Pubblicato il 7 Novembre 2025
Un caso di malasanità certificato da una sentenza del Tribunale di Latina. I fatti risalgono al 2011 quando una donna di 47 anni, residente in provincia di Latina, si era rivolta a un centro del capoluogo per sottoporsi a mammografia e ad alcuni esami di prevenzione. Dagli accertamenti erano emerse microcalcificazioni tondeggianti, ma i sanitari l’avevano tranquillizzata, spiegando che non c’erano elementi tali da far pensare a una patologia grave e senza indicare ulteriori approfondimenti a breve termine. Alla paziente fu quindi detto che poteva tornare a casa.
La scoperta del carcinoma dopo un anno
Come raccontato dai colleghi di Latinaoggi.eu, Passato circa un anno da quella visita, la donna si accorse di avere un problema al seno e si sottopose ad altri controlli. A quel punto emerse la realtà: le fu diagnosticato un carcinoma molto aggressivo. Secondo quanto ricostruito nel procedimento civile, la malattia era già in fase avanzata e le possibilità terapeutiche risultavano più limitate rispetto a una diagnosi precoce.
Le cure e il decesso nel 2015
Nonostante i diversi cicli di terapie ai quali la donna è stata sottoposta, il quadro clinico non si è invertito. Nel 2015 la 47enne è deceduta. La famiglia ha quindi intrapreso la via giudiziaria per accertare le responsabilità legate alla prima valutazione clinica.
La decisione del Tribunale di Latina
Nei giorni scorsi il Tribunale civile di Latina, giudice Stefano Fava, ha riconosciuto ai familiari un risarcimento di 1 milione e 50mila euro. Nella sentenza viene affermato che esiste un nesso causale tra la condotta omissiva dei sanitari nel 2011 e la perdita anticipata della vita della paziente. In particolare, il Tribunale ha rilevato che, di fronte al riscontro di microcalcificazioni, avrebbe dovuto essere prescritto un approfondimento diagnostico ravvicinato, cosa che non è avvenuta.
Il punto centrale della sentenza
Nella motivazione viene sottolineato che “la mancanza di approfondimento diagnostico ha comportato un ritardo diagnostico” e che una diagnosi tempestiva avrebbe «sicuramente migliorato le chance terapeutiche di sopravvivenza della paziente, oltre che la sua qualità di vita». È su questa base, supportata anche da perizia medico-legale e dalla documentazione raccolta in giudizio, che il Tribunale ha disposto il risarcimento in favore dei familiari.
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