ovvero Bernie Sanders ed Elizabeth Warren i cui fondi erano composti rispettivamente del 53% e del 52% di piccole donazioni.
In America ci sono diversi modi per effettuare questo tipo di elargizioni fra cui quello via smartphone. L’area del democratici raccoglie questo tipo di donazioni attraverso un suo PAC chiamato Act Blue, che ha processato 2,3 miliardi di donazioni per i candidati del partito dal gennaio 2019.
Anche i repubblicani hanno un loro canale per le micro donazioni che si chiama Win Red. Al 31 agosto di quest’anno il 49% delle donazioni ricevute dalla campagna di Trump sono arrivate in forma di piccole donazioni.
Un aspetto però importante è il ruolo giocato dalle donne nel finanziamento di questa tornata elettorale. Sembra infatti che il maggior successo dei democratici nel raccogliere fondi sia legato proprio alle donazioni femminili, che sono decollate proprio nel momento in cui Joe Biden ha annunciato la scelta di Kamala Harris come sua compagna di viaggio per la corsa alla Casa Bianca (11 agosto). Il “ticket” Biden-Harris ha visto salire a più di 33,4 milioni di dollari i contributi da parte di donne nel mese di agosto, cioè più del doppio di quanto raccolto dalle stesse fonti fino a luglio (13,7 milioni).  Sul fronte dei “finanziamenti rosa” il ticket avversario, quello Trump-Pence, è invece piuttosto indietro con solo 8,7 milioni.


Restando in tema donne, quest’anno si sono presentate alle elezioni generali per avere un seggio al Congresso ben 298 candidate (il record precedente era di 234 nelle lezioni di medio termine del 2018) con un sostegno di 2 miliardi di dollari da parte femminile alle candidature federali. In senso generale, il 44% dei donatori di questo ciclo elettorale è costituito da figure femminili. Oltre ai denari le donne dimostrano anche una certa capacità organizzativa, non solo nel raccogliere fondi ma anche nel reclutare le candidate. Negli Stati Uniti ci sono circa 17 organizzazioni che supportano l’iniziativa femminile in politica fra cui la Electing Women Alliance e altri gruppi come Winning For Women, Electing Women Bay Area (Northern California) o la piattaforma di crowd-funding WomenCount, senza contare gli eventi di raccolta fondi via Zoom divenuti di tendenza con il Covid. Un esempio di questo tipo di “zoomate” è stato l’evento organizzato il 1 novembre in favore di Kamala Harris e con cui si sono raccolti ben 1,25 milioni di dollari in un colpo solo.
Altro aspetto curioso nell’ambito del supporto economico dato alla candidata democratica alla vicepresidenza è il contributo delle sue “sorelle” dell’associazione studentesca Alpha Kappa Alpha, legata al suo ex college di Howard. Pargliamo di più di 22.500 donazioni da $19.08 l’una che hanno portato circa $430.000 nelle casse del Biden Victory Fund.


Le donazioni da parte femminile possono essere di interesse anche quando viste da un punto di vista geografico. Si registra infatti una cospicua mobilitazione nello Stato della Florida con circa 14.800 donne a contribuire, spinte da ragioni quali la sicurezza, la sanità, l’accesso all’aborto, la politica estera e i diritti delle minoranze etniche.
Prendendo in considerazione le donazioni “in chiaro” (quelle superiori ai $200 e fatte verso le campagne, con tanto di nome e cognome) si evince che Biden in Florida ha ottenuto all’incirca 8000 donazioni da figure femminili mentre Trump ne ha raccolte 6700. L’attuale presidente degli Stati Uniti si può però consolare ricordando che nel 2016 lo avevano supportato economicamente solo in 3300 e che le sue supporter, seppure in minor numero, hanno donato molto.
Andando invece al sodo, al vile denaro, Biden ha ricevuto dalle donne della Florida 7,8 milioni di dollari mentre Trump ne ha ottenuti 7,4 milioni. Un testa a testa, come nei sondaggi rilevati sullo stesso territorio.


Passando dalle contribuzioni viste da un punto di vista di genere alle contese elettorali locali ma legate ai seggi al Congresso, è piuttosto interessante notare cosa accade alle campagne quando si verificano dei testa a testa.
I candidati che si presentano sui territori non ricevono fondi solo da quelle aree, perché la loro rielezione interessa a tutto il loro partito, ma spesso di avvantaggiano di denari che arrivano da fuori porta, cioè da altri stati. Il Centre for Responsive Politics ha infatti analizzato la provenienza dei soldi che nutrono la corsa dei candidati al Senato e alla Camera dei Rappresentanti, scoprendo che una buona spinta viene dai due principali bacini di finanziamento alla politica, ovvero lo Stato di New York e il distretto di Washington. A volte questi contributi da fuori arrivano addirittura al 90% del totale, come visto nel caso del candidato democratico Jaime Harrison in South Carolina o Amy McGrath (Dem) in Kentucky. Non sorprende però tutto questo sostegno da altri stati nei loro confronti considerando che corrono rispettivamente contro il senatore Lindsey Graham (presidente della Commissione Giustizia) e il capo della maggioranza repubblicana al senato, Mitch McConnell, due figure che molti vorrebbero vedere fuori dall’aula, anche a seguito della conferma di Amy Coney Barrett alla Corte Suprema. I due repubblicani però, tanto quanti gli altri contendenti, ricevano anche loro la stragrande maggioranza dei finanziamenti da altri stati.


