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Caso Yara Gambirasio, nuove speranze per la difesa di Bossetti: si riapre il fronte del DNA

Pubblicato il 20 Giugno 2025

Possibili risvolti dalle immagini ad alta definizione

A Bergamo si profila un nuovo sviluppo nel caso di Yara Gambirasio, la 13enne di Brembate Sopra scomparsa il 26 novembre 2010 e ritrovata priva di vita tre mesi più tardi. La difesa di Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio, riaccende i riflettori su potenziali elementi trascurati finora, puntando tutto su nuove analisi genetiche.

Al centro dell’attenzione: slip, leggings e giubbotto

Le immagini ad alta definizione degli indumenti di Yara, conservati con cura dagli inquirenti, potrebbero rivelare nuove zone di interesse, soprattutto sugli slip dove fu rinvenuta la famosa traccia genetica mista: il DNA della vittima e quello di “Ignoto 1”, identificato in seguito come Bossetti.

Ma l’attenzione del genetista Marzio Capra, nominato dalla difesa e già consulente nel caso Poggi, si estende anche ai leggings indossati da Yara il giorno della scomparsa e al giubbotto ritrovato nel campo di Chignolo d’Isola, dove fu scoperto il corpo. L’analisi dettagliata di queste immagini potrebbe fornire spunti decisivi, da verificare poi attraverso l’esame diretto dei capi custoditi.

Gli elettroferogrammi sotto la lente

Il cuore della strategia difensiva si concentra ora sugli elettroferogrammi, ovvero le rappresentazioni grafiche delle sequenze di DNA estratte durante le indagini. Si tratta di decine di migliaia di grafici, relativi sia alla vittima che agli uomini sottoposti a tampone nell’ambito della vasta inchiesta della Procura di Bergamo.

Secondo i difensori, in questi dati potrebbero celarsi picchi anomali o dettagli sottovalutati, in grado di rimettere in discussione la traccia “31G20”, la stessa che Bossetti ha sempre contestato.

“Mezzo DNA” e richiesta di revisione

Un punto particolarmente controverso è quello del cosiddetto “mezzo DNA”: la componente mitocondriale della traccia non corrisponderebbe a quella del condannato, alimentando così i dubbi sollevati dall’avvocato Claudio Salvagni. “È stato chiesto un atto di fede, perché Bossetti non ha mai potuto accedere direttamente ai dati,” ha ribadito il legale in aula.

Dopo quasi 15 anni dal delitto e 11 anni di detenzione nel carcere di Bollate, per Bossetti si apre ora una possibile strada verso la revisione del processo, attraverso l’acquisizione di nuove prove.

Salvagni: “Ora possiamo davvero iniziare”

“Abbiamo impiegato sei anni solo per ottenere l’accesso ai documenti,” ha dichiarato l’avvocato Salvagni, “ma ora possiamo finalmente iniziare a lavorare con concretezza. Siamo convinti che da qui possa partire un percorso per dimostrare l’innocenza di Massimo Bossetti.”

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