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Venezia, il Patriarca ha aperto il cammino sinodale. Ecco cosa ha detto

Pubblicato il 18 Ottobre, 2021

18.10.2021 – Ecco l’omelia del Patriarca Francesco Moraglia per l’apertura del cammino sinodale, voluto ed indicato da Papa Francesco. Ieri, in comunione con tutta la Chiesa, ogni vescovo nella sua Diocesi ha avviato il percorso sinodale delle Chiese, che culminerà con la celebrazione del Sinodo dei Vescovi del 2023. Anche il Patriarca Francesco in basilica di san Marco, alle ore 16 ha presieduto la S. Messa, invocando il dono dello Spirito Santo, insieme ai sacerdoti e ai fedeli arrivati da tutto il territorio del Patriarcato, a voler rappresentare in modo corale e trasversale tutte le realtà ecclesiali veneziane. Presenti anche i rappresentanti delle Confessioni Cristiane presenti a Venezia e i rappresentanti dei Comuni del Patriarcato.

L’omelia del Patriarca Francesco Moraglia

Stimate autorità, carissimi fratelli presbiteri, diaconi, religiose e religiosi, ministri istituiti, catechisti e operatori della carità, carissimi fedeli laici,

questa convocazione eucaristica, nella Chiesa cattedrale, ci rimanda al giorno di Pentecoste, alla comunità primitiva riunita, nel Cenacolo, con Maria, in attesa dello Spirito, il dono promesso da Gesù (cfr. At 1,12-14).

Anche noi siamo qui riuniti per invocare il dono dello Spirito Santo, autentico protagonista del Cammino sinodale che oggi si apre nella nostra Chiesa e in tutte le Chiese che sono in Italia.

Come ha sottolineato bene Papa Francesco – aprendo il XVI Sinodo della Chiesa universale “lo Spirito ci guiderà e ci darà la grazia di andare avanti insieme, di ascoltarci reciprocamente e di avviare un discernimento nel nostro tempo, diventando solidali con le fatiche e i desideri dell’umanità… -Il Sinodo non è un parlamento, il Sinodo non è un’indagine sulle opinioni; il Sinodo è un momento ecclesiale, e il protagonista del Sinodo è lo Spirito Santo. Se non c’è lo Spirito, non ci sarà Sinodo” (Papa Francesco, Discorso nel momento di riflessione per l’inizio del percorso sinodale, 9 ottobre 2021).

Sarà proprio Io Spirito Santo a guidare l’ascolto e il discernimento “spirituale” ed “ecclesiale”, una “narrazione” a partire dal “vissuto” quotidiano che riguarda le comunità e la società. Tutto ciò desideriamo farlo come discepoli e discepole di Gesù guardando all’unico Maestro e Signore; questo è il Cammino Sinodale che oggi iniziamo insieme.

L’ascolto “sinodale, di chi’ cammina insieme, non può prendere la forma del dibattitto, fine a sé stesso, dove tutti vogliono parlare ed essere ascoltati ma sono poco inclini ad ascoltare. Proprio per questo chiedo che gli incontri sinodali inizino sempre con un tempo dedicato alla preghiera: ascolto della Parola di Dio e l’adorazione eucaristica; un tempo che sia parte costitutiva del dialogo e dell’ascolto fraterno. Il rischio, già rilevato dal Papa, è “scadere” in una sorta di confronto parlamentare, un’indagine sulle opinioni, un talk show televisivo in salsa ecclesiastica.

Soffermiamoci ora sull’odierna liturgia della Parola, riprendendo le indicazioni del Santo Padre: “la Parola ci apre al discernimento e lo illumina. Essa orienta il Sinodo perché non sia una “convention” ecclesiale, un convegno di studi o un congresso politico (…) ma un evento di grazia, un processo di guarigione condotto dallo Spirito” (Papa Francesco, Omelia nella Messa per l’apertura del Sinodo sulla sinodalità, 10 ottobre 2021).

La strada è una “icona” che appare spesso nei vangeli. I protagonisti sono, di volta in volta, gli apostoli, i discepoli, la folla; la direzione è sempre Gerusalemme “perché un profeta non può non morire a Gerusalemme (Lc 13,33)- e mentre Gesù cammina viene interpellato; la strada è luogo d’ascolto, di dialogo, di conversione. Questo vale anche per noi oggi: interpelliamo Gesù, lasciamo che ci interpelli, ascolti i nostri discorsi e li purifichi.

N el Vangelo di domenica scorsa – lo ricordiamo – Gesù accoglie con simpatia il giovane che gli va incontro: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Così si esprime il “giovane ricco” (Mc 10,17). Allora, Gesù, fissatolo, gli domanda di liberarsi del proprio “io” “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!” (Mc 10,21).