Un ulteriore aspetto che può essere utile considerare e quello degli interessi dietro i finanziamenti alla politica. Questo tema spalanca la porta a un terreno di discussione molto ampio e altrettanto controverso. Iniziamo dunque con i numeri per poi scendere più in profondità, nelle cavità carsiche delle donazioni anonime, un mondo piuttosto suggestivo.
Andando dunque ad analizzare il totale delle contribuzioni dal punto di vista di chi dona, cioè il tipo di finanziatori e loro motivazioni, possiamo osservare che 4,5 miliardi di dollari arrivano dal mondo del business, da aziende o corporazioni che hanno tutto l’interesse a farsi amico un candidato e il suo partito (o magari tutti e due i candidati e relativi partiti, giusto per non sbagliare). Poi, procedendo nell’analisi si trovano 837 milioni di dollari legati a motivi ideologici, che per lo più riguardano l’area progressista/liberale, e 174 milioni riconducibili al mondo sindacale. A completare la torta c’è lo strato indicato come “altro” che contribuisce con 1,7 miliardi di dollari a entrambe le cause.
Gettando invece uno sguardo alle donazioni individuali si può notare come quelle legate al mondo del business siano 3 miliardi di cui 1,8 destinati ai Dem e 1,16 ai repubblicani. La situazione è simile anche sul fronte dell’elargizione ideologicamente motivata con 229 milioni dati ai democratici e 72 ai Rep.


Da questo punto possiamo iniziare a calarci con le corde e gli imbraghi nel pozzi dei gruppi e delle società no profit che contribuisco in modo complementare alle campagne dei candidati, attraverso tutta una serie di iniziative più o meno meritorie, finanziate con denari di origine incerta se non proprio oscura. Aggirarsi in queste tipologie di finanziamenti è come esplorare una grotta, dove si vede poco, si rischia di finire in ramificazioni senza uscita, ci si può pure perdere e pigliare qualche capocciata.
Iniziamo col dire che tutto il mondo è paese, così quando una modalità controversa di sostegno alla politica trova legittimazione legale poi in molti prendono quell’atteggiamento che si riassume nel concetto di “non c’ero e se c’ero dormivo”. In particolare, negli Stati Uniti la responsabilità di decidere su cosa è legale o meno nel campo dei finanziamenti elettorali o altri a questi affini è ricaduta sulla Corte Suprema, ma poi è stato il mondo politico a banchettare.


In seguito all sentenza Citizen United (2010) alcuni partiti hanno fatto qualche promessa di riforma per risolvere la questione “dark money”, proponendo anche il superamento di quel verdetto, ma poi non si arrivati mai a un risultato. Nel 2019 la Camera dei Rappresentanti a maggioranza democratica è riuscita a passare una proposta di legge per la regolamentazione dei super-PAC e il chiarimento dei fondi oscuri ma quando questa è arrivata al Senato controllato dai Rep si è incagliata, con la motivazione che qualsiasi limite imposto dal Congresso potrebbe essere annullato dalla Corte Suprema. Ma in discussione al congresso c’è stata anche la possibilità rendere obbligatoria la pubblicazione di tutti i dati relativi alle campagne pubblicitarie politiche condotte su piattaforme come Facebook o Google e anche in questo caso si è giunti a un nulla di fatto. Del resto entrambi i partiti fanno largo uso di questi canali di comunicazione per mandare circolo i loro messaggi, cosa che avviene direttamente attraverso le loro campagne ma anche indirettamente, grazie ai gruppi che li sostengono di lato con i super-PAC e le no profit.


