Pubblicato il 28 Novembre 2025
Un testimone instancabile della legalità
È morto a 90 anni padre Salvatore Resca, storico vice parroco della chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Catania e docente di Storia e Filosofia nei licei. Una figura che ha segnato in profondità la vita civile e spirituale della città.
Negli anni più difficili, quelli dominati dall’ombra della mafia, Resca – insieme a Giuseppe Fava e Giambattista Scidà – ha rappresentato uno dei punti fermi della resistenza morale contro la violenza e il potere criminale. Tre uomini che, da ambiti diversi, hanno pagato un prezzo altissimo pur di non piegarsi alla prepotenza mafiosa.
La sua parrocchia è sempre stata un rifugio per gli ultimi, un presidio per chi cercava ascolto e sostegno, un luogo dove l’impegno per i più fragili non è mai venuto meno. Fondatore del movimento CittàInsieme, Resca ripeteva spesso: “La Chiesa deve essere povera e dei poveri”, un pensiero che anticipava quello che anni dopo sarebbe divenuto un tratto distintivo del magistero di Papa Francesco.
I funerali si terranno domani, sabato 29 novembre 2025, alle 16, nella parrocchia dei Santi Pietro e Paolo di Catania.
Una vita in prima linea
Sacerdote da oltre sessant’anni, padre Resca ha sempre affrontato in prima persona le problematiche della città: mafia, corruzione, disagio giovanile. Negli anni Ottanta fondò il Coro Polifonico “Imago Vocis” e l’associazione CittàInsieme, realtà che hanno contribuito in modo decisivo alla crescita culturale e civile di Catania.
Le origini della vocazione
La sua vocazione nacque nell’Oratorio salesiano “Domenico Savio” di Messina, nel dopoguerra. Lì conobbe sacerdoti capaci di ascoltare e guidare i ragazzi in un periodo durissimo per il Paese.
Dopo 15 anni di vita salesiana, Resca operò in diversi quartieri difficili di Catania, fino ad approdare definitivamente alla parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, dove rimase per quarant’anni.
CittàInsieme e Imago Vocis
Le due realtà nacquero entrambe nel 1987. Con CittàInsieme, Resca contribuì a momenti storici della vita cittadina, come la cacciata di Nitto Santapaola dall’odierno Parco Falcone e la nascita delle prime amministrazioni orientate alla legalità.
Il coro Imago Vocis, invece, portò la cultura musicale catanese nei teatri più prestigiosi, fino all’estero, diventando uno dei principali simboli di rinascita culturale.
Mafia e mentalità mafiosa
Per padre Resca, la mafia a Catania non era solo un’organizzazione criminale, ma soprattutto un modello culturale, una mentalità diffusa anche tra insospettabili, basata sull’interesse personale e sulla sopraffazione.
Secondo lui, la vera battaglia era (ed è) contro la mentalità mafiosa, che corrompe la vita pubblica più della stessa criminalità.
Impegno sociale e responsabilità civica
Resca ha sempre rifiutato l’idea che un sacerdote debba restare fuori dai temi sociali e politici.
«Prima di essere prete sono uomo e cittadino» ripeteva, convinto che il Vangelo non potesse essere disgiunto dalla costruzione del bene comune.
Giovani e scuola: un grido d’allarme
Da docente, osservava con preoccupazione il declino del sistema scolastico, vittima – secondo lui – di riforme incoerenti, burocrazia, tagli e incapacità gestionale.
Per Resca la scuola «non può diventare un’azienda» e il suo compito è formare pensiero critico, non gestire “utenti”.
Il valore della memoria
Da oltre vent’anni, ogni 23 maggio padre Resca ricordava con i suoi giovani e con varie associazioni le vittime della mafia davanti al Palazzo di Giustizia.
Secondo lui, in Italia la memoria collettiva è fragile, ma va difesa con costanza per evitare che l’oblio cancelli il sacrificio di uomini come Falcone e Borsellino.
Mafia, istituzioni e utopie
Alla domanda su come sarebbe oggi la Sicilia se Falcone e Borsellino fossero ancora vivi, Resca rispondeva senza esitazione: «Sicuramente migliore di quella che abbiamo ora».

