Pubblicato il 23 Dicembre 2025
Risarcimento da 1,3 milioni per la morte di Giovanni Delfino
Il Ministero della Giustizia dovrà versare circa 1,3 milioni di euro ai familiari di Giovanni Delfino, il detenuto di 61 anni assassinato nel marzo 2019 all’interno del carcere di Mammagialla, a Viterbo. Lo ha deciso il Tribunale civile di Roma, con una sentenza depositata il 20 dicembre 2025 e dichiarata immediatamente esecutiva.
I giudici hanno ravvisato nella gestione dell’istituto penitenziario una condotta di grave negligenza, tale da determinare la responsabilità patrimoniale dello Stato.
L’omicidio avvenuto in cella
Giovanni Delfino fu ucciso all’interno della propria cella dal compagno di detenzione Khajan Singh, che all’epoca aveva 35 anni. L’aggressore lo colpì più volte alla testa con uno sgabello, provocandone la morte.
Per quell’omicidio Singh è stato condannato in via definitiva a 12 anni di carcere, dopo che la Corte d’Appello di Roma ha ridotto la pena riconoscendo una condizione di seminfermità mentale.
Durante il processo penale era emerso che l’uomo soffriva di una grave psicosi a sfondo sessuale, una patologia incompatibile con la detenzione in una cella condivisa, elemento centrale nella valutazione delle responsabilità.
Il giudizio civile: violato il dovere di protezione
Parallelamente al procedimento penale, i familiari della vittima hanno promosso un’azione civile contro il Ministero della Giustizia. Il tribunale ha dato loro ragione, riconoscendo sia il danno morale sia il cosiddetto danno catastrofale, legato alla sofferenza psicologica vissuta da Delfino nei momenti precedenti alla morte.
Secondo i giudici, l’amministrazione penitenziaria non ha garantito adeguate condizioni di sicurezza e vigilanza, venendo meno alla funzione di tutela che lo Stato è obbligato ad assicurare a chi è privato della libertà personale.
Una condanna sulla gestione del carcere di Mammagialla
La sentenza contiene un giudizio molto duro sulla gestione del carcere di Mammagialla. Lo Stato, si legge nelle motivazioni, non è riuscito a proteggere né la vittima né l’aggressore, entrambi esposti alle conseguenze di una collocazione detentiva inadeguata e pericolosa.
Un principio affermato con chiarezza
Con questa decisione si chiude il capitolo civile della vicenda e viene riaffermato un principio fondamentale: quando il sistema carcerario fallisce nel garantire sicurezza, cura e prevenzione, la responsabilità ricade sull’amministrazione pubblica. Una sentenza destinata a pesare anche sul dibattito più ampio sulle condizioni e sulla gestione delle carceri italiane.