I super-PAC e le organizzazioni no profit orientate politicamente non hanno però nella lista delle loro priorità solo le campagne elettorali ma anche altre questioni che riguardano i diritti civili, la libera professione di fede, la rappresentanza delle minoranze, la difesa dell’ambiente e, nel caso delle grandi aziende che contribuiscono con forti somme, l’attività di lobbying per ottenere dai legislatori e dai giudici i provvedimenti e le sentenze che più gli fanno comodo.
Fra questo genere di entità c’è la Democracy Alliance, un collettivo di donatori legato al Partito Democratico e registrato come un’organizzazione no profit soggetta a tassazione. Democracy Alliance aveva pianificato di impiegare in questo ciclo elettorale 200 milioni di dollari da distribuire a gruppi di supporto ai democratici. Fra i contributori di questo collettivo sembra ci sia anche George Soros.
Fra i comuni sostenitori dei Dem ci sono le labor union (i sindacati) e gli advocacy group che si occupano di supportare cause, proteggere o difendere gruppi di persone. Queste due tipologie di organizzazioni sono piuttosto influenti perché hanno milioni di iscritti che pagano quote associative o contribuiscono con donazioni e al contempo non sono obbligati a comunicare i nomi di chi partecipa

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Spostandoci a destra troviamo invece altri protagonisti fra cui i più famosi sono i fratelli Charles e David Koch, i due miliardari conservatori che stanno dietro al “Koch Network”, una struttura labirintica fatta di no profit politicamente attive e LLC che spesso hanno il compito di spacciare pubblicità negative riferite agli avversari politici (Barak Obama e altri figure del partito dell’ex presidente) e fare mobilitazione al voto per i propri alleati. Durante il ciclo elettorale 2012 i Koch riuscirono a raccogliere 407 milioni di dollari attraversi 17 gruppi legati a loro, i cui donatori sono rimaste coperte.
Ultimamente Charles Koch è stato attenzionato dal New York Times che gli ha dedicato un articolo intitolato “Charles Koch’s Big Bet on Barrett”, ovvero “La grande scommessa di Charles Koch su Barrett” in cui si avanza l’ipotesi che il “Koch Network” abbia in qualche modo coltivato e poi favorito la candidatura del giudice Amy Coney Barrett alla Corte Suprema.
Nel pezzo del NYTimes si descrive l’attività di Charles Koch come “una guerra di decenni per riformare la società americana in modo da assicurare alle corporazioni di poter operare in totale libertà”. Per fare ciò il giornale spiega che il suo sistema si costituisce essenzialmente di tre braccia: 1) “think tank” ovvero laboratori di idee, centri studi e programmi universitari, 2) falangi di lobbisti, 3) ”American For Prosperity” che costituisce una base di attivismo politico.


Nell’articolo si racconta di come Koch avesse già le idee abbastanza chiare nel 1974, quando durante un discorso all’Institute for Humane Studies citò i “contenziosi pianificati strategicamente” come mezzo per mettere alla prova, e possibilmente sminuire, il potere di intervento delle l’autorità di regolamentazione delle agenzie governative.
Uno dei primi obbiettivi di questo tipo di figure e dei gruppi di potere di cui fanno parte è infatti quello di liberarsi di chiunque possa creare intoppi nello volgimento del business. Sulla lista degli impicci compaiono ad esempio tutti coloro che si occupano di tutela dell’ambiente e delle popolazioni che ci vivono come l’E.P.A. (U.S. Environmental Protection Agency).
Molto spesso i contenziosi che nascono fra le aziende e il territorio, fra corporazioni e cittadini finiscono nelle corti, dalle più locali a quelle alte, così fra gli interessi del Koch Network sembra ci siano sempre stati i giudici. Il New York Times spiega che negli anni 90 Charles Koch si è concentrato sui giudici distrettuali usando terzi per invitarli a sciare, o ad andare al mare in Florida e farli partecipare a dei seminari in cui venivano messi in guardia sulle teorie della scienza, che iniziava ad alzare la sua voce sul tema ambientale. Successivamente la sua attenzione sembra si sia spostata a livello federale, sui circuiti delle Corti di Appello. A tal proposito il giornale riporta che fra il 1997 e il 2017 i due Koch hanno contribuito con 6 milioni di dollari alla Federalist Society, una no profit destinata al reclutamento di giudici libertari e di idee conservatrici.


Poi nel 2017 Donald Trump diventato presidente degli Stati Uniti, trovandosi subito in mano la possibilità di nominare un nuovo giudice alla Corte Suprema (a seguito della morte di Antonin Scalia) e a riempire innumerevoli seggi presso le altre corti, per effetto di una sorta di blocco delle nomine ingegnato dai repubblicani al Senato nell’ultima parte del secondo mandato di Obama. Questo ha dato ai conservatori la possibilità di inserire un po’ di giudici a loro graditi, spesso anche giovani, nei vari gradi di giudizio e ai Koch, magari, la chance di dire la loro in merito.
Da quanto racconta Christopher Leonard sul NYTimes, l’Americans For Prosperity ha intrapreso delle campagne, con volantini, pubblicità digitale e telemarketing, per sostenere la nomina e poi la conferma alla Corte Suprema dei giudici Niel Gorsuch e Brett Kavanaugh.
Dunque parliamo di gruppi che portano in se denaro di origine non dichiarata che cercano di avere un ruolo anche in decisioni importanti come l’investitura dei giudici. Un quadro un po’ particolare, portato all’attenzione del Senato e della sua Commissione Giustizia dal senatore Sheldon Whitehouse (Rhode Island) nel giorni di ottobre in cui si è discussa la candidatura di Amy Coney Barrett. Durante le audizioni Whitehouse ebbe modo di rappresentare tutta la filiera che la destra conservatrice ha messo su per cercare di avere un’influenza costante sulla giustizia, sempre con alle spalle il supporto di dark money. Da annotare, nell’ambito della sua presentazione, è stata una frase in particolare: “Quando trovate l’ipocrisia alla luce del sole, cercate il potere nell’ombra”.

