Pubblicato il 10 Dicembre 2025
L’allarme della Cgil: una trappola per milioni di lavoratori
Andare in pensione diventerà ancora più difficile, soprattutto per i cinque milioni di lavoratori con redditi bassi che dal 2028 rischiano di dover lavorare fino a cinque mesi in più per raggiungere il minimale contributivo. È quanto emerge da un’analisi dell’Osservatorio previdenza della Cgil, che evidenzia come l’aumento dei requisiti previsto dall’articolo 43 della manovra – +1 mese nel 2027 e +3 mesi dal 2028 rispetto ai 67 anni di età e ai 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne – colpisca soprattutto chi già oggi vive in condizioni di lavoro povero.
Chi lavora non riesce a maturare un anno di contributi
Secondo lo studio, quasi un terzo dei lavoratori italiani — oltre 5,1 milioni di dipendenti privati — pur avendo un impiego non riesce a vedersi riconosciuto un anno pieno di contributi. A pesare sono contratti brevi, part-time involontari e retribuzioni insufficienti.
A partire dal 2028, chi guadagna meno del minimale contributivo (12.551 euro nel 2025) dovrà compensare l’aumento di tre mesi imposto dalla legge di Bilancio. Per queste persone, però, potrebbe tradursi in cinque mesi effettivi di lavoro aggiuntivo.
Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali Cgil, spiega la portata del problema: con 5.000 euro annui, per ottenere i tre mesi richiesti serviranno quasi due mesi di lavoro in più; nel 2040 ne occorreranno oltre sette e nel 2050 addirittura un anno e un mese, perché “ogni 20 mesi lavorati ne varranno solo 12 ai fini pensionistici”.
Effetti pesanti anche per chi guadagna poco di più
La simulazione mostra che le criticità riguardano anche redditi leggermente superiori. Per chi percepisce 8.000 euro l’anno, i tre mesi in più nel 2028 equivalgono a un mese e una settimana di lavoro aggiuntivo.
Dal 2029, con l’aumento a cinque mesi, serviranno altri due mesi. Nel 2040, per compensare i 13 mesi di incremento stimati, occorreranno quasi cinque mesi di attività lavorativa aggiuntiva. E nel 2050, con un aumento previsto di 23 mesi, i lavoratori dovranno aggiungere oltre otto mesi ai 13 già stimati.
Un meccanismo che, sottolinea Cigna, allontana sempre di più la pensione proprio per chi ha avuto carriere segnate da salari bassi e precarietà.
Cgil: “Altro che superamento della Fornero”
La segretaria confederale Lara Ghiglione punta il dito contro le scelte del governo: “Era stato promesso il superamento della legge Monti-Fornero e il blocco dell’adeguamento automatico all’aspettativa di vita dal 2027. In realtà, l’articolo 43 conferma l’aumento dei requisiti e spinge la pensione sempre più avanti, scaricando i costi su chi ha meno tutele: giovani, donne, lavoratori in part-time”.
Il nodo del minimale contributivo sempre più alto
Il rapporto evidenzia un ulteriore rischio: il minimale contributivo è aumentato del 16,5% dal 2022, molto più delle retribuzioni.
Secondo Cigna, questo significa che senza rinnovi contrattuali e senza aumenti adeguati all’inflazione, anche chi lavora tutto l’anno può perdere settimane di contributi. Con retribuzione invariata, tra il 2023 e il 2026 un lavoratore può perdere 22 settimane, ossia oltre cinque mesi e mezzo di contributi, pur avendo lavorato ogni giorno.
Una dinamica che rischia di rendere il traguardo della pensione sempre più irraggiungibile per una parte consistente dei lavoratori italiani.

