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Trapianto negato al bimbo di Napoli, il team di esperti dice no al secondo intervento: “condizioni troppo gravi”

Pubblicato il 19 Febbraio 2026

Una decisione che spegne le speranze

Troppi giorni trascorsi dal primo intervento, condizioni cliniche ormai compromesse: è questa la motivazione che ha portato un team di specialisti a esprimere parere negativo su un secondo trapianto di cuore per il bambino ricoverato a Napoli dopo l’impianto di un organo definito “bruciato”.

Il primo intervento risale al 23 dicembre. Da allora il piccolo è mantenuto in vita grazie all’Ecmo, la macchina cuore-polmoni. Nelle scorse ore si era riaccesa una speranza con la disponibilità di un nuovo organo compatibile, ma la valutazione medica ha chiuso ogni spiraglio: le condizioni generali non consentirebbero di affrontare un’altra operazione così invasiva.

Il parere degli esperti: condizioni troppo gravi

Tra i membri del comitato chiamato a esprimersi c’è Carlo Pace Napoleone, direttore della Cardiochirurgia pediatrica dell’Ospedale Regina Margherita. La decisione, ha spiegato, è stata unanime: il bambino non avrebbe superato l’intervento, e procedere avrebbe significato destinare inutilmente un organo prezioso.

La valutazione si è basata su una serie di parametri clinici: Tac, ecografie, esami del sangue e visita diretta. Il quadro emerso è di estrema gravità. Nelle ore precedenti al giudizio, il piccolo avrebbe affrontato una probabile crisi settica, con conseguente accumulo di liquidi e forte stress per l’organismo.

Un ulteriore elemento critico riguarda l’ultima Tac cerebrale, che ha evidenziato una nuova area di emorragia. Un secondo intervento al cuore richiederebbe la circolazione extracorporea e l’uso di farmaci che rendono il sangue incoagulabile, aumentando il rischio di aggravare il sanguinamento cerebrale.

In queste condizioni, secondo il team, le possibilità di sopravvivenza sarebbero state pressoché nulle.

Le parole del legale: “È il tempo delle responsabilità”

Dopo il no al trapianto, l’avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi, ha parlato di una svolta dolorosa: “È finito il tempo della speranza, oggi è il tempo delle responsabilità”.

Il legale attende di ricevere la documentazione clinica dall’Ospedale Monaldi, dove il bambino resta ricoverato in terapia intensiva. Secondo Petruzzi, occorre chiarire se siano state prese in considerazione terapie alternative nelle settimane precedenti, quando le condizioni erano più stabili e forse compatibili con soluzioni diverse, come un cuore meccanico.

Non si esclude nemmeno la possibilità di valutare percorsi all’estero: sarebbero arrivati contatti dalla Lettonia, dove – sostiene il legale – l’approccio cardiochirurgico potrebbe essere differente.

I tre nodi dell’inchiesta

Parallelamente proseguono le indagini della Procura di Napoli. I punti su cui si concentra l’attenzione sono tre.

Il primo riguarda il contenitore utilizzato per il trasporto del cuore, un modello ritenuto superato. L’ospedale disporrebbe di dispositivi più moderni, ma sarebbe stato scelto quello più vecchio per carenze nella formazione del personale.

Il secondo nodo è legato al ghiaccio impiegato per la conservazione dell’organo. Non sarebbe stato usato ghiaccio tradizionale, ma ghiaccio secco, con una temperatura talmente bassa da compromettere il tessuto cardiaco.

Il terzo punto riguarda la sequenza delle operazioni in sala operatoria: secondo l’ipotesi investigativa, il cuore malato del bambino sarebbe stato rimosso prima di verificare a fondo lo stato dell’organo donato. Una volta constatato il danneggiamento, l’impianto sarebbe diventato una scelta obbligata, pur nella consapevolezza delle possibili conseguenze.

Al momento risultano indagate sei persone tra medici e paramedici per lesioni colpose gravi, ma l’inchiesta potrebbe estendersi.

La vicenda resta segnata da un doppio binario: da un lato una decisione clinica ritenuta inevitabile, dall’altro un’indagine che dovrà chiarire eventuali responsabilità in una storia che ha profondamente colpito l’opinione pubblica.

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