Ma i fondi di origine incerta trovano anche molti altri impieghi come la disinformazione, fra cui quella che ha come scopo ultimo il sopprimere il voto presso determinate comunità del paese, che spesso coincidono con le minoranze disagiate.
Questa è un tipo di azione di cui ha recentemente dato notizia il Washington Post raccontando una vicenda in cui è stato tirato in ballo anche il campione del basket LeBron James, a sua insaputa.
Fra luglio e agosto infatti hanno iniziato a girare sui social delle pubblicità contenenti notizie false sul voto via posta, per cercare di far crescere i dubbi nella popolazione sull’integrità del sistema elettorale. Fra questi annunci se ne vedevano anche alcuni con l’immagine di LeBron James e una sua frase che, tolta dal contesto originale, sembrava dire tutt’altra cosa. Tutte questi post a pagamento miravano a screditare il voto postale e persino far andare a votare la gente nel giorno sbagliato. Ma chi aveva messo in piedi una cosa di questo tipo? La risposta richiede qualche minuto.
Dietro a queste campagne c’è una pagina web chiamata “Protect My Vote” che accoglie con la seguente domanda chi ci arriva: “Pensate che il vota via posta non dia problemi? Pensateci ancora.” Non sono dei fan del voto via posta, questo è certo. Ma tale sito internet ha collegato a se anche una pagina Facebook che gli fa da spacciatore di messaggi fuorvianti (in barba alle linee guida delineate dalla piattaforma social). Così il sito pubblica su Facebook e poi quel contenuto viene spinto, a pagamento, sulla piattaforma social in modo da raggiungere gli obbiettivi prestabiliti. Secondo un’analisi risultano mandate il esecuzione 150 campagne (cioè pubblicità) nell’agosto 2020 con centinaia di migliaia di persone raggiunte e messe in agitazione.


Dietro a questi sito web e relativa pagina Facebook c’era però un’organizzazione no profit chiamata Freedom Works che anni fa aveva contribuito a pubblicizzare il Tea Party. L’operazione messa su da questa entità, fruttando i mezzi tecnici di Facebook, mirava ad attecchire fra gli utenti più anziani e collocati in stati quali l’Arizona, la Georgia, il North Carolina, il South Carolina e il Texas. Fra i dati resi noti da Facebook si vedono esempi di pubblicità piazzate sul social con $1500 di budget e impostate per ottenere 5000.0000 “impression”. Inoltre, in agosto la pagina Protect My Vote ha lanciato campagne di disinformazione al costo di $5000 e assettate per raggiungere quasi mezzo milione di persone negli stati “campo di battaglia” (battleground state). In primavera invece l’organizzazione Freedom Works ha usato la sua copertura mediatica ottenere un altro tipo di risultato, ovvero spingere la gente in strada a protestare contro il lockdown imposto in alcuni stati per fronteggiare il Covid.
In effetti queste cose un pochino di “impression” la fanno, soprattutto se si pensa che diversi di questi stati sono in bilico quest’anno, elettoralmente parlando e per opera del nuovo mix demografico. Il Texas per esempio è uno stato che sta progressivamente virando a sinistra e queste azioni sembrano pensate proprio per allontanare dal voto chi potrebbe contribuire alla svolta.

La notizia positiva, alla fine di questo triste episodio, è che LeBron James ha avuto modo di rifarsi e combattere di persona contro questo tipo di azioni malevole e razziste, inaugurando una nuova iniziativa chiamata “More Than A Vote”. Con questo intervento il campione e altri suoi colleghi hanno cercato di aiutar le persone a capire come votare correttamente e in sicurezza, facendo contare la loro opinione.


Fonti: New York Times 12/10/2020, Washington Post/ Bloomberg 08/10/2020, Washington Post 21/08/2010, Washington Post 21/01/2020, centroeinaudi.it, opensecrets.org, Federal Election Commission, Rutgers Eagleton Institute of Politics, liebertpub.com, campaignlegal.org, Harvard Journal on Legislation, Sen. Sheldon Whitehouse – estratti video dalle audizioni al U.S. Senate 13/10/2010, 14/10/2010, 15/10/2020, 24/10/20, America Constitution Society.

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