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Marco Cappato

Morta Libera, suicidio assistito con dispositivo a comando oculare: il suo ultimo messaggio

Pubblicato il 25 Marzo 2026

Il caso della 55enne toscana

Libera, una donna di 55 anni originaria della Toscana e affetta da sclerosi multipla, è deceduta oggi, 25 marzo, nella sua abitazione dopo aver fatto ricorso al suicidio medicalmente assistito. La procedura è avvenuta tramite l’autosomministrazione di un farmaco letale, resa possibile grazie a un dispositivo speciale azionabile con il movimento degli occhi.

Il macchinario, progettato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), le ha consentito di attivare l’infusione endovenosa del farmaco, superando le limitazioni imposte dalla malattia che l’aveva paralizzata dal collo in giù.

Un percorso lungo e complesso

Libera rappresenta la quattordicesima persona in Italia ad aver avuto accesso al suicidio assistito e la seconda in Toscana seguita dall’Associazione Luca Coscioni, che ha diffuso la notizia della sua scomparsa.

Il suo percorso è stato particolarmente difficile: aveva ottenuto l’accesso alla procedura già nel luglio 2024, ma solo dopo un lungo iter legale si è arrivati alla realizzazione del dispositivo necessario. È stato infatti un tribunale a incaricare il Cnr di sviluppare la tecnologia che le ha permesso di esercitare questa scelta.

Il messaggio: “Un diritto che non deve attendere”

Prima di morire, Libera ha voluto lasciare un messaggio forte e chiaro: “Spero che nessuno debba più aspettare due anni per esercitare un diritto che già gli appartiene”.

La donna ha sottolineato come nessuno dovrebbe essere costretto a sostenere una battaglia così lunga per vedere riconosciuta una decisione personale legata alla propria dignità.

Una battaglia per dignità e diritti

Nelle sue ultime parole, Libera ha definito il proprio percorso come una lotta difficile ma significativa, auspicando che possa servire ad aprire nuove strade e ridurre i tempi per chi si troverà nella sua stessa condizione.

Ha inoltre espresso profonda gratitudine verso l’Associazione Luca Coscioni, (nella foto d’apertura Marco Cappato) che l’ha supportata nel far valere i propri diritti, e verso il medico Paolo Malacarne.

“La mia storia non è solo personale: è una richiesta di dignità”, ha dichiarato, aggiungendo l’auspicio che in futuro questo diritto non debba più essere conquistato, ma semplicemente riconosciuto.

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