Nel Vangelo odierno, invece, i protagonisti sono due apostoli, i figli di Zebedeo, chiedono a Gesù d’essere ascoltati. Come l’episodio del giovane ricco anche questo rivela l’animo di chi parla: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra” (Mc 10,37). La domanda dice come si possa essere vicini a Gesù (apostoli) ma non in sintonia col suo pensiero. La reazione indignata degli altri mostra che tutti ragionano allo stesso modo; gli altri vedono in Giacomo e Giovanni due “concorrenti”.

Così, anche ai figli di Zebedeo, come al “giovane ricco”, Gesù svela i Suoi “segreti”: il progetto di salvezza del Padre, il suo essere Figlio di Dio, obbediente fino alla croce e, nello stesso tempo, il Suo essere “Figlio dell’uomo” che “non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). Gesù è Colui che compie le parole del profeta Isaia (prima lettura): “…il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità” (Is 53,11). Gesù sale a Gerusalemme, contestando la logica del mondo, innanzitutto, la ricerca dei “primi posti”. La sapienza di Dio – seconda lettura (1Cor 2,1-13) – non è la sapienza degli uomini, è la sapienza della croce, l’ora di Gesù.

Tornando al Vangelo, Gesù “ascolta” i suoi e li “interpella”: “Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato” (Mc 10,38). La risposta è immediata: “Lo possiamo” (Mc 10.39). Ma i racconti della passione ci diranno come Giacomo e Giovanni non si rendono ancora conto di cosa comporti essere discepoli del Signore.

Queste sono le stesse parole che Gesù rivolge a noi, sul nostro modo d’esser Chiesa: “in questi giorni – sono ancora le parole di papa Francesco – Gesù ci chiama, come fece con l’uomo ricco del Vangelo, a svuotarci, a liberarci di ciò che è mondano, e anche delle nostre chiusure e dei nostri modelli pastorali ripetitivi; a interrogarci su cosa ci vuole dire Dio in questo tempo e verso quale direzione vuole condurci” (Papa Francesco, Omelia nella Messa per l’apertura del Sinodo sulla sinodalità, 10 ottobre 2021). Non possiamo poiché siamo discepoli – e spesso, invece, lo facciamo – pensare e vivere come il mondo vorrebbe; la Chiesa non è un progetto umano che si disfa e rifà a piacere. Dinanzi a noi c’è il Signore Gesù che ci indica sé stesso, ascoltiamolo e lasciamoci interpellare da Lui.

Il Santo Padre, nell’aprire il percorso sinodale, ne ha indicato i rischi: formalismo, intellettualismo, immobilismo ma, anche, le opportunità: ”Viviamo – sono sempre parole di Francesco – questa occasione come un tempo di grazia che, nella gioia del Vangelo, ci permetta di cogliere almeno tre opportunità. La prima è quella di incamminarci non occasionalmente ma strutturalmente verso una Chiesa sinodale: un luogo aperto, dove tutti si sentano a casa e possano partecipare. Il Sinodo ci offre poi l’opportunità di diventare Chiesa dell’ascolto: prenderci una pausa dai nostri ritmi, di arrestare le nostre ansie pastorali per fermarci ad ascoltare. Ascoltare lo Spirito nell’adorazione e nella preghiera… Infine, abbiamo l’opportunità di diventare una Chiesa della vicinanza. Torniamo sempre allo stile di Dio: lo stile di Dio è vicinanza, compassione e tenerezza. Dio sempre ha operato così” (Papa Francesco, Discorso nel momento di riflessione per l’inizio del percorso sinodale, 9 ottobre 2021).

Il vangelo di oggi ci ricorda il rischio in cui si può incorrere nel cammino sinodale: ricercare i primi posti, vuol dire, dominare gli altri imponendo la propria visione con tatticismi e strategie così da sopravanzarli come avviene negli ambienti mondani della comunicazione, della cultura, della politica, dell’economia, della finanza.

Il percorso sinodale, invece, vuole essere un cammino aperto per chi è disposto ad assumerne il metodo più volte richiamato dal Papa. Bisogna però imparare ad ascoltarsi, con carità e verità, secondo la logica di Dio.

Il primo posto, nella Chiesa, è quello di Gesù Crocifisso che si pone come la “via”. Ora, la via può essere intesa, sia in quanto Gesù è la via che conduce alla verità, sia in quanto è la stessa “verità” che conduce alla meta. Al discepolo, quindi, il “compimento” è “già” dato mentre è ancora per strada lungo il cammino. Bisogna ascoltare di più Gesù, riscoprendo la forza della preghiera di adorazione, del silenzio e dell’ascolto dei fratelli. Solamente così, con questo sguardo “diverso” che viene dal Signore, potremo rendere più viva la Chiesa, rendendola semplicemente “più” Chiesa poiché, come ricorda Yves Congar “non bisogna fare un’altra Chiesa, bisogna fare una Chiesa diversa” (Yves Congar, Vera e falsa riforma nella Chiesa, Milano 1994, 193). Ovvero, una Chiesa più aderente al disegno originario di Gesù.

