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Catania, duplice omicidio Vecchio e Rovetta: per la Procura generale il mandante è il boss Aldo Ercolano

Pubblicato il 24 Ottobre 2025

La conclusione delle indagini

CATANIA, 24 ottobre 2025. La Procura generale di Catania ha notificato un avviso di conclusione delle indagini ad Aldo Ercolano, considerato il mandante del duplice omicidio degli imprenditori Alessandro Rovetta e Francesco Vecchio, assassinati il 31 ottobre 1990 all’interno dello stabilimento delle Acciaierie Megara di Catania.

Secondo la Procura, i due imprenditori furono uccisi dalla mafia per aver rifiutato di pagare il “pizzo”. L’indagine è stata coordinata dal procuratore generale Carmelo Zuccaro insieme ai sostituti Nicolò Marino e Giovannella Scaminaci, sulla base di accertamenti condotti dal nucleo interforze di Polizia giudiziaria e dalla DIA di Catania.

Il ruolo di Ercolano

Ercolano, nipote dello storico boss Benedetto Santapaola, è indicato come “l’ideatore e l’organizzatore” dell’agguato. Già detenuto all’ergastolo per reati di mafia, tra cui l’omicidio del giornalista Pippo Fava, avrebbe agito con premeditazione e per motivi abbietti e futili, volti a garantire il controllo del territorio catanese e i profitti economici della famiglia mafiosa Santapaola-Ercolano.

L’avviso è stato notificato a Ercolano nel carcere di Oristano, dove sta già scontando diverse condanne.

Le accuse e gli altri indagati

Oltre a Ercolano, l’avviso di conclusione indagini riguarda altri quattro indagati accusati di associazione mafiosa ed estorsione:

  • Vincenzo Vinciullo
  • Antonio Alfio Motta
  • Francesco Tusa
  • Leonardo Greco

Secondo la Procura, Aldo e il padre Pippo Ercolano avrebbero avuto il ruolo di mandanti dell’estorsione ai danni delle Acciaierie Megara, mentre Greco avrebbe agito come organizzatore operativo.

L’estorsione e le minacce

L’estorsione, iniziata nel gennaio 1991, sarebbe stata commessa insieme a figure di spicco di Cosa Nostra, oggi decedute: Bernardo Provenzano, Pippo Ercolano, Nicolò Greco, Lucio Tusa e Luigi Ilardo.

Le pressioni sulle vittime sarebbero state esercitate attraverso telefonate minatorie, proiettili lasciati sul sedile di un dirigente e persino nel giardino della moglie di Rovetta.

Il denaro versato a Cosa Nostra

Secondo la ricostruzione della Procura generale, i vertici della società Alfa Acciai di Brescia, parte offesa nell’inchiesta, sarebbero stati costretti a versare circa un miliardo di lire, in più tranche, a Cosa Nostra catanese.

La vicenda, che dopo trentacinque anni torna sotto i riflettori, rappresenta uno dei capitoli più oscuri della storia criminale siciliana, in cui affari, violenza e potere mafioso si intrecciano ancora una volta sullo sfondo dell’economia industriale etnea. Fonte: Ansa

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