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Catania difende la carne di cavallo: tradizione, lavoro e identità sotto esame

Pubblicato il 20 Febbraio 2026

Le proposte di legge e la reazione della città

“Non toccateci a puppetta”. È questo lo slogan che rimbalza per le strade di Catania dopo la notizia di tre proposte di legge che puntano a vietare la macellazione degli equini, equiparandoli agli animali d’affezione.

La questione ha acceso un acceso dibattito, soprattutto in Sicilia, dove il consumo di carne di cavallo resta radicato. Secondo i dati di Animalequity, l’isola è prima in Italia per numero di allevamenti (23,53%) e capi prodotti (17,61%), mentre si colloca tra le prime regioni anche per consumo. Ma il capoluogo etneo rappresenta un caso a sé: qui la carne equina è parte integrante della cultura gastronomica cittadina.

“A puppetta”, simbolo gastronomico

Nel cuore della città, soprattutto lungo via Plebiscito, la carne di cavallo è protagonista assoluta. Viene servita in ogni forma: dalla fettina alla brace alla celebre polpetta “a puppetta”, preparata con macinato, pangrattato, formaggio, uova e prezzemolo.

Non è solo un piatto, ma un rito collettivo. Nei mercati cittadini i banchi di carne equina sono numerosi e frequentati. I giovani, più che nei fast food, si ritrovano nelle piccole paninerie dove la polpetta o la fettina vengono infilate in panini caldi e condite al momento.

Le istituzioni: “No a scelte ideologiche”

Il sindaco Enrico Trantino invita alla prudenza:
“C’è troppa ideologizzazione nelle proposte di vietare tout court il consumo di carne di cavallo”, afferma, sottolineando come non si possa cancellare una tradizione storica in nome di un presunto conformismo gastronomico. “Occorre valutare senza pregiudizi”, aggiunge.

Anche Rosario Marchese Ragona, presidente regionale di Confagricoltura, richiama l’attenzione sull’impatto economico: “C’è un intero comparto produttivo e tante famiglie che vivono di questo settore. Il cibo è cultura e identità”. E pone una provocazione: “Se domani si vietasse la macellazione dei conigli?”.

Un settore che vale milioni

Per Dario Pistorio, presidente di Fipe Confcommercio Catania, i numeri parlano chiaro: circa 300 attività tra trattorie, bracerie e street food sono legate alla carne di cavallo, con un giro d’affari stimato tra i 2 e i 4 milioni di euro annui solo nel capoluogo.

Secondo le stime, tre turisti su dieci scelgono di assaggiare la carne di cavallo come specialità tipica durante il loro soggiorno.

Le voci storiche del mestiere

Rosa Spampinato, titolare della storica panineria “Na Za Rosa”, racconta una vita intera dietro il bancone: 83 anni di età, 65 di lavoro, sempre accompagnata dalla carne di cavallo. “Nessuno deve toglierci questo piacere – dice – e non si può giocare con il lavoro dei macellai e di chi vive di questo”.

Dalla zona del Tondicello della Plaia, il macellaio Santo Di Mauro, oltre 60 anni di attività, conferma la centralità del prodotto: “Vengono centinaia di persone al giorno, da tutta la Sicilia e anche dall’estero. Francesi, spagnoli, americani, coreani, cinesi: il cavallo piace ai turisti”.

Tradizione contro divieto

La discussione resta aperta. Da un lato la spinta normativa che punta a equiparare gli equini agli animali d’affezione; dall’altro una tradizione radicata, che intreccia cultura, economia e identità locale.

A Catania il messaggio è chiaro: la carne di cavallo non è solo un alimento, ma un pezzo di storia cittadina che molti non intendono abbandonare.

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