Pubblicato il 8 Dicembre 2025
Un possibile punto di svolta nei negoziati
Hamas si dice pronto a discutere il “congelamento o lo stoccaggio” del proprio arsenale come parte di un accordo di cessate il fuoco con Israele. A confermarlo è stato un alto esponente del movimento, mentre le parti si preparano a entrare nella seconda – e più complessa – fase del piano in 20 punti promosso dal presidente statunitense Donald Trump.
Domenica 7 dicembre, Bassem Naim, membro dell’ufficio politico di Hamas, ha dichiarato che il gruppo è disposto a un “approccio globale per evitare nuove escalation”, segnalando una possibile apertura negoziale dopo mesi di tensioni.
“Disponibili a evitare scontri, ma resta il diritto di resistenza”
Naim ha ribadito che Hamas mantiene il proprio “diritto di resistere”, ma ha aggiunto che il movimento è pronto a valutare un percorso verso la deposizione delle armi se inserito in un processo politico che porti alla creazione di uno Stato palestinese.
Senza offrire dettagli operativi, Naim ha citato l’ipotesi di una tregua di lungo periodo, tra i cinque e i dieci anni.
Netanyahu: “Fase due vicina”
Nelle stesse ore, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha incontrato il cancelliere tedesco Friedrich Merz in visita ufficiale in Israele. Il premier ha parlato di “opportunità reali di pace”, affermando che la seconda fase del piano sarà avviata “molto presto”.
La posizione della Germania
Merz ha sottolineato la responsabilità storica della Germania e il dovere di garantire la sicurezza di Israele, dopo le recenti tensioni legate all’embargo parziale sulle armi.
Secondo il cancelliere, una pace duratura è possibile, ma ha chiarito che “Hamas non può avere alcun ruolo a Gaza”, sostenendo al tempo stesso il principio dei negoziati per la soluzione a due Stati.
Il nodo dello Stato palestinese
Su questo punto è arrivata la distanza più evidente tra i due leader. Netanyahu ha infatti ribadito che Israele non accetterà la creazione di uno Stato palestinese, ritenuto dal premier una minaccia diretta: “Non creeremo uno Stato alle nostre porte che voglia distruggerci”.
Il premier ha inoltre ricordato che la prima fase dell’accordo è quasi completata, rimanendo però il recupero della salma dell’ostaggio Ran Gvili.
La delicata seconda fase: disarmo, sicurezza e nuovi confini
Il passaggio alla fase due prevede il disarmo di Hamas, la smilitarizzazione della Striscia di Gaza e il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione. Un punto che resta controverso.
Khalil al Hayya, capo negoziatore di Hamas, ha affermato che il movimento deporrà le armi solo di fronte a uno Stato palestinese sovrano e dopo un ritiro completo dell’esercito israeliano. Ha inoltre respinto l’idea che la forza internazionale possa entrare a Gaza con funzioni di disarmo, sostenendo che il suo unico compito debba essere monitorare confini e cessate il fuoco.
A complicare il quadro, il capo di stato maggiore israeliano Eyal Zamir ha definito la linea gialla – attuale limite del ritiro israeliano – come “nuovo confine”, alimentando i timori che Gaza possa restare divisa in due per molti anni.

