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Svizzera

Svizzera: cassiera ruba 1mln di euro al museo dove lavora

Pubblicato il 9 Agosto 2023

E’ andata avanti per anni, euro dopo euro, la responsabile della cassa di una importante galleria d’arte svizzera, la Fondazione Beyeler di Riehen, cui ha sottratto in tutto 986.126 franchi, poco più di un milione di euro.

Cifra che ora dovrà restituire per intero, in aggiunta a una multa di 3.150 franchi, dopo essere stata condannata a tre anni e sette mesi di carcere per appropriazione indebita e riciclaggio.

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Se la Fondazione riuscirà a recuperare qualcosa sarà tutto da vedere, perché nel frattempo la cinquantaquattrenne ha speso gran parte del bottino in viaggi di lusso, vestiti firmati e auto sportive.

Tutti agi che si è potuta permettere grazie a uno «schema» messo a punto appena dopo la sua assunzione come cassiera, nel 2009. E che ha continuato a sfruttare per i dieci anni successivi, specie dopo la sua promozione nel 2012 a responsabile della cassa del museo. In alcuni casi, vendeva ai visitatori dei «biglietti d’emergenza» cartacei, che la galleria metteva a disposizione in caso di guasto al sistema informatico, e teneva per sé i contanti. In altri, con la scusa di problemi alla stampante, simulava una doppia vendita del tagliando d’ingresso (che costa 26 euro) e poi teneva per sé la differenza.

Ma a farla scoprire è stata il più sfacciato dei suoi trucchi. Ovvero siglare a nome dei suoi sottoposti l’annullamento di alcune ricevute, salvo poi rivendere lo stesso biglietto per intascare i contanti. Proprio uno dei dipendenti dell’ufficio l’ha infine segnalata dopo aver scoperto le firme falsificate, tra cui la propria. Così nel 2019 la donna è stata licenziata e denunciata per aver sottratto l’equivalente di 40mila ingressi. Il fatto che la somma distratta fosse inferiore all’1 percento delle entrate totali l’ha aiutata farla franca tanto a lungo, ha poi commentato un portavoce della Fondazione, che lo scorso anno ha avuto 365mila visitatori.

L’accusa ha avuto gioco facile, vista la mole delle prove. Non solo le testimonianze e la perizia calligrafica: le stampanti e i pc hanno ripreso a funzionare alla perfezione dopo l’allontanamento della cassiera; i suoi depositi in banca avvenivano sempre nei giorni in cui era stata in ufficio; e tra i suoi messaggi ne è spuntato uno alla persona che l’ha segnalata: «Stai attento a quel che dici in giro».

Poi ci si è messa lei, che non ha mostrato alcun segno di rimorso. Anzi, davanti ai tre giudici ha affermato: “Ho lavorato duramente per tutti quei soldi”, senza sapere però dimostrare come li abbia guadagnati (e il rifiuto di fornire spiegazioni può essere considerato una prova incriminante secondo la legge elvetica). La giuria ha scritto nella sentenza che “molto probabilmente avrebbe continuato, se non fosse stata scoperta”.

Tanto meglio non ha fatto l’avvocato d’ufficio che le è stato assegnato. Per risparmiare alla propria assistita l’accusa di riciclaggio, il legale ha citato una definizione di quel reato presa da un manuale dell’Agenzia delle Dogane statunitense. Al che il giudice gli ha fatto notare che in Svizzera vige appunto il codice penale svizzero. Risultato: la donna è stata riconosciuta colpevole di tutti i capi d’imputazione e condannata a una pena superiore a quella richiesta dal pubblico ministero.