Essere “più” Chiesa ossia essere più aperti alla perenne novità del Vangelo e ai segni dei tempi, ben consapevoli che non sono la pastorale e la teologia a rinnovare la Chiesa e a salvare il mondo ma la santità che è, semplicemente, il riverbero di Cristo in noi. Ecco perché la nostra Chiesa, in questi giorni, gioisce in modo particolare, il motivo è che un suo antico pastore, il patriarca Albino Luciani (poi papa Giovanni Paolo I) sarà presto ufficialmente inscritto nell’elenco dei beati della Chiesa.

Solo il Vangelo rende liberi, quindi, per i discepoli inscrivere Gesù nella propria vita, significa svincolarsi da progetti, linguaggi e stili di vita che appartengono o al “politicamente corretto” o al “si è sempre fatto così”. Il Papa – lo ribadiamo – ha affermato la necessità di: «liberarci di ciò che è mondano, e anche delle nostre chiusure e dei nostri modelli pastorali ripetitivi…» (Papa Francesco, Omelia nella Messa per l’apertura del Sinodo sulla sinodalità, 10 ottobre 2021).

Cari confratelli presbiteri, cari diaconi, ministri istituiti, religiose e religiosi, catechisti e operatori della carità, cari fedeli laici: apriamo, a livello diocesano, questa prima fase del Sinodo Universale e del Cammino Sinodale delle Chiese che sono in Italia, impegnandoci nell’ascolto e nella conversione spirituale e pastorale, correggendo, dove fosse il caso, gli stili di vita e ripensando le attività ecclesiali e quanto non in sintonia con ciò che lo Spirito suggerisce.

I vangeli della Pasqua ci ricordano, tra l’atro, che, il giorno dopo il sabato, Gesù percorre la strada con due discepoli che stanno recandosi ad Emmaus e camminando lungo la via, con loro, li conduce alla scoperta della verità su di Lui, sulla salvezza e sui discepoli; e tutto ciò avviene attraverso le Sacre Scritture e l’Eucaristia (cfr. Lc 24, 13-35). In quei due uomini vi fu una vera conversione del cuore, qualcosa del genere era già accaduta al pozzo di Sicar, là Gesù aveva incontrato una donna di Samaria che, in un lungo e coinvolgente dialogo, era diventata messaggera del Vangelo (Gv 4, 5-42).

Nell’Antico Testamento, il profeta Giona viene inviato da Dio a predicare la conversione alla Città di Ninive ma, in realtà, è proprio Giona che ha bisogno della conversione. Infatti mentre la città si converte e fa penitenza Giona rimane sospeso, arroccato nelle sue convinzioni, ai suoi pregiudizi. Il libro si chiude con una domanda che evidenzia una situazione non ancora definita. Giona è arrabbiato con Dio e dispiaciuto della conversione dei Niniviti, è prigioniero della sua visione incapace di accogliere chi si converte perché non appartiene a Israele ma a una città pagana. Giona è sì, l’inviato di Dio, ma è il primo che deve convertirsi. Ed èq quanto viene chiesto a ciascuno di noi e alle nostre comunità: porsi in ascolto di Gesù e tra di noi, per essere capaci, attraverso la nostra personale conversione, di una rinnovata missionarietà. Il Sinodo della Chiesa universale ha per tema proprio: “Per una Chiesa Sinodale: comunione, partecipazione, missione”.

Solo la santità – lo ripeto – permette di inscrivere il Signore Gesù nella nostra vita e di allargare l’orizzonte del nostro cuore; è solo attraverso l’ascolto, la narrazione e la conversione – ricordiamo questo trinomio – che siamo invitati a cogliere la grazia che il Cammino Sinodale offre a ciascuno di noi e a tutte le Chiese che sono in Italia.

Siamo chiamati a diventare “più” Chiesa e ad assumere i “sentimenti” di Gesù, come già ci spronava il Santo Padre nel discorso tenuto nel 2015 al V Convegno della Chiesa Italiana a Firenze. Lo faremo, rinnovando con autentica fede “lo sguardo su Cristo, sul suo cuore trafitto, e a vivere la sacramentalità della Chiesa che – come insegna il Concilio Vaticano II non vive di luce propria ma riflette quella del suo Signore. Sia nostro impegno assumere sempre più i sentimenti di Gesù, giungere con gioia al cuore della nostra vocazione ecclesiale ed essere, quindi, all’altezza della nostra missione”. (Francesco Moraglia, Lettera pastorale “Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù”, Marcianum Press 2016, pag. 6).

Ci aiuti in questo cammino Maria, la Madre di Gesù, che con i discepoli attende, nel Cenacolo, il dono dello Spirito Santo (At 1,14).