Pubblicato il 13 Dicembre 2025
Arrestata dopo aver parlato in pubblico a Mashhad
Si sono riaperte le porte del carcere per Narges Mohammadi, attivista iraniana e premio Nobel per la Pace, tornata a sfidare apertamente il regime degli ayatollah. La 53enne, riconoscibile per la sua chioma nera lasciata scoperta, è stata arrestata dopo aver preso la parola durante una cerimonia commemorativa dedicata a un avvocato per i diritti umani morto in circostanze controverse.
Secondo diverse testimonianze, la polizia l’avrebbe fermata con violenza, colpendola prima di condurla via.
Chi era Khosrow Alikordi e perché la sua morte solleva dubbi
La cerimonia era in ricordo di Khosrow Alikordi, avvocato di 45 anni e difensore degli attivisti incarcerati e delle famiglie delle vittime della rivolta del 2022, esplosa dopo la morte in custodia di Mahsa Amini, fermata dalla polizia morale per l’uso ritenuto scorretto dell’hijab.
Alikordi è stato trovato morto nel suo ufficio a Mashhad, ufficialmente per un infarto. Tuttavia, le circostanze hanno spinto 81 avvocati, tra cui Nasrin Sotoudeh, a chiedere un’indagine indipendente. L’organizzazione Iran Human Rights, con sede in Norvegia, parla apertamente di “seri sospetti di omicidio di Stato”.
L’avvocato era stato più volte arrestato e condannato, subendo anche il divieto di esercitare la professione e l’esilio, con l’accusa di “propaganda contro lo Stato”.
La commemorazione diventa protesta
Durante la commemorazione, a sette giorni dalla morte di Alikordi, Mohammadi ha preso il microfono iniziando a scandire il nome di Majidreza Rahnavard, il giovane manifestante impiccato pubblicamente a Mashhad il 12 dicembre di tre anni fa, dopo un processo fortemente contestato.
La folla ha poi iniziato a gridare lo slogan “morte al dittatore”, riferito alla Guida Suprema Ali Khamenei, facendo degenerare rapidamente la situazione.
L’intervento delle forze speciali e gli arresti
La piazza è stata presa d’assalto dalle forze speciali in assetto antisommossa, arrivate a bordo delle tipiche motociclette nere. Secondo i familiari, Mohammadi sarebbe stata colpita alle gambe, afferrata per i capelli e trascinata a terra prima dell’arresto.
Insieme a lei sono state fermate altre otto persone, tra cui la giornalista Sepideh Gholian, autrice del libro “Il club dei fornai di Evin”, in cui denuncia torture e abusi nelle carceri iraniane. Arrestati anche Hasti Amiri, Pouran Nazemi e Alieh Motalebzadeh. Tutti sarebbero ora detenuti in un centro legato all’intelligence dei Pasdaran a Mashhad.
Le minacce e la sfida aperta al regime
Mohammadi, Nobel per la Pace 2023, premio ritirato all’epoca dalle figlie gemelle diciassettenni perché lei era detenuta nel carcere di Evin, aveva rivelato lo scorso luglio di aver ricevuto minacce di morte da agenti del regime.
Nonostante questo, ha continuato a esporsi pubblicamente. Proprio il 5 dicembre, giorno dell’annuncio della morte di Alikordi, ha pubblicato un duro articolo su Time, ripercorrendo quarant’anni di proteste represse nel sangue, dalle rivolte studentesche del 1999 al Movimento Verde del 2009, fino alla sollevazione del 2022.
“Il regime è in guerra contro il suo popolo”
Nel suo intervento, Mohammadi ha accusato apertamente le autorità di essere “in guerra contro il proprio popolo”, sottolineando come gli iraniani abbiano continuato a resistere nonostante prigioni, censura, sorveglianza, proiettili e la perdita dei propri figli.
Secondo l’attivista, la repressione non riuscirà a fermare la lotta per porre fine al dispotismo religioso e accompagnare il Paese in una transizione dall’autoritarismo alla democrazia.

