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Addio a Tatsuya Nakadai, il gigante del cinema giapponese e mondiale

Pubblicato il 11 Novembre 2025

La scomparsa di una leggenda

È morto a Tokyo, all’età di 92 anni, l’attore Tatsuya Nakadai, una delle figure più imponenti del cinema giapponese e internazionale. La notizia della sua scomparsa è stata diffusa da The Japan News. Nakadai fu interprete prediletto di Akira Kurosawa e Masaki Kobayashi, registi che contribuirono a scolpire la sua immagine di artista profondo e carismatico.

Gli inizi e l’incontro che cambiò la sua vita

Nato nella capitale giapponese il 13 dicembre 1932 con il nome di Motohisa Nakadai, lavorava come semplice commesso quando fu scoperto casualmente dal regista Masaki Kobayashi, che lo volle nel film La stanza dalle pareti spesse (1954). Da quel momento cominciò una carriera straordinaria, segnata da interpretazioni intense e da una costante ricerca morale e artistica.

Con Kobayashi instaurò un rapporto artistico profondo, collaborando in undici film. La sua consacrazione arrivò con la trilogia La condizione umana (1959-1961), dove interpretò Kaji, un idealista pacifista costretto ad affrontare la violenza della guerra e del potere. Questo ruolo lo rese simbolo del Giappone del dopoguerra, sospeso tra tradizione, onore e modernità.

Le interpretazioni indimenticabili

Nel 1962 tornò a lavorare con Kobayashi in Harakiri, una potente denuncia contro la rigidità del codice samuraico. Nei panni del ronin Hanshiro Tsugumo, Nakadai diede vita a una delle sue performance più celebri, incarnando la ribellione contro l’ipocrisia del potere feudale.

La sua carriera incrociò poi quella del leggendario Akira Kurosawa, con il quale costruì un sodalizio destinato a entrare nella storia del cinema. Dopo una breve apparizione non accreditata in I sette samurai (1954), Nakadai divenne uno dei volti simbolo dell’universo kurosawiano, soprattutto dopo il distacco del regista da Toshiro Mifune.

Kurosawa gli affidò ruoli di straordinaria complessità in Kagemusha – L’ombra del guerriero (1980) e Ran (1985). In quest’ultimo film, ispirato a Re Lear di Shakespeare, Nakadai interpretò Hidetora Ichimonji, un sovrano anziano che assiste impotente alla distruzione della propria eredità per mano dei figli. Fu un’interpretazione colossale e carica di umanità, che Kurosawa definì «la prova di un attore capace di trasformare il silenzio in parola e la parola in dolore».

Un’eredità cinematografica immensa

Nel corso di oltre settant’anni di carriera, Nakadai lavorò con maestri come Kon Ichikawa, Hiroshi Teshigahara, Hideo Gosha, Mikio Naruse e Kihachi Okamoto. Tra i suoi titoli più noti figurano Kwaidan (1964), Il volto di un altro (1966), Goyokin (1969) e Hachiko Monogatari (1987). La sua presenza scenica magnetica e discreta lo rese un punto di riferimento per generazioni di attori.

Non mancò di esplorare generi diversi, recitando anche in un western italiano, Oggi a me… domani a te (1968) di Tonino Cervi, dimostrando la versatilità di un talento senza confini.

Onorificenze e ultimi anni

Nel 2015 Nakadai ricevette l’Ordine della Cultura, la più alta onorificenza giapponese, mentre nel 1992 fu insignito del titolo di Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere in Francia. Anche negli ultimi anni continuò a insegnare e calcare le scene teatrali, fedele alla sua idea che “un attore non deve mai smettere di cercare la verità, anche quando interpreta un samurai.”

L’ultimo samurai del grande schermo

Con la morte di Tatsuya Nakadai si chiude un’epoca del cinema giapponese, quella dei grandi interpreti che seppero raccontare, con silenziosa potenza, la storia del Giappone e dell’animo umano. Come disse il suo maestro Masaki Kobayashi:

“Un attore come Nakadai capita una volta ogni secolo.”

Il cinema mondiale oggi perde davvero il suo ultimo samurai.

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