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Putin tra avvertimenti all’Europa e sarcasmo sui negoziati: così prepara il terreno all’inviato di Trump

Pubblicato il 28 Novembre 2025

Un’accoglienza “filtrata” a Bishkek

A Bishkek, capitale del Kirghizistan, la visita di Vladimir Putin è stata accuratamente “ripulita” da qualsiasi simbolo ucraino: di fronte al palazzo presidenziale, proprio dove si trova l’ambasciata di Kiev, è stato installato un enorme maxischermo per nascondere la bandiera del Paese nemico. Una scelta presentata dalle autorità locali come semplice protocollo, ma che conferma quanto il Kirghizistan sia divenuto un alleato chiave di Mosca, soprattutto per l’aumento massiccio – +150% – di acquisti di semiconduttori e microchip provenienti dall’Occidente.

Le dichiarazioni di Putin: molte parole, poche novità

Durante la visita di Stato, Putin ha parlato a lungo della guerra in Ucraina, ma senza offrire veri elementi inediti. Ha riproposto le accuse all’Occidente, colpevole a suo dire di voler “combattere fino all’ultimo ucraino”, riecheggiando dichiarazioni già sentite da Lavrov e Medvedev.

Con ironia, ha anche commentato la missione imminente di Steve Witkoff, inviato dell’amministrazione Trump, affermando di non sapere con precisione quale versione del piano di pace gli sarà presentata. Ha però riconosciuto che la bozza iniziale in 28 punti resta “una buona base da cui partire”, pur notando che Stati Uniti e Ucraina l’avrebbero suddivisa in quattro parti ancora da tradurre in linguaggio diplomatico.

Secondo Putin, al momento non esiste un vero e proprio progetto di accordo, ma solo una serie di temi da discutere e definire.

«La guerra finirà quando l’Ucraina si ritirerà»

Il presidente russo ha ribadito una delle sue condizioni storiche: le ostilità termineranno soltanto quando “le truppe ucraine lasceranno le aree occupate”, altrimenti Mosca raggiungerà i propri obiettivi con l’uso della forza.
Un messaggio che pesa, soprattutto perché Putin continua a riferirsi alle quattro regioni ucraine annesse illegalmente nel 2022 con un referendum non riconosciuto dalla comunità internazionale.

Parlando della situazione al fronte, ha citato presunti progressi russi nella regione di Zaporizhzhia e ha affermato che Crimea e Donbass devono rientrare nelle trattative direttamente con gli Stati Uniti.

L’Europa nel mirino: avvisi e minacce

Un altro passaggio centrale del discorso ha riguardato l’Europa. Putin ha detto di essere pronto a mettere per iscritto la sua volontà di non attaccare il continente. Ma la disponibilità è stata accompagnata da un avvertimento: l’eventuale confisca dei beni russi congelati in Europa avrebbe “pesanti conseguenze sul sistema finanziario globale”, eroderebbe la fiducia nell’Eurozona e costringerebbe Mosca a un “pacchetto di contromisure” già in fase di preparazione.

Un modo per mostrare quale sia davvero il suo timore più immediato.

L’arrivo di Witkoff: un incontro che non preoccupa lo zar

Putin ha difeso con forza l’inviato statunitense Steve Witkoff, criticando la diffusione delle sue telefonate e ricordando che in Russia tali pratiche sono considerate un reato. Secondo il presidente russo, la presenza dell’amico americano non risponde a interessi personali, ma rientra semplicemente nella dinamica dei negoziati.

Per giustificare la trattativa diretta con Washington, Putin ha rilanciato una tesi ricorrente: Zelensky, avendo il mandato “scaduto”, non sarebbe legittimato a firmare accordi internazionali. Una posizione che gli consente di ignorare Kiev e puntare a un riconoscimento globale degli eventuali risultati negoziali.

Tanti annunci, nessuna certezza

Nonostante l’intensa attività diplomatica, la posizione del Cremlino resta avvolta nell’incertezza. Nessuna concessione concreta, molte ambiguità e una strategia che continua a oscillare tra pressione militare e disponibilità negoziale di facciata.

La visita in Kirghizistan conferma che la strada verso un vero accordo di pace è ancora lunga, mentre Mosca continua a muoversi con prudenza e calcolo in vista dell’arrivo dell’inviato di Trump.

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